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de-martinoRoma, 6 mag – Esattamente 50 anni fa, il 6 maggio 1965, moriva a Roma l’antropologo e studioso delle religioni Ernesto De Martino, considerato il “Lévi-Strauss italiano” per i suoi studi sulle culture ancestrali del meridione d’Italia. Lavori di alto profilo scientifico, certo, eppure mai disgiunti da quell’intrinseca connotazione politica così tipica delle scienze sociali del secondo dopoguerra, armi predilette per la strategia culturale gramsciana messa in atto dall’estrema sinistra con notevole successo.



Antifascista, iscritto al Pci, in uno sguardo retrospettivo sulla propria opera l’antropologo spiegherà di essersi dedicato allo studio del primitivo spinto dalla “tenace avversione per i fascismi europei”. Questo il De Martino del periodo postbellico.

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L’altro De Martino

Desterà allora stupore in molti appassionati lettori de Il mondo magico o La terra del rimorso la ricostruzione del pensiero demartiniano degli anni ’30, dove di tale “tenace avversione” non sembra in realtà esservi traccia. Anzi.

La ricostruzione ex post di inappuntabili curricula antifascisti non è ovviamente una rarità nella storia di questa nazione. Il caso De Martino, tuttavia, si presenta come particolarmente interessante in quanto, nella vita e nel pensiero del giovane studioso delle religioni, l’ossequio al regime non assume toni di pura formalità esteriore ma si radica nel cuore di quello che Emilio Gentile ha chiamato “il culto del littorio”.

Ernesto De Martino nasce a Napoli il 1 dicembre 1908 dal padre omonimo Ernesto, ingegnere delle Ferrovie dello Stato, e da Gina Jaquinangelo. All’università di Napoli, nel 1932, si laurea con Adolfo Omodeo con una tesi in storia delle religioni. Stringe contatti con Benedetto Croce, Raffaele 220px-Ernesto_De_MartinoPettazzoni e Vittorio Macchioro. Il suo primo libro (Naturalismo e storicismo nell’etnologia) esce nel 1941. Le scarse notizie biografiche relative al periodo anteriore al 1945 (le sue opere maggiori escono nel dopoguerra) finiscono più o meno qui, in genere.

È solo nella cerchia degli specialisti del settore, e non senza un certo imbarazzo, che, invece, circolano ulteriori dettagli sul De Martino degli anni ’30. Vediamo di approfondire, allora. De Martino, abbiamo visto, si laurea nel 1932 con l’antifascista Omodeo. Eppure il suo percorso è tutt’altro che lineare, in questo senso. La sua biografa Giordana Charuty, ad esempio, si dice convinta di poter supporre che “il giovane De Martino aderisce al gruppo napoletano [dei Guf] fin dal suo ingresso all’università, due anni prima di essere reclutato dal Partito, nel 1930”.

Successivamente entrerà anche nella Milizia universitaria. In questo momento il suo sguardo sull’elemento primitivo sembra radicarsi in un più generale interesse per la cultura vitalista del primo ‘900. De Martino legge infatti Schopenhauer e Nietzsche, Bergson e Sorel. Rispetto a quest’ultimo, si appassiona al concetto dello sciopero generale come “mito”: l’uso di questo termine non può non catturare l’attenzione del giovane studioso di storia delle religioni.

In alcune lettere del 1929, De Martino riflette sulla necessità di “imbarbarire” l’Europa al fine di salvarla dalla decadenza, esattamente in linea con le provocazioni lanciate dagli stessi anni dagli ambienti de “Il Selvaggio”. Chi si è occupato di tali aspetti del pensiero demartiniano non ha dubbi: Riccardo Di Donato ha parlato esplicitamente di un “fascismo di sinistra” da parte di De Martino, scrivendo che l’antropologo, negli anni ’30, “è conformista in politica. È fascista, non come tutti, ma, se possibile, un po’ di più […]. Egli è di sinistra, rispetta Giovanni Gentile ma ama Ugo Spirito”. Gennaro Sasso parla invece di “iperfascismo”. Giordana Charuty, dal canto suo, spiega senza mezzi termini che, negli anni del regime, De Martino “si sforza di diventare quello che dopo la guerra verrà chiamato un intellettuale organico”.

