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Roma, 14 apr – Tra le quattro tribù di cui si componeva la confederazione sannitica (Pentri, Caraceni, Caudini, Irpini), quella degli Irpini disponeva del maggiore territorio e forse della popolazione più numerosa. Dal territorio dei Monti Irpini fino ai declivi della Daunia, nelle valli dei fiumi Cervaro, Ofanto, Calore e Sabato, abitava questo popolo. Il fiume Tammaro lo separava dai Pentri e i monti Cerviano e Marzalto dai Lucani. A sud, punto di accesso all’Irpinia era Venosa, tra le pendici del Vulture e dell’Ofanto. Per lo studio dei Sanniti in generale e degli Irpini in particolare, oltre alle ampie testimonianze riportate nelle fonti classiche e nelle opere storiografiche sulla storia romana, un indispensabile punto di riferimento è costituito dal fondamentale studio del britannico Edward T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, pubblicato in Italia da Einaudi.
L’etnogenesi degli Irpini risale a un Ver Sacrum (primavera sacra), cioè a una migrazione sacra di tutti i giovani nati in un anno, indetta per trovare nuove sedi per sé e per gli Dei nazionali. Il Ver sacrum fu lo strumento sociale e religioso per mezzo del quale gli Indoeuropei Italici popolarono l’intera penisola. Dai Sabini, ubicati intorno al lago di Cotilia nel reatino, area giustamente definita Umbilicus Italiae, si staccarono infatti i Piceni, guidati dal picchio sacro a Picus, i Sanniti, guidati dal toro, e da questi i Caudini guidati dal cinghiale. Gli Irpini, guidati da un lupo, si staccarono dai Sanniti, nella valle del Sangro, per procedere ancora più a sud.  Si può infatti leggere in Strabone: «Seguono gli Irpini, anch’essi Sanniti; il loro nome lo ebbero da un lupo che fu loro guida nel venire ad abitare questa regione, poiché i Sanniti chiamano il lupo Hirpus». Riscontri della derivazione degli Irpini dai Sabini (per tramite dei Sanniti) si trovano anche nella comune pratica dell’inumazione dei defunti e nella toponomastica (per esempio, il toponimo di Savignano Irpino).
Nel territorio irpino, come risulta dalla necropoli di Madonna delle Grazie presso l’antica Aeclanum, vivevano in età eneolitica (età del Rame, III millennio a.C.) genti praticanti l’inumazione, che seppellivano i cadaveri in posizione rannicchiata. In quella necropoli eneolitica, contiene i resti di un cane, delle brocche e diverse armi (pugnali, un’ascia, etc.). A Isca del Pero di Castel Baronia si è trovata una tomba del 3.000 a.C.,  con il defunto sepolto in posizione rannicchiata.
All’arrivo degli Irpini nel territorio che prese il loro nome, in un’età imprecisata nella prima metà del primo millennio a.C., la popolazione preesistente doveva essere molto scarsa. Infatti nella società sannita era pressocchè assente l’istituzione della schiavitù, il che lascia pensare che quasi tutta la popolazione dovesse condividere ma stessa origine etnica.
Cicerone considerava i Sanniti un popolo capace di pensiero politico, come  del resto può confermare l’esame delle loro istituzioni. L’Irpinia era politicamente una Repubblica e le cariche erano elettive. Ma un ruolo notevole era esercitato dalle famiglie aristocratiche: si pensi che nel 90 a.C. la famiglia irpina dei Magi, da sola, potè arruolare un esercito nella guerra sociale che contrappose gli Italici a Roma. Il Touto (popolo, tribù; termine di origine indoeuropea che trova corrispondenze nel celtico e nel germanico) irpino faceva parte della confederazione sannitica, insieme agli altri tre Touto di Pentri, Caraceni e Caudini. A capo di ogni Touto stava un Meddix Tuticus, eletto annualmente come capo religioso, militare e amministrativo del Touto. La sede del Meddix irpino era probabilmente in età antica Aequum Tuticum (nei pressi dell’odierna Ariano Irpino), come lascia trasparire anche lo stesso nome, mentre in età più recente la capitale irpina deve essere stata Maleventum (l’odierna Benevento). Altre istituzioni del Touto erano il Senato e il Kombennio o Komparakio (assemblea popolare). L’unità amministrativa locale era il Pagus Questo era un distretto con competenze sociali, agricole e religiose. In Irpinia se ne trova traccia nel Pagus Meflanus assegnato ai Ligures Baebiani e Corneliani (deportati dalla Lunigiana dopo essere stati sconfitti dai Romani nel 180 a.C.) e nel Pagus Aequanus diviso tra Beneventum e i Ligures Baebiani. Il Pagus poteva comprendere unità inferiori come Vici, Oppida e Castella.
