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Roma, 1 giu – Abbiamo avuto modo già la scorsa settimana di prendere in esame la storia di un Carabiniere, Alfredo Serranti, caduto in terra d’Africa. Anche Mario Ghisleni subì la stessa sorte dimostrano un esempio imparagonabile di fedeltà all’Arma e alla propria divisa.

Carabiniere nel sangue

Siamo nel 1927 a Bergamo. Il ventenne Mario Ghisleni ha appena compilato il modulo di iscrizione come volontario presso la Legione Allievi Carabinieri di Torino. Lui che era nato il 27 maggio di 20 anni prima, decise, in quell’atto di amore verso la propria città e verso la propria Nazione, di mettere a disposizione la propria vita per la difesa della sua gente. Dopo 3 anni di servizio, tuttavia, Ghisleni venne congedato e si dedicò al lavoro di controllore sulla linea tramviaria della sua Bergamo.

La sua leggenda iniziò nel 1935.

Il trasferimento in Africa

A metà degli anni ’30 scoppiò in Etiopia la guerra di conquista da parte dell’Italia. Mario Ghisleni venne chiamato al servizio e fu lui stesso a chiedere di essere posto in Africa Orientale, in zona di guerra. Una volta giunto a Mogadiscio, in Somalia, Ghisleni entrò a far parte della 3° banda autocarrata. Nel 1936 fu protagonista della vittoria italiana a Gunu Gadu conducendo la propria banda alla vittoria contro i nemici.

Il 24 aprile dello stesso anno, tuttavia, il giovane soldato ed i suoi compagni vennero colpiti dal fuoco nemico. I soldati etiopi ed i loro alleati, infatti, si erano nascosti in buche sotto le radici degli alberi. Una pallottola colpì Mario Ghisleni ad una gamba e lo fece stramazzare al suolo. Non volle abbandonare il campo di battaglia e, tra urla e lacrime, fu portato di forza sulla nave ospedale Gradisca. L’infezione, purtroppo, si propagò velocemente ed il valoroso carabiniere trovò la morte il 28 maggio del 1936.

In suo onore gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Durante un violento combattimento precedeva i compagni all’attacco di munite postazioni nemiche dando prova di sereno coraggio, sprezzo del pericolo e slancio non comune. Ferito gravemente alla gamba sinistra, continuava a sparare contro l’avversario fino a che le aggravate condizioni della ferita lo costringevano ad allontanarsi. Nonostante le cure mediche apprestategli, sentendosi prossimo alla fine, in pieno possesso delle sue facoltà mentali, dichiarava di essere orgoglioso di immolare la sua vita per la Patria. Rivolgeva il suo pensiero alla famiglia esprimendo la speranza che i suoi figli fossero sempre degni di lui“.

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