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Questo articolo, che analizza lo spostamento dei voti del fu Msi, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2018

La storia della destra istituzionale nella Repubblica italiana è segnata dalla nascita e dalla morte del Movimento sociale italiano. Così come le diverse anime e correnti in seno al Msi hanno dato vita a scissioni e nuovi partiti, a ricongiungimenti e tradimenti, a superamenti e annullamenti. Il tutto sempre nel solco di una destra che in Parlamento è stata dapprima incarnata dal Msi, che raccolse l’eredità della Repubblica sociale italiana e del Manifesto di Verona del 1943, per poi perdere negli anni ogni collegamento, richiamo, continuità ideale con il «Mis» – come tanti l’hanno sempre chiamato in Italia – e quindi con il fascismo di Salò. Per arrivare poi alla brutta copia della destra a stelle e strisce, fondata sul ripudio, lo spergiuro, l’abiura, la damnatio memoriae del Ventennio e della Rsi. Sempre nell’ottica della captatio benevolentiae, nella ricerca del consenso elettorale. Questo è, d’altronde, il core business, potremmo dire, di un partito che vuole governare. Msi compreso.

Esuli in patria

Ma il «Mis» è stato tenuto fuori dal cosiddetto arco costituzionale per decenni, non ha mai governato, a parte una storica eccezione. I parlamentari missini sono serviti in chiave anti-comunista, sono stati utili alla Dc, sono stati determinanti – in due occasioni – per l’elezione del presidente della Repubblica. Ma il partito della fiamma – il cui simbolo, così evocativo e potente, ha attraversato i tempi e gli animi dell’elettorato italiano a pari merito di uno scudo crociato e di una falce e martello – è stato tenuto quasi sempre fuori dai giochi, dalle stanze del potere.

Eppure stiamo parlando di una formazione politica di tutto rispetto, dal nome geniale – pensate alla forza della parola «movimento», ripresa dai grillini, e pensate a quel «sociale» che rimanda a Salò e contraddistinguerà una corrente importante all’interno del Msi, quella della «destra sociale», da cui sono scaturiti partiti e partitini. Stiamo parlando di un partito che, quando si fuse con i monarchici e diede vita al Msi-Destra Nazionale, alle elezioni del 1972 prese l’8,7% dei voti alla Camera e il 9,2% al Senato. Numeri oggi impensabili per il suo ultimo erede diretto, ossia Fratelli d’Italia.

E infatti, con quel successo incredibile del Msi-Dn, già nel 1972 il partito dei magistrati si mise all’opera: la Procura di Milano, richiamandosi alla famigerata XII disposizione transitoria, mise sotto inchiesta Almirante per tentata ricostituzione del Partito fascista. Subito la Camera votò l’autorizzazione a procedere con 484 voti a favore e 60 contrari. L’inchiesta andò avanti il tempo necessario per sgonfiare il consenso elettorale. Le toghe avevano fermato il «pericolo» fascista. Anche in Europa, il Msi-Dn – fieramente atlantista, financo filo-Israele – andò più che bene. Alle europee del 1984 prese il 6,47% e cinque europarlamentari che, insieme con gli eurodeputati del Front National, formarono il Gruppo delle Destre europee all’Europarlamento.

Da Craxi a Fiuggi

Poi il miracolo. Nel 1985 il Msi, in cambio del voto a favore della conversione in legge del decreto di liberalizzazione del mercato televisivo (era premier Bettino Craxi), ottenne per la prima volta un incarico importante, la presidenza di una Giunta, quella delle elezioni alla Camera. Ormai il Msi era sdoganato: Craxi, per la prima volta nella storia repubblicana, ricevette il leader storico missino, Giorgio Almirante, nelle consultazioni di governo.

Quasi 40 anni, insomma, per convincere il Parlamento e le istituzioni – con l’elettorato, viceversa, fu applicato sempre il «doppiopettismo» almirantiano, per non perdere i voti dei nostalgici – che il Msi non era fascista e che quindi poteva essere trattato come gli altri partiti. Almirante, ex repubblichino ma anche maestro nella logica «acchiappa-voti», fu ben felice quindi della nomina di Gianfranco Fini a segretario, nel 1987. Tanto che esclamò: «Nessuno potrà dare del fascista a chi è nato nel dopoguerra».

Fini, dal canto suo, darà prova per tutta la sua lunga carriera politica di essere quanto di più lontano dall’essere fascisti. E, nel dubbio, si è sempre sperticato in condanne del Ventennio, da lui definito «male assoluto». Il Msi-Dn, insomma, era pronto per diventare un moderno partito conservatore, di tradizione cattolica e liberale, nonché liberista in economia. La storia politica italiana, del resto, stava per cambiare. Stava per scendere in campo Silvio Berlusconi, che farà la fortuna di tanti ex missini per quasi vent’anni.

