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Roma, 14 apr – Durante la calda estate del 1897 nasceva, a Campobasso, Giovanni Romagnoli da Salvatore Romagnoli e Filomena Fortunata. Ancora studente di ragioneria, Romagnoli venne chiamato alle armi nel 1915 per combattere il primo conflitto mondiale.
Nel 1916 venne assegnato al 94° reggimento fanteria dei Bersaglieri “Messina” dove venne promosso a Sottotenente. Di lì ad un anno, il giovane soldato partecipò alla difesa dell’ansa di Zenson di Piave, momentaneamente occupata dagli Austriaci. Qui, Giovanni Romagnoli dimostrò il suo enorme coraggio, infatti “si lanciava all’assalto, alla testa del proprio plotone, affrontava decisamente una mitragliatrice avversaria che ostacolava la conquista di un importante obiettivo, e, lanciando egli stesso bombe a mano, la metteva fuori combattimento, affermandosi poi sulle nuove posizioni”. Questo è ciò che viene riportato sulla medaglia d’argento al valor militare conferitagli.
Nel 1918 scoprì la sua passione per il volo e, assolutamente deciso a diventare pilota, conseguì in pochissimi mesi il brevetto andando a sorvolare l’Albania e combattendo anche nei Balcani.
Nel 1923, all’indomani della formazione della Regia Aeronautica, si arruolò e venne promosso a capitano nel 1926. Alla fine degli anni ’20 Giovanni Romagnoli venne inviato in Libia, in Tripolitania, a controllare eventuali movimenti o rivolte della guerriglia anticoloniale. Il 12 aprile 1929, durante un attacco ad un gruppo molto consistente di ribelli situati nei pressi di Bir Ziden, il velivolo di Romagnoli venne colpito all’elica dalla fucileria avversaria. L’aereo precipitò ma l’intero equipaggio riuscì a salvarsi. Romagnoli, il sergente maggiore Mario Vannini e il motorista Mario Polisini vennero circondati dai ribelli libici.
Il giorno stesso vennero brutalmente trucidati. Nel 1930, Benito Mussolini ed Italo Balbo conferirono la medaglia d’oro al giovane aviatore di Campobasso, attaccandola al petto della vedova di Giovanni. La medaglia recita: “Capitano pilota, comandante di una squadriglia di nuova formazione dislocata nella Sirtica, ne ottenne in breve tempo una magnifica preparazione materiale e morale, trascinandola poi con l’esempio e l’entusiasmo alle più ardite imprese durante un ciclo intenso di attività di guerra. Il giorno 12 aprile 1929, la fucileria avversaria colpiva il suo apparecchio e lo costringeva a discendere lontano da ogni sperabile soccorso (Bir Ziden). Rapidamente circondato da preponderanti forze, rispondeva alle intimazioni di resa, incitando i compagni di equipaggio all’estrema difesa ed egli, per primo, ne dava l’esempio, riuscendo in impari lotta ad infliggere al nemico sensibili perdite sino a che esaurite le munizioni veniva sopraffatto e catturato. Tempra romana di soldato e di comandante, sopportava con fierezza, al grido di “Viva l’Italia”, gli oltraggi della barbara ferocia dei ribelli sino al sacrificio della giovane vita”.
Nel deserto di Libia ancora riecheggia l’urlo di Romagnoli a rivendicare la sua figura, il suo esempio, le sue immortali gesta.
Tommaso Lunardi

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