Roma, 29 set – Nel corso di questa rubrica abbiamo avuto modo varie volte di trattare la figura di importanti personaggi della Storia. Patrioti, per lo più. Molti di questi proprio non potevano sopportare l’occupante, fosse esso austriaco, fosse esso borbonico o, addirittura, sabaudo. Anche il papa non era ben visto da tutti: Angelo Brunetti, in particolare, non lo poteva proprio sopportare.

Un ragazzo molto apprezzato

Nato a Roma il 27 settembre 1800, Angelo Brunetti era una persona molto ben accettata nel Rione di Campo Marzio. Era giovane, attento, educato, intelligente, un sedulo lavoratore. Il padre era un maniscalco molto conosciuto, lui un carrettiere. In particolare, trasportava vino ai Castelli Romani fino ad arrivare gestire anche una piccola locanda nel centro della capitale pontificia.

Sangue di Enea Ritter

Angelo Brunetti divenne una persona molto conosciuta ed ammirata per il suo comportamento durante l’epidemia di colera del 1837. Aiutò molti compaesani e coscritti al punto tale da diventare una sorta di eroe rionale. Purtroppo, Brunetti non ebbe mai l’occasione di ottenere una buona istruzione. Il suo romanesco divenne, pertanto, il metodo migliore per guidare i sentimenti popolari che, alla fine degli anni ’40 dell’800, si stavano risvegliando in tutta Italia.

Da sostenitore a rivoluzionario

Inizialmente, Angelo Brunetti fu un grande ammiratore di Papa Pio IX, il papa “liberale”. Lo Stato Pontificio, infatti, sembrava deciso ad ottenere una forma di governo finalmente democratica. Con l’allocuzione del 1848, però, Brunetti abbandonò la sua politica filopapale per abbracciare l’opposta posizione mazziniana. Scoppiata la rivoluzione l’anno successivo, Brunetti presiedette la Repubblica Romana ma l’avventura durò poco. I francesi ne decretarono la fine dell’esistenza dopo pochi mesi di attività. Per Brunetti fu solo l’inizio della fine.

Nel tentativo di scappare, assieme a Garibaldi, a Venezia, Brunetti venne arrestato una volta giunto in Veneto. Il giovane patriota, assieme ad altri colleghi tra cui i suoi giovanissimi figli, venne fucilato il 10 agosto 1849. Finiva così la storia e l’esempio di Ciceruacchio, il soprannome con cui la storia lo conoscerà.

Tommaso Lunardi

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