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Roma, 1 lug – “Ho conosciuto Walter e lo ricordo bene così come il prefetto Giorgio Alberto Chiurco che ebbi modo di incontrare a Brescia nell’estate del 1944”: così parla Roberto Vivarelli, membro delle Brigate Nere e storico del fascismo, riguardo il suo vicino di casa Walter Cimino, trucidato dall’odio comunista.
Una vocazione paterna
Walter Cimino nacque a Busto Arsizio il 20 novembre 1926 ma, a solo due anni, la madre morì lasciando da soli il marito e i tre figli, che si trasferirono a Siena. Appassionato sportivo, amava la bicicletta al punto tale che partecipò ad alcune competizioni con Gino Bartali, vincitore di tre Giri d’Italia e due Tour de France. Il padre di Walter, Alessandro, era un sottoufficiale della Marina e, forse per eguagliarlo, anche il figlio si arruolò in Marina, con la X^ MAS, sotto il comando del capitano Junio Valerio Borghese. Walter Cimino venne affidato al Battaglione “Barbarigo” con il quale combatté ad Anzio e Nettuno il 19 febbraio 1944 tentando di resistere all’avanzata nemica restando nel Lazio fino all’estate dello stesso anno. Gli Alleati, a costo di quasi 7.000 morti, ebbero la meglio e, in poco tempo, furono a ridosso di Roma. Cimino, dopo Nettuno, si stabilì temporaneamente a Brescia e poi a Pavia. Ivi, il marò ebbe la possibilità di incontrare di nuovo il padre. Alessandro Cimino si era, infatti, arruolato con la Guardia Nazionale Repubblicana che era di stanza nella città lombarda nello stesso periodo in cui sostava il battaglione della “Decima”.
Il rientro a casa
Il 26 giugno 1944 Walter Cimino poté tornare a Siena. Dopo aver fatto sosta dal barbiere per potersi dare una sistemata dopo l’esperienza bellica, andò a trovare la fidanzata: una giovane senese bellissima quanto semplice sulla quale molti avevano messo gli occhi. Dopo averla salutata, Walter, con altri amici militari, si diresse a Piazza del Campo per poter passare un pomeriggio al bar giocando a biliardo e poter bere una birra in compagnia. Mentre si dirigevano verso la piazza, i tre giovani vennero attaccati da alcuni membri della Polizia Ausiliaria composta, per lo più, da partigiani e antifascisti.
Siena era un porto franco lasciato in balìa della ferocia partigiana. I Gappisti, i membri del Gruppo di Azione Patriottica, dopo averlo sequestrato e seviziato per due giorni, si giustificarono dicendo che il ragazzo, in realtà, era un cecchino, un pericolo per gli Alleati. Vedendo che questa spiegazione non era plausibile, gli aguzzini gli spararono vigliaccamente alla testa facendo ricadere la colpa sulla ferocia delle truppe marocchine alleate. Peccato che queste milizie arrivarono ben dopo a Siena. Per la prima volta.
Il boia di Walter Cimino, “Paolo”, è annoverato tra gli assassini di Giovanni Gentile e dichiarò a sangue freddo: “È l’unica volta che ho sparato ed ho provato emozione”. Le indagini, molto blande e finite nel dimenticatoio della giustizia, sembrerebbero sostenere la tesi secondo cui il giovane sia stato ucciso non solo per motivi ideologici, ma anche per motivi “d’amore” legati alla sua fidanzata tanto adorata, purtroppo, anche da questi scalmanati assassini. Muore in questa maniera, tanto brutale quanto infame, Walter Cimino. All’epoca aveva solo 17 anni.
Tommaso Lunardi



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2 Commenti

  1. Devo dire che le menti sinistre e comunistoidi sono ancora oggi tali e quali……..la bestia non cambia.

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