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Roma, 21 dic – “Costruite ponti, non muri”: quante volte lo abbiamo sentito? Fa parte delle immagini retoriche immigrazioniste, come la figura delle “porte aperte”: una sorta di narrazione etico-logistica, che richiama immagini decontestualizzate per favorire l’invasione. Il ponte come figura dell’allegra fusione di popoli, razze, culture, identità, quindi. Siamo sicuri che sia davvero così?

Il latino pontem deriva da una comune radice indoeuropea, *path, che indica molto semplicemente l’azione di “andare” da qualche parte. Da qui deriva per esempio anche il vedico pànthah, ovvero “sentiero”, “via”, di cui Émile Benveniste ha detto: “Non è semplicemente il cammino in quanto spazio da percorrere da un punto all’altro. Esso implica difficoltà, incertezza e pericolo, ha delle svolte impreviste, può cambiare insieme a colui che lo percorre. È piuttosto un ‘attraversamento’ che tenta di pasare per una regione sconosciuta e spesso ostile”. Primo punto degno di nota: il ponte non è semplicemente simbolo di “dialogo”, cioè, nel verbo immigrazionista, di dialogo trasparente a se stesso e animato da buoni sentimenti. È un percorso rischioso, in mezzo ai nemici, che bisogna saper percorrere. Non c’è nulla di stabile, di certo, di sicuro: chi getta un ponte sull’ignoto non ha alcuna sicurezza di pace e di “scambio culturale”.

In molte tradizioni, la simbologia del ponte non unisce tanto i vari raggruppamenti umani tra loro, quanto piuttosto la terra e il cielo, un popolo e i suoi Dèi, un motivo in cui la nozione del “dialogo con l’altro” viene ulteriormente a perdersi, dato che c’è semmai l’autocelebrazione identitaria di una comunità che si connette con i propri Numi (è il caso anche del pontifex romano, la cui etimologia è comunque controversa). Un caso tipico è quello di Bifrost, che nella mitologia norrena è il ponte dell’arcobaleno che unisce la terra alla dimora degli Dèi. Bifrost è sorvegliato dal dio Heimdallr, pronto ad avvertire le divinità dell’avvento del Ragnarǫk, quando i giganti provenienti dal sud, i Múspellsmegir lo cavalcheranno per raggiungere il cielo, incendiando tutto e facendo crollare il ponte stesso. Non esattamente un bello spot per l’immigrazionismo, questa immagine delle forze barbariche provenienti da sud che attraversano il ponte, lo fanno crollare e portano l’apocalisse…

Parlando di questo tipo di simbologie, René Guénon ha ricordato come in varie tradizioni il ponte è “assimilato anche a un raggio di luce, è spesso tradizionalmente descritto come il filo di una spada, o altrimenti, se è fatto di lego, appare formato da una sola trave o da un solo tronco d’albero. Questa sottigliezza mette pure in risalto il carattere ‘periglioso’ della via di cui parliamo”. Nel discorso guénoniano, tale difficoltà si connette alla “selezione” che viene operata tra coloro che vogliono connettersi al cielo, cosa che non è da tutti, ma il ragionamento vale anche per ogni attraversamento orizzontale: ogni spostamento da un luogo a un altro, ogni ingresso in un uno spazio estraneo, comporta un cambio di status di cui bisogna essere all’altezza.

Anche dal punto di vista materiale, non ogni ponte era del resto ben visto, nell’antichità: se il ponte si integra nel paesaggio, se “completa” la natura, se ha un senso di sviluppo armonico, organico, logico, è il benvenuto. Se violenta la natura e manifesta hybris, unendo ciò che invece sarebbe destinato a restare separato, allora si tratta di qualcosa che va condannato. È il caso di Eschilo, che stigmatizza il “ponte di barche” con cui Serse ha unito lo stretto marino dell’Ellesponto, il confine naturale che separa Occidente e Oriente, rendendolo un ampio sentiero percorribile per l’esercito terrestre. Il saggio re Dario, padre di Serse, appare ne I Persiani come fantasma per ammonire i suoi compatrioti dal compiere nuove spedizioni contro i Greci, dato che “la terra stessa è loro alleata” (792). Egli critica quindi Serse, “che sperò di incatenare a guisa di schiavo la corrente del sacro Ellesponto, il Bosforo corrente divina” (745-748). Serse compie oltraggio a Poseidone, trasformando il mare in terra calpestabile, alterando l’equilibrio della natura, ma soprattutto unendo la Grecia con l’Asia, con il suo totalmente altro, con il nemico eterno. E come non ricordare, a tal proposito, il folle progetto emerso qualche tempo fa di un ponte sul canale di Sicilia che unisse Europa e Africa, per permettere agli immigrati di raggiungere la loro destinazione in totale tranquillità?

È del resto unilaterale considerare il ponte solo come ciò che unisce: esso separa tanto quanto unisce. Come scrive Heidegger in Costruire, abitare, pensare, é il ponte a far sì «che le due rive appaiano come rive: è il ponte che le oppone propriamente l’una all’altra». Il ponte collega le due rive, ma non le confonde fra loro. Affinché vi sia un ponte, anzi, le due rive devono essere distinte e separate, esattamente come la porta, che può ben essere “aperta”, ma che per esistere ha bisogno di un dentro e di un fuori, e contempla sempre la possibilità di una chiusura. Il ponte è una via di comunicazione “vigilata”, integrata in un ordine degli spazi, in un sistema di confini. Non c’è caos, non c’è indistinto. Sul ponte si transita, ma non vi si abita, si sta di là o di qua. “Sotto ai ponti” e nei pressi di essi, infatti, abitano solo barboni, sbandati e sradicati, un’umanità “senza casa”, cioè senza radici, senza una totalità accogliente e datrice di senso. Esattamente l’umanità che hanno in mente gli immigrazionisti, che non ha patria né qui né altrove, che non risiede, non si stabilisce, ma transita, vaga, senza casa e senza senso.

Adriano Scianca

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