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Roma, 5 mag – Ad Arcole, sulla casa natale di Giovanni Padovani, troviamo un’iscrizione che rende omaggio al suo sacrificio in terra d’Africa. A Tobruk, infatti, moltissimi soldati italiani persero la vita.

Il ragioniere

Giovanni Padovani nacque ad Arcole in provincia di Verona nel 1905 da una famiglia agiata di lavoratori in banca. Per questo motivo, studiò ragioneria e trovò lavoro come il padre presso la Cassa di risparmio del capoluogo veronese. La passione per il lavoro in banca, però, non era l’unico amore che Padovani nutriva; il forte nazionalismo e l’amor di Patria lo convinsero, appena compiuti i diciannove anni, ad arruolarsi tra le fila del Regio Esercito. Dopo aver frequentato i corsi per diventare allievo ufficiale, Giovanni Padovani venne affidato al 4° Reggimento Bersaglieri con il grado di sottotenente.

Tra il 1933 ed il 1935 ottenne il grado di tenente ma, nonostante l’infuriare della guerra in Etiopia, venne congedato fino al 1939 quando le relazioni diplomatiche erano giunte ad un punto di rottura. Poco prima dello scoppio della guerra, il 1° aprile 1939 venne affidato all’8° Reggimento Bersaglieri con il grado di aiutante maggiore. Il suo servizio molto ben svolto venne premiato con il comando della 9° Compagnia con la quale partì per il fronte francese nel 1940.

Dalla Francia alla morte in Africa

Padovani guidò i suoi compagni alla conquista di Mentone e di altri centri limitrofi al confine italiano entro il contesto della Battaglia delle Alpi Occidentali. Il 22 gennaio 1941, dimostrato il proprio valore tra le montagne italiane, Padovani partì per un territorio opposto ma comunque impervio: l’Africa.

Padovani venne affidato alla 132° Divisione Corazzata “Ariete” con la quale combatté a Tobruk. Il 3 maggio 1941 venne ucciso in combattimento dai soldati inglesi. Per il suo ardore gli venne assegnato, postumo, il titolo di capitano e gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare in quanto: “Comandante di una compagnia bersaglieri, nel corso di operazioni di assedio e di attacco contro una munita piazzaforte, dava luminose prove di audacia e di valore personale. Primo tra i primi, con impetuosa e travolgente azione, conquistava al nemico due ridotte, strenuamente difese. In un successivo contrattacco, sferrato di notte dall’avversario con inaudita violenza di fuoco e con preponderanti forze blindate e di fanteria, veniva ferito ad un gamba, mentre incitava i dipendenti alla resistenza su una posizione avanzata particolarmente colpita e minacciata. Con fierezza d’animo rifiutava ogni soccorso e dava la precedenza ad un collega anch’esso ferito. Conscio della grave situazione, delineatasi per effetto delle perdite subite dal suo reparto, con fiera decisione e sprezzo del pericolo si trascinava ove più ferveva la lotta, incitando i superstiti alla resistenza ad oltranza. Nel generoso tentativo di scagliare contro gli aggressori l’ultima sua bomba a mano, cadeva da prode ripetutamente colpito da arma bianca. Fulgido esempio di eroismo, di sublime virtù militare e di cosciente sacrificio”.

Tommaso Lunardi

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