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Roma, 29 gen – È ormai un continuo susseguirsi di novelli cultori ed esperti dell’Eneide virgiliana per i quali Enea, principe dei Dardani e reduce di Troia è un “rifugiato”, un “migrante” persino. D’altronde Virgilio usa l’epiteto profugus già dal Proemio… Per il semicolto la lettura dell’Eneide finisce lì, al secondo verso. Si ferma la lettura e forse anche la Cultura, in genere sono gli stessi de “il fascismo si cura leggendo”. Semicolti che si guardano ben dal leggere oltre gli stanchi rimasticamenti proposti loro da media con un’agenda-setting ben definita, altrimenti la loro binaria distinzione del mondo tra bianco, pardon “a tinte arcobaleno”, e nero rischierebbe di non essere così netta.

Sarebbe inutile tornare sulla questione di Enea rifugiato, Il Primato Nazionale si è già ampiamente soffermato nello spiegare perché Enea non sia un rifugiato, e su come l’epiteto virgiliano di profugus sottintenda un significato più ampio di quello univoco che gli si vuole imporre, tant’è che non mancano traduzioni del termine come errante o esule. Ma ad essere vittima del trattamento in salsa contemporanea non è più il solo Enea, all’eroe si affianca anche il suo autore, Virgilio. Infatti il giornale online Fanpage nei giorni scorsi fa un’increbile scoperta! Virgilio avrebbe inserito nell’Eneide dei versi pro-migranti: «“Ma che razza di uomini è questa?”: quei versi pro-migranti nell’Eneide di Virgilio».

Anche Virgilio finisce nelle schiere dei buonisti

Se recentemente abbiamo visto come la xenia, l’ospitalità sacra dei greci (comunque rivolta ai singoli e non alle masse), diventava un modo per la nuova traduzione di parlare di rifugiati e migranti, il caso dell’Eneide si supera. Per Fanpage è evidente che Virgilio parlasse già della situazione attuale. Con tanto di estratto in latino e relativa traduzione dei versi da 538 a 543 del libro I. E ammiccando sul fatto che la scena si svolga sulle coste della Libia, come in un’anticipazione di ricorso storico nella realtà contemporanea. Nel farlo, come da manuale del perfetto semicolto si guardano bene dal leggere i versi precedenti e successivi. Anche quelli che si premurano di trascrivere. Il verso 538 esordisce infatti con: «Qui, in pochi, nuotammo alle vostre spiagge».

Pauci, pochi. E nonostante ai tempi di Enea la densità di popolazione fosse ben minore di quella di oggi, è uno degli elementi su cui i reduci troiani insistono nei confronti di Didone, regina di Cartagine. Dettaglio che evidentemente a Fanpage non interessa. Come non interessa ai semicolti il concetto di xenia, con il suo sostrato religioso, ospitalità nei confronti del singolo viandante che può celare un Dio sotto mentite spoglie. E così al barbaro moderno, che non comprende né la lingua né la religione degli antichi greci, gli esempi di ospitalità dell’epica greca e latina diventano dei precursori di accoglienza da sinistra mondialista (oltre al già citato caso della nuova traduzione in inglese dell’Odissea vedasi ad esempio I Feaci e il dovere di soccorrere i naufraghi).

E quando il naufrago non è un singolo, come nel caso dell’Eneide e i supposti versi pro-migranti, i naufraghi oltre a ribadire di essere in pochi precisano:

  • Non sono predoni
  • Non sono corsari
  • Non hanno né orgoglio né superbia in quanto popolo sconfitto
  • La loro meta è l’Italia
  • Sono uomini del prode Enea
  • Se anche Enea fosse perito e fossero rimasti senza guida, riparate le navi avrebbero fatto comunque rotta verso la Sicilia, nelle terre di Aceste, anch’egli di stirpe dardanica, la stessa dei troiani.

Enea non “migra”, compie un ritorno all’origine

Ovvero sono in transito, alla ricerca della terra originaria della loro stirpe. Serie di distinguo ben chiara a chiunque si degni di leggere il Libro I nella sua interezza. Ma al semicolto questi versi non interessano. La loro lettura si limita alle poche parole che possono piegare alla loro ideologia. Interessa profugus, quella è la parola che li ossessiona. Ma dimentica che il secondo verso nella sua interezza è Italiam, fato profugus, Laviniaque venit. Prima di Roma, prima di Lavinio c’è l’Italia. 

