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Roma, 8 set – Il paesino di Meduno è un piccolo agglomerato di 1550 abitanti nel centro del Friuli -Venezia Giulia. Anche se così apparentemente infimo, a lungo Meduno è stato al centro degli studi degli storici per un moto rivoluzionario di secondaria importanza ma, comunque, molto rilevante per quanto riguarda il risorgimento friulano. I moti di Navarons del 1864 furono, infatti, sostanzialmente i primi tentativi di rivolta dall’oppressore asburgico da parte della popolazione del nord – est. A comandare questa insurrezione fu Giovanni Battista Cella.
UN CACCIATORE DELLE ALPI
Il 5 settembre 1837 nacque, ad Udine, Giovanni Battista Cella, figlio di Giorgio e Anna Fucci, entrambi di origine carnica. Dopo essersi laureato in legge a Padova, Cella conobbe gli ideali repubblicani e risorgimentali nell’ambiente mazziniano padovano. Per questo motivo si arruolò, nel 1859, con il corpo dei Cacciatori delle Alpi e vi rimase fino alla sua dissoluzione. Partito con i Mille, sbarcò a Marsala e combatté sul Volturno con il grado di sottotenente. Iscritto al Partito d’Azione, Cella si distinse sull’Aspromonte al fianco di Garibaldi ma, dopo tale impresa, si rifugiò come profugo politico a Torino per poi tornare a Udine fingendo di essersi pentito delle sue azioni sovversive. In realtà, il garibaldino altro non aspettava se non di riprendere le attività clandestine.
LA MANCATA INSURREZIONE
Con l’aiuto di altri patrioti, Giovanni Battista Cella riuscì a raccogliere circa 40 soldati pronti a rivoltarsi al dominio austriaco. La popolazione friulana e le autorità italiane non aiutarono i rivoltosi, considerando il moto già fallito in partenza per le scarse adesioni. Il patriota friulano non si diede per vinto e, anzi, diede inizio lo stesso alla rivolta partendo da Navarons e attaccando Spilimbergo e Maniago dove riparavano gli austriaci. I soldati sventolarono il tricolore italiano ad Osoppo, a Venzone e a Moggio in attesa dell’arrivo di altre truppe da Milano. Truppe che non arriveranno mai. I soldati austriaci sopprimeranno la rivolta nel sangue e costringeranno Cella e i suoi colleghi a riparare nel Regno d’Italia. Finiva così tragicamente il primo vero tentativo di ribellione del Friuli – Venezia Giulia.
UNA VITA IN PRIMA LINEA
A Bologna, Cella non si diede per vinto, anzi. Volle tentare una nuova insurrezione ma, questa volta, approfittando dell’imminente offensiva italo – prussiana in terra austriaca. Per questo Cella si arruolò con il corpo dei Bersaglieri e, dal milanese, guidò l’attacco verso il Veneto. Nella Storia, Giovanni Battista Cella fu il primo italiano a varcare il confine del Regno durante la Terza Guerra d’Indipendenza. Nel Cadore i rivoltosi, in contemporanea, aizzarono la folla contro gli Asburgo scatenando un’insurrezione. Durante la battaglia di Ponte Caffaro, Cella si districò magistralmente tra i nemici. In un corpo a corpo, però, con un generale boemo, il soldato venne ferito da un colpo di sciabola in uno scontro che, a detta di molti, fu davvero epico. Durante la convalescenza, il friulano ricevette una lettera da Garibaldi nella quale possiamo leggere: “Mio caro Cella, in tutte le circostanze voi sarete sempre un valorosissimo e tale foste al Caffaro, nuova gloria per le armi italiane. Vi raccomando caldamente di aver cura della vostra salute, perché tra breve avremo bisogno di voi. Vostro per la vita. G. Garibaldi”.
Dopo aver tentato l’impresa di conquistare Roma sempre al fianco di Garibaldi, Cella si ritirò a vita privata lavorando come consigliere comunale nella sua Udine. Gli affari del patriota iniziarono ad andare male oltre ad una giunta politica che iniziava a sfiduciare l’eroe di Navarons. In preda ad una crisi di nervi, Cella si puntò la pistola alla testa e si tolse la vita il 16 novembre 1879.
Tommaso Lunardi

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