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Roma, 9 set – La storia del cagliaritano Achille Manso appare significativa per il ruolo del protagonista, che comandò l’ultimo reparto militare italiano di stanza a Fiume d’Italia prima che il capoluogo quarnerino venisse inghiottito per sempre dalla marea slavo-comunista, nonché per il senso del dovere e l’incondizionato amore di Patria che sempre ne guidarono le azioni.
Achille Manso nacque a Cagliari il 19 dicembre 1916 da famiglia originaria di San Felice del Molise, piccolo borgo in provincia di Campobasso, fondato nell’anno 1518 da una colonia di croati dalmati che attraversò l’Adriatico e tutt’oggi caratterizzata dal dialetto croato molisano che ancora vi si parla: coincidenza sicuramente significativa alla luce della sua successiva esperienza militare.
Dopo la maturità, intraprese la carriera militare frequentando l’Accademia Militare di Modena – dalla quale uscì come quarto del suo corso – e la Scuola di Applicazione di Fanteria di Parma. Assegnato al Genio Militare, con l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale fu assegnato come ufficiale del Regio Esercito ai fronti greco, jugoslavo e russo.
L’8 settembre 1943 Achille Manso si trovava in servizio ad Ascoli Piceno presso il 49° Reggimento di fanteria, comandato dal colonnello Emidio Santanchè. Un mese dopo si presentò al ministero della Guerra per rispondere al bando di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana.
Per Achille Manso, come per tanti altri Italiani che dopo l’8 settembre 1943 non accettarono l’onta dell’armistizio e della resa incondizionata, aderire alla R.S.I. fu un gesto dettato non certo da fanatismo ideologico o spirito di fazione, ma una scelta dettata esclusivamente da ragioni patriottiche. Per uomini cresciuti nella tradizione risorgimentale, che si identificavano incondizionatamente con i valori di unità e indipendenza della Patria, la ricostituzione immediata di una presenza amministrativa e militare italiana era indispensabile per assicurare la continuità delle pubbliche funzioni, proteggere la popolazione civile, riscattare l’onore militare italiano e la soggettività internazionale dello Stato e difendere le frontiere nazionali minacciate nella Venezia Giulia.
Il 10 novembre 1943, Achille Manso fu assegnato al Battaglione G. M. Angioy, comandato dal sardo Bartolomeo Fronteddu e composto quasi interamente da sardi: fu assegnato a Cremona e poi a Villa Opicina (Trieste), dove ricevette l’incarico di comandante internale. Nel febbraio 1944 venne incaricato del comando  del XVII Battaglione Alpino di Difesa Costiera Julia di stanza a Salcano (Gorizia). Il Battaglione, di circa 150 uomini, ebbe il compito di difendere la città di Gorizia dai partigiani sloveni.
Dopo l’8 settembre 1943, numerosi militari italiani sbandati provenienti dalla Jugoslavia, «che attraverso avventure inenarrabili, si erano diretti verso quello che appariva come il faro della Patria: Fiume». I partigiani di Tito erano arrivati nella vicina Sussak e solo l’intervento congiunto della Wehrmacht e di alcuni reparti italiani che, nel disordine generale, avevano ripreso le armi, aveva impedito che Fiume cadesse in mano partigiana. Dalla vicina Istria giungevano le notizie dei primi infoibamenti di Italiani a opera dei titini. In quel triste settembre del 1943, i Fiumani si interrogavano su cosa fare: attendere gli anglo-americani che in base alle clausole d’armistizio avrebbero dovuto occupare l’intero territorio italiano? Impossibile. I partigiani di Tito erano alle porte, assetati di sangue italiano. I Fiumani «si strinsero intorno all’unica fiaccola d’italianità che in quei giorni riprese a brillare: i “Fasci Repubblicani”», che in pochi giorni raccolsero 5.000 iscritti in una città di poco più di 40.000 abitanti. Achille Manso racconta che i Fiumani «aderirono ai Fasci non per sentimenti fascisti o faziosità, ma unicamente per disperato amore verso l’Italia e verso la propria città che forse sentivano per l’ultima volta italiana». Come ricorda Manso, passato il primo momento di sbandamento, in breve tempo fu ricostituita un’efficiente forza militare italiana nella regione: «Le truppe italiane nel Litorale Adriatico erano forti di ben 14.000 uomini».