Un fascismo “Universale”

Nel 1932, lo studioso delle religioni scrive a “L’Universale” di Berto Ricci, in quel momento in procinto di aprire una redazione napoletana. La lettera – uscita nel numero di agosto-settembre di quell’anno sulla rivista fiorentina – è densa di “mistica fascista” in universalesenso letterale, ovvero di adesione orgogliosamente irrazionale al fascismo come vera e propria “fede”.

Rispondendo a un articolo del “camerata Brocchi” – queste le sue parole – De Martino intende esprimere alcune puntualizzazioni circa “il problema centrale del periodo presente: i rapporti tra fede e spirito”. Spiega l’antropologo: “Si tratta in qualche modo di questo: il liberalismo ha ‘ragione’ e il fascismo ha ‘torto’. Il liberalismo ha, con sé, la civiltà e la tradizione: insomma, la Storia che è storia della libertà; il fascismo non dispone che di un pugno di uomini d’azione, professanti delle ‘dottrine’ apertamente retrive, in evidente soluzione di continuità con questa civiltà e questa tradizione. Ciononostante, pur avendo oscuramente coscienza di ciò, noi siamo fascisti e saremmo pronti a versare fino all’ultima goccia del nostro sangue per la rivoluzione. Quando il pungolo della straordinaria, o meglio diabolica, potenza logica del mondo che noi ci apprestiamo a combattere ci turba fino al punto di convincerci, noi preferiamo ‘non pensare’ come se, in questo momento supremo della nostra fede, l’oblio ci sembrasse caro e desiderabile come una grazia […]. Il fascismo appare talvolta alle coscienze più sensibili come l’espiazione di una colpa misteriosa: una volontà tragica di ribellione più che l’affermazione di programmi precisi”.

Bisogna poi aggiungere che De Martino collaborò ancora con la rivista di Ricci, stavolta con due articoli firmati nel marzo 1934 e nel settembre dello stesso anno. In quest’ultimo caso, l’antropologo fece uscire sul foglio fiorentino un piccolo saggio, Critica e fede, in cui, parlando della differenza tra filosofia e religione, scriveva: “Questo carattere propulsivo della religione, questa sollecitazione entusiastica che deriva dal mito, questa necessità di prolungare subito l’ideale in un’azione conforme, implicano una concezione della vita sostanzialmente illiberale. L’uomo di fede pura è intransigente: chiuso nel suo mito, egli è pronto a scatenare la guerra santa ove qualcuno minacci la saldezza del suo credo”. Seguiva un vivace attacco alla “critica”, intesa come pura facoltà raziocinante, antimitica e scettica, con tanto di riferimento polemico alla crociana “religione della libertà”.

Siamo molto vicini, come si vede, alle tesi della Scuola di mistica fascista, con cui peraltro lo stesso Ricci collaborò. Di contatti diretti di De Martino con l’istituto presieduto da Niccolò Giani non c’è traccia, ma la Scuola non doveva comunque essergli ignota. In un sommario tratteggiato fugacemente all’inizio dell’opera, infatti, De Martino verga sei punti da trattare cui in seguito aggiunge un settimo in cui, spiega Sasso, l’antropologo “citava Mazzini, Julius Evola, il Manifesto realista, la scuola di mistica fascista”. Certo è che De Martino dialogò, esattamente su questi temi, con il gruppo di Ricci e che si confrontò, seppur criticamente, con le tesi dell’altro collaboratore illustre dell’istituto: Julius Evola.

