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Roma, 9 set – La Seconda Repubblica Romana fu uno dei più romantici tentativi risorgimentali di riconquistare la capitale, spodestando il papa ed instaurando un governo popolare che fosse effettivamente espressione della volontà del volgo. Il tentativo insurrezionale finì nel baratro della repressione ma molti valorosi eroi diedero la vita per difendere quella forma così rosea di civis. Uno di loro era Pietro Pietramellara, nobile soldato di origine transalpina.
UNA FAMIGLIA ANTICHISSIMA
Il fondatore della famiglia Pietramellara era Adamo Vassè, un soldato francese che, assieme a Carlo d’Angiò, era sceso in Italia nel 1265 per conquistare il Regno di Sicilia. Vassè assunse il nome di Pietramellara prendendo spunto da Pietramela, la cittadina del casertano dove la casata ottenne la giurisdizione.
Pietro Pietramellara nacque a Bologna il 9 settembre 1804. Dopo aver compiuto gli studi liceali a Venezia, si laureò in legge a Bologna. La famiglia era da lunghissimo tempo in amicizia con la casata reale dei Savoia. Per questo il giovane bolognese intraprese la carriera militare e, nel 1829, divenne tenente, al servizio di Carlo Alberto. Pietramellara entrò in contatto, proprio nel periodo primordiale della sua esperienza militare, con gli ideali mazziniani della Giovine Italia: fu proprio lui a garantire l’azione di proselitismo all’interno dell’Esercito. Nei moti del 1833, nei quali venne coinvolto, il soldato avrebbe dovuto conquistare forte Sprone a Genova e vi avrebbe dovuto innalzare il tricolore. Il fallimento del moto comportò a Pietramellara una pena di due anni di reclusione al forte di Fenestrelle.
IL RITORNO A BOLOGNA E LA FUGA
Pietramellara ritornò a Bologna dove, nel 1835, poté svolgere il mestiere di avvocato non tralasciando il suo passato rivoluzionario. Secondo i progetti mazziniani, nel 1843 sarebbero dovuti scoppiare dei moti simultanei in Toscana e nelle regioni limitrofe. Per questo motivo troviamo Pietramellara tra gli aizzatori della rivoluzione imolese al fianco di Ignazio Ribotti. Anche questo moto venne soppresso nel sangue e il patriota scappò in Francia dove venne a conoscenza della sua condanna a morte in contumacia.
IL RITORNO IN PATRIA
Con l’elezione di Pio IX, il papa “liberale”, Pietramellara ottenne l’amnistia e poté tornare nella sua Bologna. Ivi organizzò la guardia civica cittadina, memore della sua esperienza bellica. Nella primavera del caldo 1848, il patriota incontrò il soldato pontificio Giovanni Durando che gli ordinò di organizzare un battaglione di fucilieri. Pietro arruolò un sacco di giovani disoccupati e combatté assieme a Durando e contro gli ordini papali per difendere Vicenza durante il moto rivoluzionario del 10 giugno 1848. La controffensiva austriaca portò ad un frettoloso armistizio e, di conseguenza, le truppe di Pietramellara dovettero ripiegare verso l’Emilia Romagna.
LA DIFESA DI ROMA
Nel frattempo la città caput mundi era caduta in mano ai patrioti che avevano fondato una nuova Repubblica Romana. In attesa di contrastare l’attacco dei francesi, sbarcati poco distante da Roma, Pietro Pietramellara riorganizzò e motivò le sue truppe. Colonnello dei Bersaglieri, il 3 giugno 1849 Pietramellara resistette ad un attacco a sorpresa da parte degli invasori. Nonostante la dura prova di coraggio, il patriota bolognese sopravvisse all’attacco con la sciabola spezzata e tre fori nella divisa. Ma la Fortuna non sempre fu dalla sua parte. Due giorni dopo venne mortalmente ferito alla spalla e, dopo un mese di agonia, morì quando ormai le truppe francesi già avevano conquistato Roma da due giorni.
Tommaso Lunardi

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