E questo, a voler leggere veramente l’Eneide, dovrebbe bastare a chiudere ogni discorso con chi pretende che Italia sia un costrutto da nazionalismo ottocentesco. O che l’identità italica sia unicamente da leggere come contrapposizione tra Romani e antichi popoli Italici. Invece il semicolto si limita a leggere profugus. E per esso l’Italia non può che rimanere, in ossequio allo straniero, un’espressione geografica. Perché in fondo si sà la pummarola, il pomodoro fu importato dalle americhe, e che il babà l’hanno inventato in Polonia o Francia. Questo è l’eufimisticamente modesto orizzonte culturale. L’identità nazionale ridotta a ricettario.

Ovvio che per essi Enea e i troiani siano rifugiati che fuggono dalla guerra. Dimenticando Iliade, Odissea e tutto il libro II dell’Eneide. Dimenticando la visione in sogno del fantasma di Ettore ad Enea, l’Eroe caduto che esorta l’amico a fuggire. Lo esorta in quanto tutto è perduto e restano solo da portare via i Penati per trovargli una nuova terra, visione a cui Enea risponde in modo ben diverso da quello di una fuga precipitosa. La risposta di Enea nella rabbia e nel furore della città sull’orlo della distruzione è un’altra. Un unico pensiero: pulchrumque mori succurrit in armis, la più bella morte è quella con le armi in pugno. (Libro II, v.317).

Questo è il tenore della fuga dalla guerra di Enea e dei pochi troiani. Ci vorrà la consapevolezza sul campo che è veramente Troia è perduta e una manifestazione di Venere sua madre, a convincerlo che il Fato avesse altro in serbo per lui e che la bella morte non può essere l’unico ideale a cui votarsi. Parole incomprensibili per questi nuovi barbari. Per il semicolto l’Eneide è qualche verso estratto dal suo contesto, quei pochi che si possono usare per parlar bene dell’accoglienza nella loro angusta visione del mondo.

Difesa dei confini, altro che accoglienza 

Ma non sono solo le precisazioni dei troiani alla regina Didone a stonare con la lettura che ne fa Fanpage. La risposta della regina ai troiani è essa stessa una pietra tombale su qualunque dissertazione pro accoglienza. Dopo averli rassicurati chiarisce: La dura necessità, i rischi che corre lo Stato troppo recente e ancora poco solido, m’obbligano a usare tali cautele, difendendo ovunque i confini con corpi di guardia. (Libro I, vv.563-564).

Lo stato e la difesa dei confini. Ecco la vera natura de l’Eneide pro-migranti. E a quel punto, quando l’uso politico del poema virgiliano decade, l’Eneide torna ad essere solo un poema politico per celebrare la grandezza di Roma, e che Virgilio avrebbe preferito vederlo bruciare in quanto parzialmente incompiuto, e pubblicato solo per fini di bieca propaganda da Augusto.

Ma non potendo più bruciare l’Eneide, ci si adopra per  non farla leggere nella sua interezza e comprenderne appieno il significato e il valore. Da anni si attacca la scuola e la sua impostazione gentiliana. A che servono greco e latino? Meglio “nuove” materie tecniche che mutano nel volgere di qualche stagione, meglio lingue straniere trattate superficialmente buone solo per rimorchiare in Erasmus. E dei classici rimarranno solo improbabili riduzioni. Pro-migranti ovviamente.

Flavio Bartolucci

6 Commenti

  1. che bell’articolo; mi ha fatto venire in mente un’altra migrazione quella degli achei, dei danai;
    e del mito di Danao ed Egitto figli di Belo.
    che poi per alcune vicende, assomiglia alla storia della tribu di Dan figlio di giacobbe e Bila.
    questi poi come dice la bibbia (Giudici 5:17) non erano pastori, ma navigatori come i greci.

  2. non è che definire gli altri semi-colti renda più credibili le stronzate che scrivete.
    pietas e humanitas non sapete manco dove stanno di casa. studiate!!

  3. Meglio “semicolto” che imbecille superbo come chi ha scritto queste cavolate. Vada a studiare e dopo forse potrà cimentarsi nell’esegesi dei testi, spero non così maldestramente.

  4. Io (da brava semicolta che si guarda bene dal leggere i versi successivi) “una pietra tombale su qualunque dissertazione” in questo caso contraria all’accoglienza la vedo subito dopo la frase di Didone che avete riportato voi, ai vv. 572 – 574: “Vultis et his mecum pariter confindere regnis?\Urbem quam statuo, vestra est; subducite navis;\ Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur.” Tradotto letteralmente significa: “Volete anche fermarvi da pari con me in questi regni?\La città che organizzo è vostra, attraccate le navi; un Troiano o un Tiro per me sarà trattato senza alcuna differenza.” Chi è che adesso si guarda bene dal leggere i versi successivi? Studiate la letteratura e già che ci siete fate anche un bel ripasso di storia: vedrete che non ci sarà neanche più bisogno di spiegarvele le idiozie che dite.

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