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Roma, 11 nov – Ariano del Polesine è un piccolo paese in provincia di Rovigo al confine con Ferrara. Eppure, un paese così piccolo e di frontiera conta, tra i suoi patrioti, un nome assolutamente sconosciuto, quello di João Turolla.
LA PREPARAZIONE DELL’EROE
João nacque nel paesino rodigino il 26 luglio 1915 da Primo e da Annunciata Fruggeri. Dopo aver terminato gli studi superiori al liceo ginnasio “Bocchi” di Adria, il giovane si apprestò agli studi di legge frequentando la facoltà di Giurisprudenza nella lontana Padova. Il 26 giugno 1935, all’età di vent’anni, Turolla venne arruolato nel Regio Esercito seppur in ritardo in quanto studente universitario. Nel 1936 venne spostato a Cuneo per seguire il corso allievi ufficiali alla scuola di artiglieri alpina uscendone nel 1937 con il grado di aspirante ufficiale di artiglieria. João Turolla venne affidato alla 13° batteria del 3° reggimento artiglieria alpina di stanza ad Udine.
IN ALBANIA CON LA JULIA
Il soldato rodigino venne congedato nel 1938 ma, il 5 aprile 1939, fu richiamato alle armi. La Germania aveva appena invaso i Sudeti e l’Italia doveva assolutamente porre dominio su di un altro Paese per non essere da meno. Il paese in questione era l’Epiro, l’attuale Albania. João Turolla venne affidato alla famosa Julia con la quale occupò il territorio albanese e vi si insediò fino al 1940. Il 28 ottobre di quell’anno, infatti, Turolla partecipò all’invasione della Grecia partendo dalle basi italiane poste al confine con l’Ellade. Durante una pesante offensiva greca, si sacrificò gettandosi contro i nemici e salvando la vita a buona parte del suo reparto.
In suo onore, l’università patavina gli conferì la laurea honoris causa in giurisprudenza, mentre una medaglia d’oro al valor militare celebrò il suo esempio con le seguenti parole: “Ufficiale di una batteria alpina, in un seguito di numerosi ed aspri combattimenti dava fulgide prove delle più alte virtù militari. Più volte volontario in compiti rischiosi, li portava a compimento con ardimento e perizia. Accerchiato il suo gruppo da preponderanti forze avversarie, si portava decisamente su una posizione dominante, battuta da fuoco micidiale, per effettuare con una mitragliatrice una più strenua difesa delle batterie. Gravemente ferito e conscio della fine imminente, continuava a tener vivo nei suoi dipendenti l’ardore combattivo e la fede nella Vittoria, finché si abbatteva da eroe sull’arma con cui aveva fatto fuoco fino all’ultimo istante”.
Tommaso Lunardi

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