Achille Manso giunse a Fiume da Gorizia con il suo battaglione il 6 maggio 1944. Dopo circa un mese, il reparto fu rimpinguato con numerosi volontari provenienti dal resto della Venezia Giulia, «i cui sentimenti di italianità erano elevatissimi». Anche numerosi giovani fiumani si arruolarono nel reparto di Achille Manso, tra cui tale sottotenente Raul Sperber, che successivamente si sarebbe reso protagonista di un combattimento in località Jelenje (annessa all’Italia tra il 1941 e il 1943 con il nome di Cervi), in cui 60 Alpini riuscirono a rompere l’accerchiamento di 600 partigiani. Gli Alpini di Manso presero posizione sulle alture a est di Fiume: Santa Caterina, Montegrande e Drenova. Nel febbraio-marzo 1945 numerose reclute provenienti da Trieste furono assegnate al reparto, che così si ampliò con la costituzione di una seconda compagnia.
A metà aprile 1945, quando ormai i partigiani di Tito, fino ad allora contenuti con successo dalle forze armate italo-tedesche, stavano ormai avvicinandosi al litorale dall’entroterra croato e dalmata, un fatto increscioso ebbe luogo. Il Sergente Allievo Ufficiale Sergio Ferrante segnalò al comandante Achille Manso di aver saputo che i sottotenenti Sperber, Campestrini, Bianchi e Marcon intendevano passare ai partigiani di Tito, consegnandogli i loro commilitoni. Da quanto si è poi saputo, Sperber sarebbe stato ricattato con minacce di eliminazione fisica dei membri della sua famiglia, mentre secondo altre fonti, gli ufficiali fedifraghi sarebbero stati in contatto con la F.A.I. (Federazione Autonoma Italiana, detta anche Fiume Autonoma Italiana), formazione antifascista fondata da Don Luigi Polano e vicina alle posizioni di Riccardo Zanella, già Presidente dello Stato Libero di Fiume tra il 1920 e il 1924.
Le circostanze del tradimento furono confermate dal sottotenente Roberti. Manso e l’ufficiale di collegamento Carlo Cuma informarono il colonnello tedesco Zimmermann del locale Kampfgruppe e il Platzkommandant (comandante di piazza) capitano Sandrowski.  Il comando tedesco interrogò tutti e ordinò ad Achille Manso di formare un reparto che sarebbe rimasto al presidio di Santa Caterina in vista della difesa di Fiume, mentre gli altri sarebbero stati trasferiti al Battaglione del Genio di Pola. Un Tribunale Militare composto da ufficiali tedeschi e italiani condannò a morte Sperber, Campestrini e Marcon. Mentre questi ultimi due presentarono domanda di grazia e la loro pena fu commutata in sei anni di detenzione, Sperber rifiutò di chiedere la grazia e venne fucilato la mattina del 16 aprile 1945 a Fiume.
Achille Manso, dunque, serbò fino all’ultimo un contegno di piena collaborazione e lealtà verso l’alleato tedesco, in quanto «I Tedeschi erano per noi il mezzo per conservare l’Italianità della Venezia Giulia: con i Tedeschi avremmo potuto tener lontani dalla regione il pericolo numero uno: gli Slavi». Tuttavia, in merito ai rapporti con i Tedeschi, Manso ricorda molto lucidamente quanto segue: «(…) in apparenza erano cordiali; in effetti noi eravamo loro decisamente contro (…). I Tedeschi tentavano con tutti i mezzi di metter pace apparentemente fra i due gruppi etnici della Venezia Giulia, gli Italiani e gli Slavi, ma in effetti, seguendo la vecchia politica austriaca del “divide et impera”, volevano metter gli uni contro gli altri onde più facile risultasse la loro azione di comando (…) I Tedeschi tendevano ad annettere al Reich la Venezia Giulia che essi avevano denominato “Zona di Operazioni del Litorale Adriatico”, mettendovi a capo come Commissario il dott. Rainer, un austriaco a tutti inviso. Era evidente che, per evitare l’annessione alla Germania, bisognava dimostrare la fervente italianità della regione e pertanto, essendovi lo stato di guerra, non vi era altra possibilità che continuare a combattere i partigiani slavi a fianco dei tedeschi, ma sotto bandiera italiana».
Ormai i partigiani titini erano ai sobborghi orientali di Sussak, alle porte di Fiume. Il 24 aprile 1945 Achille Manso ricevette dal comando tedesco l’ordine di ripiegare su Trieste. Il commiato dal capoluogo quarnerino, destinato a divenire preda della barbarie dei partigiani di Tito e a svuotarsi nei mesi successivi della maggioranza dei suoi abitanti, fu straziante: «mentre alla testa dei miei alpini lasciavo la città delle donne al nostro passaggio, piangendo ci dissero: “Perché andè via, fioj? Cossa faremo noi, povere, senza de voi?” Era l’estremo saluto di quella italianissima città. Da quel giorno Fiume non vide più soldati d’Italia».
