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Roma, 20 mag – L’errore madornale della politica è stato di aver aperto la strada alla tirannia dei mercati. Il vero obiettivo dell’Unione Europea e della Bce è sempre stato quello di privare i governi nazionali della loro sovranità politica e democratica. Dire che la rinuncia alla sovranità monetaria e l’autonomia della Bce comporta la sudditanza nei suoi confronti, non è altro che descrivere la verità di un fatto incontestabile.
Altra cosa invece sarebbe capire perché gli stati dell’eurozona e i dirigenti politici di ogni singola nazione abbiano scelto volontariamente di aderire a questo progetto strampalato di unificazione monetaria, che non ha alcuna base scientifica: secondo le più accreditate teorie valutarie sappiamo infatti che non esistevano in Europa i presupposti di mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro) per potere fronteggiare eventuali shock asimmetrici.
Quindi perché i nostri politici sono andati avanti lo stesso? Vagliamo alcune ipotesi: i nostri politici sono degli incompetenti e pensavano davvero che aggregarsi ad un progetto di moneta forte non svalutabile avrebbe comportato dei vantaggi per l’economia italiana; i nostri politici sono dei mercenari e sapevano già che un’unione monetaria così fatta avrebbe avvantaggiato soltanto i paesi strutturalmente più forti e costretto i più deboli a scaricare i costi sui salari dei lavoratori (svalutazione interna). Infine la via di mezzo: i nostri politici sanno e capiscono tutto ma non fidandosi della loro capacità di amministrare bene lo stato senza sperperi e sprechi, hanno preferito affidarsi al giudizio dei mercati finanziari, come se questi ultimi conoscessero meglio di chiunque altro quale sia il metodo più razionale e sostenibile per indirizzare gli investimenti. Questa terza ipotesi è sicuramente la più curiosa, perché prevede un misto fra l’incompetenza e la malafede.
Togliere agli stati la possibilità di utilizzare la propria moneta e la propria banca centrale per finanziare la spesa pubblica affidandosi esclusivamente al sostegno dei mercati significa non capire affatto come funzionano i mercati finanziari internazionali. Gli investitori della finanza ragionano infatti sempre in un’ottica di breve periodo, cercando guadagni facili, alti e possibilmente privi di rischio, mentre uno stato per definizione deve concentrarsi sugli investimenti di lungo periodo, che includono il miglioramento delle infrastrutture pubbliche e il benessere sociale della cittadinanza, in termini di reddito e servizi. Fra le due visioni c’è un abisso di incompatibilità, che si è rivelata in tutta la sua grandezza nell’errata valutazione dei mercati dei titoli di stato di paesi con problemi strutturali come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, che per molti anni sono stati scambiati ad un valore abbondantemente al di sopra di quello reale. Fra l’altro se i mercati fossero così corretti, imparziali e precisi nelle loro scelte di investimento non assisteremmo con ciclica frequenza all’insorgere di bolle speculative o crisi finanziarie. Eppure i politici italiani hanno sempre creduto (ingenuamente o in malafede), nella validità universale e assoluta del giudizio dei mercati, appoggiando con convinzione la linea dell’austerità tedesca e le iniziative di aumento della pressione fiscale.
Ma se i nostri politici auspicano tanto un cambiamento strutturale ed epocale dell’Unione Europea perché non cominciano a muoversi autonomamente? I nostri governanti aspettano forse che sia Macron a lanciarsi impavido contro i tecnocrati europei (cosa improbabile dato che deve a loro la sua fortuna politica), e la perfida Merkel, verificheranno quale sarà il risultato di questo scontro frontale e poi decideranno da che parte schierarsi. Ancora in Europa non si era mai vista una posizione così chiara, autorevole e determinata che indicasse nell’uscita dall’euro l’unica strada percorribile. Se confrontiamo la limpidezza della Le Pen in Francia con la confusa ambiguità del maggiore movimento politico di estrazione populista, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ci accorgiamo delle enormi differenze che esistono fra chi ha le idee chiare e chi invece sguazza nella propaganda fine a se stessa. Spulciando il programma del Movimento 5 Stelle non c’è nessuna posizione definitiva riguardo all’euro e alla sostenibilità dell’intera eurozona, perché a loro non interessa risolvere i problemi ma speculare e vivacchiare sui problemi esistenti. Ma se non vuole ritornare ad una piena sovranità monetaria, potrebbero spiegarci i grillini come intendono trovare i soldi per finanziare questi progetti? Vogliono aumentare le tasse? Oppure ridurre soltanto gli sprechi come è giusto che sia? E una volta azzerati gli sprechi e ridotto all’osso lo Stato, come continuare a finanziare gli altri progetti? Sanno i grillini che per detassare e sostenere con sussidi le imprese nazionali non bisogna avere vincoli di bilancio pubblico? In Italia quindi devono essere ben altri i movimenti e i partiti politici extra-parlamentari che devono sobbarcarsi l’impegno di una seria lotta all’euro, senza pregiudiziali o compromessi di sorta. Una lotta basata su dati di fatto reali, evidenze empiriche, ragionamenti logici che dimostrano come una moneta sbagliata, gestita in maniera sbagliata, può essere la più grave minaccia per la stabilità sociale ed economica di una nazione.
