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Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni

Roma, 8 mar – Generazione di cassa stabile e debito in forte riduzione anche con il crollo nei prezzi del greggio. Sembra un ossimoro, per una società che si occupa di gas e petrolio. Non per Eni, che sotto la guida di Descalzi è riuscita a non soffrire a livello operativo la discesa dei corsi di Brent e Wti e consolidare la propria posizione.



“Quando il petrolio viaggiava a 100-120 dollari, il debito del gruppo Eni ammontava a 19 miliardi. Con il greggio sotto i 50 dollari siamo riusciti a ridurre la nostra esposizione a 11 miliardi. In altre parole, abbiamo dimezzato il debito mentre il prezzo del greggio crollava fin quasi a un terzo“, spiega l’amministratore delegato, intervistato da Il Messaggero. Certo la cessione, a Cassa Depositi e Prestiti, di Saipem, ha permesso di deconsolidare la sua quota-parte di esposizione, ma “tutte le principali compagnie petrolifere nel frattempo hanno accresciuto fortemente il loro debito”, segno che Eni è un’eccezione nel panorama delle grandi.

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“Diciotto mesi fa – spiega ancora Descalzi – c’erano non poche compagnie petrolifere che valevano 30-40 miliardi, ora valgono a malapena 7-8 miliardi. Non esagero se dico che in questo arco di tempo il settore ha visto bruciare mille miliardi di capitalizzazione”. Anche Eni ha sofferto in termini di valori di Borsa, ma questo non ha impedito al Cane a sei zampe di proseguire nella sua crescita operativa: la sorprendente scoperta di gas in Egitto è solo un esempio di un gruppo che mettere a segno continui successi esplorativi, avendo scelto di focalizzarsi sul “core business” a differenza di altri concorrenti che hanno invece tentato di compensare i mancati introiti dall’estrazione con spericolate azioni finanziarie. E la strada tracciata è destinata a pagare sul medio-lungo termine, nonostante le diseconomie di questi mesi. L’ad si mostra comunque ottimista, ma prudente, sulla prevista ripresa dei corsi: “L’Eni ha messo a budget un prezzo medio di 40 dollari per il 2016. Ed è prevedibile, anche grazie al recente accordo tra Russia e Arabia Saudita, che nei prossimi tre anni la stima possa crescere a 50-55 dollari fino a raggiungere 65 dollari nel 2019”.

Filippo Burla

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