Contro Evola

In un saggio inedito che stiamo per esaminare, De Martino critica il neopaganesimo proposto pochi anni prima dal pensatore tradizionalista con queste parole: “Laddove la Religione civile è già nata, e si tratta soltanto di acquistarne consapevolezza, le varie religioni nazionali s’han da fondare con intervento governativo, o con un libro che si atteggia a Vangelo. In realtà son destinate al evolafallimento, come quelle che, in un’età dominata dallo storicismo, avanzano senza giustificazioni una pretesa antistoricistica”. E ancora: “Dalla considerazione storica della grandezza del Cristianesimo noi passiamo alla constatazione della sua attuale insufficienza religiosa. E proprio dalla giustificazione, in sede storica, di questa religione, noi ricaviamo il carattere necessario e definitivo della sua decadenza attuale. Non è perciò senza fastidio che abbiamo, di recente, sentito lanciare le ingiurie più triviali verso una religione che ha pur salvato durante millenni, e che ora, all’imperialista pagano, apparirebbe nient’altro che un bluff, ora, s’intende, che non salva più”. La polemica, come si vede, si incentra su Imperialismo pagano, il testo del 1928 con cui Evola metteva in guardia il fascismo dal “pericolo eurocristiano”. Gli argomenti di De Martino contro il testo del pensatore tradizionalista sono fortemente influenzati dalla sua matrice idealista gentiliana e, ancor più, crociana. Il cristianesimo, insomma, non va negato o ingiuriato, quanto piuttosto “superato” dialetticamente.

La nuova religione civile

Le citazioni su Evola sono tratte dal Saggio sulla religione civile, fatto circolare dattiloscritto in una cerchia di amici intorno al 1934 e sul quale l’antropologo torna a lavorare fino al 1936 (secondo Sasso per riscrivere il testo alla luce del suo passaggio nei ranghi dell’antifascismo). Il lavoro è assolutamente illuminante circa le idee di De Martino a proposito dei rapporti tra fascismo e religione.mondo magico

Gennaro Sasso, commentando il saggio, ha affermato con chiarezza che è nel fascismo che, “se lo si fosse pensato e vissuto in profondità, la religione civile avrebbe per intero dovuto risolversi”. “Questa che De Martino chiamava ‘religione civile’ – ha spiegato ancora lo studioso – era […] una religione della comunità, e quindi del tutto: con la conseguenza che totalitaria, anzi ‘misticamente’ totalitaria, si richiedeva che fosse la forma statuale capace di adeguarne lo spirito”. Ma lasciamo la parola al giovane antropologo, che senza mezzi termini afferma : “La religione civile è il fascismo, ma essa non potrebbe non essere il fascismo ed essa non potrebbe non essere nata in Italia, nelle forme e nelle modalità che tutti conosciamo. Non perché l’Italia sia veramente la nazione eletta da Dio, le altre, invece, reprobe e maledette nel piano provvidenziale; ma perché l’elezione ci proviene dalla storia, dalla tradizione che è nostra e, in un certo senso, soltanto nostra e non d’altri. Noi non annunziamo – come già il nazionalismo – un primato di razza, una civiltà militaristica, un destino imperiale egoistico e rapace: che allora – se questo fosse il nostro annunzio – dovremmo sempre temere che altri opponga altra razza, altra civiltà, altro destino e non saremmo mai sicuri di noi stessi. Noi annunziamo invece un nuovo contenuto religioso e civile, e, in questo annunzio godiamo di quella certezza d’essere nel vero e nel bene che può derivare soltanto da un primato che non ci appartiene per natura, ma che ci deriva dalla Storia, da un’elezione che non è dono gratuito di Dio ma che procede dalla tradizione, da una verità veramente nostra, il cui possesso si conserva difendendola e aggiornandola giorno dopo giorno”.

Il tono, a tratti oscuro e involuto, ci riporta alla formulazione di una mistica del fascismo universale, autenticamente romana in quanto priva di ristrettezze particolaristiche e naturalistiche, ma allo stesso tempo non più, banalmente e antistoricamente, “pagana”. La Roma cristiana è assimilata e superata, la nuova religione civile essendo desunta quasi dialetticamente dai suoi precedenti cattolici e pagani. A tal proposito l’antropologo, dopo aver distinto tra religioni mondane (come il paganesimo romano) e sopramondane (come il cristianesimo), spiega: “Al presente è possibile trovare una terza direzione in cui possa svolgersi la coscienza religiosa dell’umanità. Dal momento che il cristianesimo è ridotto unicamente a sfruttare la sua forza d’inerzia, è l’ombra di se stesso, il mito del sopramondo non è più attuale, al sopramondo nessuno ci crede più, ed è necessario, tuttavia, è possibile tornare a indirizzarla, questa coscienza, nel primo senso, conservando tuttavia le conquiste realizzate nel secondo senso? Può sorgere una Terza Roma, che sia terza anche idealmente, come momenti separati, rispetto a quella pagana e quella cristiana? Ma è già sorta, è la Roma fascista”.