Ma andiamo per ordine. Il politologo Domenico Fisichella parla di lavorare «per una Alleanza Nazionale dove ci potranno essere liberali, repubblicani, cattolici». Il nome del nuovo partito c’è. Poi Francesco Storace, allora portavoce di Fini (e futuro leader della destra sociale), rilancia l’idea di una nuova Alleanza Nazionale, che consumasse le nozze tra missini e destra democristiana. Era deciso. An si presentò alle politiche del 1994 come alleato di Forza Italia al Sud (all’interno della coalizione di centrodestra, guidata da Berlusconi) e non coalizzato al Nord, dove però riuscì a conquistare il collegio maggioritario di Bolzano. Il partito, denominato Msi-An, raggiunse il suo massimo storico (13,47% alla Camera) e i missini, per la prima volta nella storia della Repubblica, entrarono nel governo: ministri furono Giuseppe Tatarella come vicepresidente del Consiglio e ministro delle Telecomunicazioni, Altero Matteoli all’Ambiente e Adriana Poli Bortone all’Agricoltura. Domenico Fisichella alla Cultura e Publio Fiori ai Trasporti, pur eletti con la lista di Msi-An, non provenivano dal «Mis». Erano quindi maturi i tempi per Fiuggi. Nel 1995 il congresso sciolse il Msi-Dn. Si chiudeva un’epoca.

Per Pino Rauti però – l’evoliano di Ordine Nuovo, da sempre animatore di un’altra destra, da sempre contrapposto ad Almirante – era troppo. Per Rauti e i suoi, il fascismo non era di destra, e An invece sì. Per Fiamma Tricolore, l’eredità del Msi – che dal 1951 al 1954, ricordiamo, ha avuto come presidenti Junio Valerio Borghese e Rodolfo Graziani – era stata tradita. Nacque così il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, che l’anno dopo, con il 2,29%, prese un seggio al Senato.

Apice e declino

An intanto andava a gonfie vele. Alle politiche del 1996 raggiunse il suo massimo storico: 15,7%. Era il terzo partito italiano. Alle regionali siciliane divenne addirittura il secondo partito, con 14 deputati regionali su 90, ottenendo la presidenza dell’Assemblea regionale siciliana e tre assessori su 12. Fini però sbaglia tutto alle europee del 1999: si allea con Segni, dà vita all’Elefantino – per somigliare ancor di più ai Repubblicani Usa – e prende una sonora batosta. Nel 2000 si svolgono le elezioni regionali e la Casa delle Libertà vince in otto regioni su quindici, conquistando le più importanti. An piazza due governatori: Giovanni Pace in Abruzzo e soprattutto Francesco Storace nel Lazio. Ma proprio il leader della destra sociale, a causa delle posizioni troppo centriste di An, nel 2007 lascerà il partito per fondare La Destra (dieci anni di vita, mai entrata in Parlamento).

Il resto della storia è noto: An, in balia del Cav, confluirà nel Popolo della Libertà, diluendo fino a far scomparire ogni retaggio con il Msi. Gli ex missini torneranno al governo, sempre grazie a Berlusconi, nel 2008 (Giorgia Meloni, futura leader di Fratelli d’Italia, è il ministro più giovane, alle Politiche giovanili). Fini viene eletto presidente della Camera, per poi litigare definitivamente con il Cav, uscire dal Pdl, fondare l’effimero e insignificante Fli e infine sparire per sempre dalla politica, anche grazie a ignobili vicende personali. Gianni Alemanno, invece, è eletto sindaco di Roma.

La costola destra del Pdl

Nel 2012, la Meloni con Ignazio La Russa e Guido Crosetto, scontenti delle posizioni filo-Monti, escono dal Pdl e danno vita a Fratelli d’Italia. Poi, con l’avvento della Lega di Matteo Salvini e la corsa affannata al bollino blu da sovranista, Fdi, ultimo erede del Msi di Almirante (con tanto di fiamma nel simbolo) – 4,35% alla Camera e 4,26% al Senato alle politiche di marzo 2018 – si schiaccerà su posizioni equivalenti a quelle del Carroccio, restando però fuori dal governo gialloverde. In piccolo è quello che hanno fatto Storace e Alemanno, con il Movimento nazionale per la sovranità. Ma nel frattempo Storace ha già lasciato, con un testamento politico che la dice lunga: «Ha senso mantenere in vita un piccolo movimento che rischia di finire schiacciato tra Fratelli d’Italia e CasaPound o è meglio entrare direttamente, senza pretese, nella Lega di Salvini?». La destra italiana – il cui cammino è stato segnato da scissioni e fusioni in modo speculare alla sinistra meramente comunista – oggi è pienamente rappresentata dalla Lega di Salvini. Anzi da Salvini. Perché la Lega è un po’ come è stato il «Mis»: dipende da chi la guida.

Adolfo Spezzaferro

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