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Roma, 23 set – Tra gli oltre 13mila sardi caduti per una più grande Italia nella Grande Guerra, una figura particolarmente significativa fu quella del sassarese Annunzio Cervi, protagonista di una breve ma intensa vita di poeta e soldato conclusasi eroicamente sul Monte Grappa.
Annunzio Cervi nacque a Sassari il 6 agosto 1892 da Antonio, insegnante originario di Cividella Alfedena (L’Aquila) e dalla sassarese Costanza Cabras. In seguito si trasferì con la famiglia a Campobasso e poi a Napoli, dove il padre era stato mandato a insegnare nel celebre Liceo Umberto I.
Nel 1908 Cervi si iscrisse alla Facoltà di Lettere di Napoli, dove si laureò e divenne assistente di filologia medievale del professor Michele Kerbaker. Nell’ambiente partenopeo si affermò come uno degli esponenti più brillanti del gruppo poetico avanguardista della rivista La Diana, sulla quale scrivevano autori come Borgese, Di Giacomo, Govoni, Jahier, Onofri, Papini, Soffici e Ungaretti. A Napoli Cervi strinse un importante rapporto di amicizia con il poeta roveretano Lionello Fiumi, fu fondatore della rivista poetica La vela latina e collaborò al Don Marzio e alla Rassegna Critica.
Il Cervi poeta si situa alla confluenza delle correnti poetiche più importanti del suo tempo: il carduccianesimo, crepuscolarismo, il futurismo, le suggestioni dannunziane e i precorrimenti della poetica ungarettiana. Filosoficamente, fu influenzato dall’opera di Friedrich Nietzsche. Espresse la sua creatività anche come autore di partiture musicali. Della sua opera ci restano, oltre al volume di esordio Il toro di Falaride (1914), principalmente due raccolte poetiche uscite postume: Le cadenze d’un monello sardo, uscite sulla rivista La Diana tra il 1915 e il 1918 e raccolte in volume a Napoli nel 1918 (poi ripubblicate nel 1991 e nel 2016), e Le liturgie dell’anima, risalenti al periodo anteriore all’intervento italiano nella Grande Guerra e pubblicate a Lanciano nel 1922. Nel cinquantenario della sua morte (1968) uscì un volume di sue Poesie scelte (1914-1917), grazie all’interessamento della sorella Telesilla e della nipote Romana Itala Romano Laccetti.
Pur giudicato rivedibile alla visita medica militare, fu ammesso all’Accademia Militare di Torino e ottenne di partire volontario per il fronte nel novembre 1915, venendo assegnato prima all’artiglieria e poi ai bombardieri, con i gradi di sottenente e poi di tenente. Ferito al petto e a un piede, venne insignito di due medaglie d’argento e di una di bronzo. Durante la guerra dedicò a Eleonora Duse, con la quale aveva stretto un rapporto di amicizia, del quale ci resta un importante epistolario, un volume di poesie di ispirazione patriottica dal titolo Restiamo bombardieri del Re: parole militari, pubblicato a Treviso nel 1917.
Il Fato volle eternarlo nella sua giovanile eroicità di poeta soldato, chiamandolo prematuramente tra i Martiri d’Italia che perennemente sono rischiarati dalla Luce dei Campi Elisi: il 25 ottobre 1918, mentre già la Vittoria si profilava all’orizzonte con l’offensiva di Vittorio Veneto ed era a portata di mano l’imminente redenzione dei fratelli trentini, giuliani e dalmati, la morte coglieva Annunzio Cervi al Col dell’Orso sul Monte Grappa.
Annunzio Cervi fu degnamente ricordato dalla critica durante tutto il periodo tra le due guerre: di lui scrissero Filippo Tommaso Marinetti (Democrazia futurista, Milano 1919), gli amici Enrico Pappacena (Da Lucifero al Cristo itinerario spirituale di un uomo rinato, Roma 1933) e Lionello Fiumi (Annunzio Cervi, il poeta morto sul Grappa (1892-1918), Fiume 1938), nonché i critici letterali Camillo Pellizzi (Le lettere italiane del nostro secolo, Milano 1929) e Cesare Padovani (Antologia degli scrittori morti in guerra, Firenze 1929).
Nella toponomastica delle nostre città, ad Annunzio Cervi sono dedicate vie a Milano, Roma, L’Aquila, Sassari e Cagliari.

Dopo decenni di oblio, in anni recenti Annunzio Cervi è stato ricordato con un libro della studiosa cagliaritana Valeria Pusceddu (Il monello sardo. Annunzio Cervi, ritratto di un poeta, Cargeghe 2007), pubblicato dalla Biblioteca di Sardegna con il patrocinio della Provincia di Sassari e dei Comuni di Sassari e Cargeghe. All’evento si è interessato anche il quotidiano La Nuova Sardegna di Sassari.
E’ bello concludere questo ricordo di Annunzio Cervi con le parole di una sua lettera del 31 marzo 1918 al futurista Gherardo Marone, suo amico e fondatore della rivista La Diana, che bene esprimono lo spirito ardito e scanzonato del poeta soldato sassarese: “Sono tra le nevi in questa Pasqua che campane non scioglie. Un silenzio cupo di attese bianche. Ma, se urto tedesco ci sarà, noi tutti termopileschi bombardieri. Dimmi delle Cadenze: ché saranno cascate nel buio, immagino. Me ne fotto. L’NN 2701, che termino, è più cerviano: e, se anche esso niente farà dire, peggio per gli imbecilli!”.


Carlo Altoviti

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