La lingua sannitica parlata dagli Irpini era tipicamente indoeuropea di cepppo italico. In tutta l’Italia a sud del Liri e del Sangro si parlava l’osco, lingua del gruppo umbro-sabellico assai vicina al latino, che si scriveva con un alfabeto derivato da quello etrusco. Anche la religione sannitica era tipicamente indoeuropea e italica: quanto si sa di essa ci viene dalla tavoletta di Agnone (conservata al British Museum di Londra) e dalle testimonianze dei classici. Essa era assai vicina a quella dei Romani: prevedeva il Ver Sacrum, i collegi sacerdotali dei Feziali e degli Auguri, mentre le divinità erano più o meno quelle dei Romani e degli altri Italici: Jupiter, Mamers (Marte), Hercules, Kerres (Cerere), Flora. Una divinità tipica degli Irpini era Mefite, legata alle acque, alle sorgenti e in particolare alle esalazioni sulfuree provenienti da esse.   Il culto di Mefite è attestato in Irpinia a Casalbore, Frigento e soprattutto presso Rocca San Felice nella Valle d’Ansanto, dove esisteva il Lacus Ampsancti attestato nell’Eneide di Virgilio e nella Naturalis Historia di Plinio.
Una città irpina molto importante era Aequum Tuticum, crocevia di traffici fino all’età imperiale. L’area archeologica si trova oggi 8 km a nord-est di Ariano Irpino, in contrada Sant’Eleuterio. Il nome di Aequum Tuticum è attestato, oltre che presso gli storici romani, da varie fonti epigrafiche. Una pietra miliare di età dioclezianea collocata sulla via Erculea (che collegava l’odierno Abruzzo alla Lucania passando da Aequum Tuticum) indica la distanza di 8 miglia da Aequum Tuticum e di 83 miglia dalla pentra Aufidena. Altre città irpine erano Compsa, Aeclanum, Luceria (che gli Irpini posero sotto il proprio controllo nella metà del IV sec. a.C.), Venusia, Abellinum (l’odierna Atripalda, nei pressi di Avellino), Maleventum e Trevicum, che a 1.100 metri di altezza era il più elevato centro irpino.
Silio Italico afferma che gli Irpini ricavavano il loro sostentamento anche dalla caccia, ma la loro terra era ed è tutt’ora fertile e dona abbondanti raccolti di cereali. Ancora oggi ai cereali è dedicata la fiera di Frigento nei pressi dell’antica Aeclanum. Molto praticate non solo in territorio irpino, ma nell’intero Sannio, erano la pastorizia e la transumanza. L’artigianato consisteva nella tessitura, cui erano dedite le donne, nella cera mistica e nella metallurgia, quest’ultima particolarmente sviluppata per la produzione di armi. Fino alla guerra sociale i Sanniti non stamparono monete, usando quelle dei popoli vicini e ricorrendo frequentemente al baratto.
Gli Irpini presero parte, come membri della confederazione sannitica, alle tre guerre contro i Romani del 343-341 a.C., 327-304 a.C. e 298-290 a.C. Tito Livio menziona esplicitamente la loro partecipazione a queste guerre e lo svolgimento di diverse battaglie sul loro territorio. Nel 321 a.C., la disfatta dei consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino a Caudium, per opera del condottiero caudino Gavio Ponzio, fu originata dal disegno dei Romani di avanzare sulla città irpina di Maleventum, il che li indusse ad addentrarsi nell’infida gola delle Forche Caudine dove furono sorpresi. Nel corso della terza guerra sannitica (298-290 a.C.), già nel 297 i Romani distrussero dei villaggi presso l’abitato irpino di Romulea, nel territorio dell’odierna Castel Baronia. Dopo la grande Battaglia delle Nazioni del 295 a.C., la decisiva sconfitta della sannitica Legio Linteata, reparto sacro giurato del loro esercito, avvenne presso l’irpina Aquilonia nel 293 a.C. Gli Irpini subirono un’altra sconfitta per opera del console Postumio Megello e dovettero chiedere la pace. A Venusia si stabilirono 20.000 coloni latini, la più grande colonia di diritto latino che si ricordi. In quell’occasione si prolungò la via Appia, che portava da Roma a Capua, fino a Venusia, attraverso Maleventum ed Aeclanum.
Carlo Altoviti
 

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