Nessuno vuole fare una battaglia all’euro per partito preso, ma è l’euro stesso, per come è stato progettato e congegnato, a muovere una guerra devastante contro tutti i popoli europei. Se non si ha coscienza di questa verità, non si può andare da nessuna parte se non infilarsi nel vicolo cieco dell’austerità, dell’intervento sovranazionale della troika (Ue, Bce, Fmi), della ristrutturazione del debito in stile greco e del ritorno al punto di partenza, senza avere risolto nessuna delle cause del tracollo. I politici e i cittadini europei devono cominciare a prendere in considerazione quello che prima era ritenuto impensabile. La storia è disseminata di unioni monetarie che si sono sciolte per palesi difetti di progettazione. L’Irlanda ha lasciato la zona sterlina. I paesi baltici sono fuggiti dal rublo russo. I cechi e gli slovacchi si sono separati reciprocamente. Perché l’euro non dovrebbe rompersi? I fondatori dell’euro sono stati troppo superficiali a non prevedere turbolenze capaci di evidenziare come accade oggi le lacune di progettazione, perché forse erano concentrati a creare un serio rivale del dollaro americano. E invece i padri dell’euro sono riusciti nell’impresa non facile di ricreare una versione moderna del gold standard, abbandonata quasi cento anni fa dai loro predecessori. Incapaci di svalutare la propria moneta, i paesi europei stanno lottando l’uno contro l’altro per cercare di riguadagnare competitività tramite la “svalutazione interna“, vale a dire, spingendo verso il basso i salari e i prezzi.
Uno dei motivi che tiene ancora in piedi l’euro è la paura di un caos finanziario ed economico senza precedenti. Un altro è l’impulso a difendere l’investimento politico pluridecennale nel progetto europeo e le proprie posizioni forti acquisite nel tempo, come quella della Germania. Non a caso la cancelliera tedesca Angela Merkel continua a ripetere che l’uscita dall’euro sarebbe “catastrofica“. La signora Merkel però non è pronta a prendere i provvedimenti definitivi necessari per stabilizzare l’euro una volta per tutte. Il buon senso suggerisce che i leader europei dovrebbero iniziare a pensare a come gestire un’eventuale rottura improvvisa della moneta, ma nessuno di loro ha ancora il coraggio di pianificare un serio programma di uscita ordinata. Paradossalmente, sono gli stati fuori dall’euro come la Gran Bretagna a riflettere e valutare le varie alternative. Un gruppo di esperti inglesi vicini al Partito Conservatore euroscettico hanno indetto un concorso per premiare con 250.000 sterline il miglior piano per gestire l’uscita dall’euro dei paesi dell’eurozona. Uno dei concorrenti, Jonathan Tepper, ha elencato 69 casi di rottura di una valuta o unione monetaria nel secolo scorso. Nella maggior parte degli esempi riportati i paesi coinvolti non hanno avuto gravi danni economici a lungo termine. In realtà, lasciando l’euro sarebbe più probabile che i paesi più in difficoltà sarebbero in grado di recuperare in fretta. Tepper ha illustrato uno scenario per l’uscita dall’euro proponendo una riconversione dei titoli di stato in valuta nazionale. Bisognerebbe tenere chiuse le banche per almeno una settimana per aggiornare il software e cambiare tutti i depositi in moneta sovrana nazionale. Dovrebbero essere effettuati controlli sui capitali per impedire la fuga di denaro all’estero. Per i contanti, si potrebbero utilizzare le banconote in euro esistenti segnalate magari con un particolare inchiostro o un timbro. Una volta stampate le nuove banconote in valuta nazionale, verrebbero ritirate le vecchie banconote euro e il passaggio sarebbe in pratica concluso. Nel loro programma Jens Nordvig e Nick Firoozye sostengono che mettendo a punto una pianificazione controllata si potrebbero ridurre incertezze e perdite.
Le soluzioni non mancano, ma il destino dell’euro sarà probabilmente determinato da una convergenza di scelte politiche ed economiche. Uno stato debitore, come l’Italia o la Spagna, potrebbe alla fine stancarsi di applicare programmi di austerità o svalutazione interna. Uno stato creditore a sua volta potrebbe stancarsi di sostenere gli altri. Ma l’esito peggiore di eventuali controversie sarebbe un’uscita caotica dall’euro, mentre un ordinato processo di uscita potrebbe diminuire le perdite e aumentare i benefici del ritorno alla sovranità monetaria, salvando dalla disintegrazione i principi generali e fondamentali del mercato unico, a cui nessun paese in verità ha mai detto di voler rinunciare. Il tutto dovrebbe comunque partire dalla nazionalizzazione delle banche.  Quindi, un mercato unico sì, ma salvaguardando i risparmi e l’economia dei singoli paesi membri, e non l’interesse finanziario dei banchieri. Da troppo tempo le leggi in materia creditizia sono state portate a livelli internazionali, di fatto esautorando i parlamenti nazionali. Non decide più il governo nazionale, nemmeno si decidono le cose a Bruxelles, ma nelle grandi piazze finanziarie mondiali, che fissano i parametri per accedere al credito e le direttive di politica finanziaria da imporre ai singoli paesi. Tutto questo ha di fatto condotto ad un vero e proprio colpo di Stato finanziario che ha di fatto terminato la democrazia partecipativa e la sovranità delle istituzioni governo e parlamento in Italia e in Europa. Il nuovo esecutivo ne tenga conto se davvero vuole “scrivere la storia” del cambiamento in Italia.
Cinzia Palmacci





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