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Roma, 5 mag – La Repubblica Dominicana nasce da una storia di scontri travagliati che prendono il via fin dal XVIII secolo. Dopo l’occupazione francese (1801), quella spagnola (1808) e quella di Haiti (1822) i ottengono l’agognata indipendenza nel 1844, grazie ad una sollevazione popolare guidata da Juan Pablo Duarte: pensatore liberale e democratico.

Quando nel 1861 il presidente Santana firma un trattato di riammissione alla Spagna, il popolo e i militari iniziano la guerra di restaurazione che si conclude due anni più tardi con una nuova e piena indipendenza.

Gli Usa sempre più pressanti

La Repubblica Dominicana vede un susseguirsi di presidenti democraticamente eletti ma il debito estero nei confronti degli Usa cresce sempre di più, tanto che nel 1905 questi assumono il controllo doganale della Repubblica finendo per impoverirla ulteriormente. Iniziano già l’anno successivo una serie di rivolte e conflitti interni con vari colpi di stato che portano nel 1914 il presidente americano Wilson a lanciare un ultimatum alle fazioni in lotta: se non avessero trovato un accordo sarebbero stati gli Stati Uniti ad imporne uno.

Già nei primi del ‘900 possiamo quindi notare l’affermarsi di una politica estera statunitense che prosegue ancora oggi: imporre la propria influenza su stati sovrani al fine di ottenere o mantenere un profitto economico.

Nell’aprile del 1916 Desiderio Arias, generale estremamente popolare tra le truppe e i cittadini, prende il potere con un colpo di stato sottraendolo al presidente Pereya, fantoccio del governo Usa. Per gli americani è il pretesto perfetto.

Lo sbarco

Il 5 maggio il corpo dei marines sbarca sull’isola ed in soli due mesi riesce a prenderne il controllo. Immediatamente viene instaurato un governo militare al comando del retro ammiraglio americano Knapp. Il governo d’occupazione crea strade di collegamento in tutte le regioni al fine di migliorare gli spostamenti dell’esercito e riesce a diminuire notevolmente il debito estero dominicano. Tutto ciò ovviamente a spese della popolazione.

I domenicani non accettano passivamente le ingerenze americane: in tutto il paese la popolazione non vede di buon occhio la perdita della sovranità nazionale. Nella zona orientale della Repubblica nasce un movimento di guerriglia e resistenza: i gavilleros.

Forti del sostegno della popolazione e di una migliore conoscenza del territorio, i gavilleros combattono contro gli occupanti statunitensi dal 1917 fino al 1921, anno in cui vengono definitivamente annientati dalla immensa superiorità militare americana.

Dopo la fine della prima guerra mondiale però, l’opinione pubblica americana inizia a chiedere la fine dell’occupazione. Nel 1921 gli Usa propongono un accordo per il ritiro dei marines. Questo accordo prevede un ulteriore prestito di 2,5 milioni per le opere pubbliche, l’accettazione di agenti statunitensi nella forza di polizia locale ed infine lo svolgimento di nuove elezioni sotto la supervisione di Washington.

Un accordo così invadente non può che infastidire il popolo dominicano che ne invoca il rifiuto a gran voce. I leader moderati tuttavia lo prendono come base per delle trattative che finiscono l’anno successivo con un paese ancora sotto scacco Usa.

Elezioni “libere”

Le prime elezioni democratiche (sotto la supervisione statunitense) avvengono nel 1924 con l’elezione dell’ennesimo presidente collaboratore degli americani: Horacio Lajara.

Pur ritirandosi, gli Usa mantengono il controllo della Repubblica Dominicana, e lo conservano più o meno indirettamente fino al 1978, col successo elettorale del Partito Rivoluzionario Dominicano (sinistra nazionale). Già nel 1961 questo partito aveva vinto le elezioni, ma una seconda occupazione militare statunitense giunge puntuale a reprimerlo.

Marco Scarsini

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