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Roma, 1 giu – «Quando Pavarotti canta, il sole si alza sul mondo», queste poche parole pronunciate da Carlos Kleiber, celebre direttore d’orchestra, bastano per rendere l’idea dello straordinario talento di uno dei più grandi tenori italiani. Quel talento che il pubblico italiano potrà riscoprire nei cinema, il 28, 29 e 30 ottobre, grazie al documentario – evento intitolato proprio “Pavarotti”.



Il film, diretto da Ron Howard, già regista di famosi lungometraggi come A Beautiful Mind, Il Codice Da Vinci, Rush, regala agli spettatori un ritratto intimo e sincero del cantante lirico di Modena arricchito dalle tante testimonianze di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere e lavorare insieme a “Big Luciano”: così era chiamato affettuosamente dal pubblico straniero.

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Bono Vox, cantante degli U2, grande amico di Luciano Pavarotti, a proposito di quest’ultimo ha detto: «Tutta la sua vita sembrava entrare nella performance», giudizio certamente appropriato se si considera la vita gloriosa che ha avuto l’artista, nato da una famiglia molto umile. Il padre, Fernando Pavarotti, fornaio e cantante lirico dilettante faceva parte di una piccola associazione di coristi non professionisti di Modena: la “Corale Gioacchino Rossini”; fu proprio lui a trasmettere al figlio la passione per la musica operistica.

Le prime esibizioni del giovane Pavarotti, insieme al padre, si tennero, durante i matrimoni, innanzi al pubblico degli invitati e fu esattamente allora che Fernando si rese conto delle eccelse doti canore di Luciano. Nonostante la straordinaria predisposizione al canto, il giovane Pavarotti, inizialmente, decise di non dedicarsi a tempo pieno alla carriera musicale, preferendo invece studiare per diventare insegnante di educazione fisica. Tuttavia non smise mai di dedicarsi al canto e furono preziose le lezioni ricevute dai due suoi più «unici e onorati maestri»: Arrigo Pola e Ettore Campogalliani.

Il primo riconoscimento personale, avvenuto nel 1961 in occasione del Concorso Internazionale Achille Peri, aprì a Luciano Pavarotti la porta dei grandi palcoscenici: il 29 aprile 1961, fresco vincitore del suddetto concorso, infatti, interpretò il ruolo di Rodolfo ne la bohème di Puccini presso il Teatro Municipale di Reggio Emilia. Fu l’inizio di una carriera straordinaria che lo spinse a varcare i confini dell’Italia per esibirsi in tutto il mondo, dalla Royal Opera House di Covent Garden a Londra, alla San Francisco Opera negli Stati Uniti. Proprio il pubblico americano gli tributò il più grande omaggio quando, al Metropolitan Opera House di New York, in occasione dell’esecuzione dell’opera La Fille du Régiment, si alzò in piedi ad applaudire il maestro chiamandolo al sipario ben 17 volte. Quella volta Pavarotti eseguì nove do acuti estremamente complicati da emettere a voce piena in modo disinvolto e naturale come lui fece. Era il 17 febbraio 1972.

Un’altra esibizione memorabile andò in scena sul palco delle Terme di Caracalla a Roma il 7 luglio 1990, quella volta Luciano Pavarotti si esibì insieme ad altri due grandi tenori: José Carreras e Plácido Domingo. “I Tre Tenori” si esibirono davanti a 6mila persone, tanti erano i posti disponibili, a fronte dei 200mila biglietti richiesti per l’evento.

Nonostante la sua formazione votata prettamente all’opera classica, il maestro non disdegnò di cimentarsi anche in generi musicali per lui inusuali. Duettò con molte celebrità come Zucchero, Jon Bon Jovi, Bono Vox, Eric Clapton, Elton John, Sting, in occasione dei concerti dedicati a fini benefici chiamati “Pavarotti & Friends”. I puristi della musica classica non apprezzarono la contaminazione con la musica leggera, per loro decisamente troppo volgare, tuttavia la fama di Pavarotti crebbe esponenzialmente fino a farlo diventare una rockstar mondiale.

Nel realizzare il suo documentario, Ron Howard ha potuto lavorare sia su un vasto materiale d’archivio, conservato dalla Decca Records, etichetta discografica del celebre tenore, sia sul materiale privato messo a disposizione dalla famiglia Pavarotti. In questo modo, secondo il regista, unendo l’aspetto pubblico con quello più intimo e personale, è stato possibile offrire al pubblico l’unico, vero ritratto di Luciano Pavarotti: un artista grandioso nella sua umana semplicità.

Alessandro Boccia

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