Il fascismo di pietra

colosseo quadratoLa nuova religione si contraddistingue anche per uno spiccato senso estetico e architettonico, sulla scorta del nesso poi individuato da Emilio Gentile tra “culto del littorio” e “fascismo di pietra”. Spiega De Martino, con parole evocative ma non sempre lineari: “Via dell’Impero io la sento come espressione architettonica, materiale e spirituale insieme, del ciclo cosmico. Tutto ritorna, e al tempo stesso, tutto è irripetibile. Torna il Colosseo? No. C’è qualcosa che torna dello spirito antico nel modo in cui sento oggi l’Altare della Patria: ma intanto, in questo mio stato d’animo d’oggi, c’è qualcosa di più e di meglio dell’esperienza degli antichi. Si badi, di più e di meglio e non soltanto di diverso: che se il periodo naturale produce solo il diverso, quello spirituale, lui solo, il meglio: gli astri che descrivono le loro orbite nel cielo, non migliorano. L’Altare della Patria, come espressione dello spirito, deve essere qualcosa di meglio del Colosseo. L’orbita degli astri non dura: via dell’Impero dura”.

De Martino ribadisce inoltre il carattere marcatamente irrazionale, fideistico, mistico della sua adesione al fascismo: “Nella Religione civile – spiega – perdersi per salvarsi significa questo: bisogna perdersi nella disciplina dei ranghi, fondere la propria volontà con quella del camerata, sentirsi inquadrati nella mortificante squadra di un manipolo per ottenere, su questa terra, la salvezza dell’anima”.

Il Concordato come strategia anticattolica

L’utilizzo di una tale terminologia a carattere marcatamente cattolico, ovviamente, pone la questione dei rapporti tra la religione civile e la religione istituzionale. Argomento, questo, sul quale De Martino è assai radicale ed esplicito: “Io credo che il cattolicesimo romano non possa scomparire d’un tratto, ma certo molto facile sarebbe aiutare la rovina di un edificio che fa acqua da tutte le parti. Io credo, anzi, in un periodo di transizione in cui il cattolicesimo sarà ‘religione tollerata’ e la religione civile quella ufficiale. Comunque al lavoro! Speriamo”.

E ancora: “Lo Stato totalitario è, per necessità, confessionale e anticattolico. Ma quale sarà la sua concordatoconfessione? Perché ne deve avere una. Presto detto: il carattere religioso della politica, l’opera provvidenziale, la religione civile, Dio in terra”. Infine, più esplicitamente ancora: “Tuttavia può accadere che ci sia qualcuno che senta in sé una nuova fede da proferire contro un’altra antichissima ed illanguidita. Cosa farà? Proclamerà subito la Guerra santa, nei modi e nei sistemi che tutti sappiamo? Sarebbe estremamente pericoloso. Piuttosto si ‘accorderà’ con l’altra fede, ma fissando lui le clausole dell’accordo così abilmente da consentire alla nuova di progredire nelle coscienze inesorabilmente, senza arroganti proclamazioni di incompatibilità, anzi con apparenti asserzioni di identità. Nel caso nostro, la curia romana è tanto debole che vuol essere ingannata. Ma sotto altro rispetto quella curia è ancora abbastanza forte da vincerci se volessimo combatterla con altri mezzi se non l’inganno. Inganniamo dunque la curia romana, dopodiché abbiamo un’altra fede da far valere. Gli accordi del Laterano rappresentano – io lo credo fermamente – un episodio di lotta politica per far valere, nei confronti del cattolicesimo romano, la nuova fede della religione civile. A questo patto soltanto la mia coscienza è disposta ad accettarli. Una lettura attenta di quegli accordi, e soprattutto dei discorsi di Mussolini, non può che confermare la mia tesi”.

Intuizioni, speranze, progetti di un altro “mondo magico”.

Adriano Scianca

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