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Roma, 11 nov – La presenza di comunità italiane in Crimea e Ucraina ha origini antichissime, risalenti addirittura all’impero romano fino ad arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia. Questi accenni storici rappresentano un’importante testimonianza dell’instaurazione di un incessante dialogo culturale e commerciale tra Stati. Tuttavia, occorre focalizzare l’attenzione su determinati eventi storico-politici del XIX e XX secolo, che hanno interessato la comunità italiana di Kerch (Ucraina), ultimo avamposto orientale della Crimea prima di entrare in territorio russo.
Sorge spontaneo chiedersi il motivo per cui in Ucraina si trovasse una radicata comunità di Italiani, ebbene dal 1830 al 1870 giunsero in Crimea, nel territorio di Kerch, ben due flussi migratori provenienti dall’Italia (principalmente dalle regioni Puglia, Campania, Liguria e Veneto). Migliaia di connazionali giunsero in Ucraina allettati dall’idea di poter trovare una nuova realtà professionale, soprattutto nel settore agrario e marittimo.
Sembra dunque che, per tutta la seconda metà dell’800 fino ai primi del 900, si fosse instaurato un felice equilibrio, e che la comunità italiana oltre ad essere molto utile nei settori produttivi sopra indicati, convivesse decisamente bene con la popolazione locale, pur mantenendo la propria dignità di minoranza etno-culturale. Basti pensare che a Kerch nel 1840, gli italiani costruirono una chiesa cattolica romana (detta ancora oggi la “Chiesa degli italiani”). Nel 1920 la chiesa di Kerch ebbe un parroco italiano, vennero costruite una scuola elementare e una biblioteca, ed in quel periodo il giornale locale pubblicava regolarmente articoli in lingua Italiana.
Durante la prima metà del ‘900 gli equilibri politico-economici internazionali iniziarono a mutare. Mussolini dopo il successo alle elezioni politiche del 1924, avviò il consolidamento del proprio esecutivo, mentre pochi anni dopo salì al potere l’artefice del primo stato socialista del mondo: Stalin.
In modo consequenziale si formarono due blocchi ideologico-politici: la Russia comunista e l’Italia fascista. Purtroppo “tra i due fuochi” si trovava la comunità italiana di Kerch e su di essa (facile bersaglio dal punto di vista geopolitico), verso la fine degli anni venti, si abbatté la furia di Stalin.
Dei crimini di Stalin molto si è scritto, tuttora vengono analizzati e sicuramente ne discuteranno i posteri, poiché egli si è reso responsabile dello sterminio di tedeschi, greci, armeni, romeni, bulgari, ebrei e tatari. La storiografia tende a ricordare tutti questi popoli tranne noi italiani, perché il nostro sterminio, la nostra deportazione, il nostro sacrificio sembrano avvolti da un’ombra di indifferenza e viltà.
Migliaia di persone, migliaia di fratelli italiani furono caricati sui treni, e dopo estenuanti viaggi (sino alle steppe dell’Asia Orientale), costretti ai lavori forzati. Questa sistematica pulizia etnica si consumò fino alla morte di Stalin (1953), solo allora i pochi sopravvissuti iniziarono a tornare in Crimea.
Ogni passo da Kerch al Kazakistan copre la fossa di un italiano, una fossa solo immaginaria perché i nostri morti non hanno nemmeno una lapide su cui posare un fiore, e Dio solo sa dove i loro corpi, vilipesi dal nemico e dalla storia, possano trovarsi. I nostri morti tornano a vivere grazie alle rimembranze dei pochissimi sopravvissuti e grazie ai loro discendenti, i quali sentendosi più che mai italiani, vogliono onorare i loro avi. Gli unici mezzi di cui i circa 300 (dei 3000 iniziali) italiani rimasti dispongono, sono l’immensa forza dei ricordi e la voglia di far risorgere la comunità Italiana in memoria dei loro martiri.
Il loro dolore riecheggia in un sordo cono d’ombra che cerca di occultare le atrocità subite dagli Italiani di Crimea. Se ai nostri morti è riconferita una dignità ed una Patria in cui posare la loro lapide, il merito va a chi studia, a chi ricorda, a chi non ignora, a chi rispetta questo delicatissimo periodo storico.
Ad una disgrazia consumatasi dagli anni ’30 agli anni ’50 del 900, si aggiunge il dramma di una sterile classe politica che nulla fece e nulla sta facendo per salvare l’onore dei defunti.
Sembra difficile comprendere come a distanza di così tanto tempo, nessuno voglia assumersi la responsabilità politica e morale di concedere almeno la cittadinanza italiana ai nostri morti, purtroppo abbandonati nell’oblio dell’indifferenza.
Francesco Arcari