Achille Manso si presentò con il suo reparto a Trieste al comando regionale della Venezia Giulia il 25 aprile 1945: «Non potendo rassegnarmi all’idea che Trieste cadesse in mano jugoslava e avendo avuto sentore che il comitato di liberazione nazionale intendeva opporsi combattendo all’occupazione della città da parte delle truppe di Tito, per mezzo del tenente Rebulla, latitante in Trieste, ebbi contatti con ufficiali del comitato di liberazione nazionale, poiché intendevo unire i resti del mio reparto ai partigiani italiani contro i partigiani slavi». La repentina e inattesa occupazione di Trieste da parte dei partigiani jugoslavi, avvenuta il 1° maggio 1945, impedì ad Achille Manso e agli altri patrioti italiani di realizzare il loro progetto di difesa di Trieste.
Achille Manso dovette mettersi in clandestinità per evitare di essere catturato dai partigiani di Tito e infoibato a Basovizza, come capitò a molti civili e militari italiani nei quaranta giorni di occupazione di Trieste tra il 1 maggio e il 12 giugno 1945. Rocamboleschi i particolari della fuga, realizzata con l’ausilio di coloro che in seguito sarebbero divenuti suo suocero e i suoi due cognati: il capitano Manso, nascosto all’interno di una botte di vino trasportata su un carro, riuscì a eludere la sorveglianza nemica e uscì indenne dal capoluogo giuliano.
Ma anche dopo, nell’Italia «liberata», i guai per Achille Manso non erano finiti: se ormai era al governo il Partito Comunista Italiano di Togliatti, che aveva tradito l’Italia accordandosi con Tito per cedere alla Jugoslavia l’intera Venezia Giulia, chi aveva difeso la Patria e i suoi confini, come Achille Manso, veniva sottoposto a procedimento penale. Il 3 ottobre 1946, la Corte Straordinaria d’Assise di Trieste condannò Achille Manso a 24 anni reclusione e il Serg. Sergio Ferrante a 10 anni e 8 mesi per aver causato la fucilazione del Ten. Sperber e la deportazione di altri Alpini denunciati per voler passare alla resistenza titina, venendo inoltre radiato dall’Esercito dal quale dipendeva come ufficiale di carriera. Achille Manso beneficiò del successivo indulto e venne liberato, ma per orgoglio personale rifiutò di essere reintegrato nei ranghi dell’Esercito, preferendo rifarsi una nuova vita.
Nel secondo dopoguerra Achille Manso, dopo essersi sposato a Padova nel 1948 con una donna triestina conosciuta durante il periodo bellico, che fu la compagna della sua vita, si dedicò per un breve periodo alla professione di fotografo ed agente di cambio a Milano. Tornato nella natìa Cagliari, divenne un affermato imprenditore: dopo aver fondato un’impresa di costruzioni edili, che restò sempre la sua principale attività, si dedicò al commercio di autoveicoli e ciclomotori. Morì a Trieste il 4 gennaio del 1982, lasciando due figli maschi e tre figlie femmine.
Per concludere, ci piace ricordare la sua figura di Italiano e di patriota con queste sue parole da lui scritte a Fiume d’Italia nel 1944, che bene esprimono la natura genuina e profonda della sua fede patriottica e la sua incondizionata dedizione alla causa nazionale: «Essere oggi soldati è un privilegio e un onore non concesso a tutti: voi che non avete conosciuto il tradimento, voi che del tradimento avete subito, non certo per causa vostra, le conseguenze, voi che nel dolore avete serrato il cuore con le vostre stesse mani fino a stillarne l’ultima goccia di sangue, voi oh soldati dell’Italia nuova siete i più degni, i soli degni, perché avete vissuto e sentito interamente la tragedia della Patria. Ognuno di voi tragga dal dolore la Fiamma, ognuno si senta oggi l’alfiere dell’Idea, ognuno porti alta la fronte, orgoglioso, cosciente di se stesso, ognuno senta nel suo pugno serrato accanto all’Arma santa, la fiaccola del suo amore per la Patria che risorge. È l’Italia nostra più amata perché martoriata: oggi in voi vive, e domani per voi vivrà» (Achille Manso, da Aquile del Carnaro – Giornale dei combattenti in Fiume d’Italia, Anno I, n. 1, 08.12.1944).
Carlo Altoviti

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