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Bhagavadgîtâ ArjunaRoma, 21 set – Uno degli espedienti più ricorrenti del pensiero dominante per screditare i propri avversari è quello di accusarli di varie fobie. Se uno si preoccupa dei danni dell’immigrazione di massa, non è perché ha sviluppato un pensiero logico che lo porta a determinate conclusioni, ma perché è xenofobo. Se uno si preoccupa dell’impatto sulla psiche di un bambino di teorie come quella gender, non è altro che un omofobo, e così via. Si potrebbe dire che questo ridurre tematiche complesse a fobie di dubbia veridicità sia un modo di ragionare molto simile a quello dei pregiudizi fobici che si vorrebbero disarticolare. Ma è interessante porsi un’altra domanda: chi ha paura di chi?



Nel clima di eterno pentimento che regna in un certo pensiero progressista e radical chic, l’uomo europeo viene costretto in una macchietta complessata e paranoica, dove si deve chiedere a scusa a tutti per ogni cosa: per esempio, se un atleta giamaicano vince una medaglia olimpica bisogna scusarsi dello schiavismo. Questo tipo umano che ha rinunciato al proprio ruolo nella storia e si costerna per qualsiasi cosa, per qualsiasi offesa fuori luogo, prende un po’ di coraggio solo per gridare a chi non vive in questo stato di continua paura che è quest’ultimo e non lui ad essere fobico, ad aver paura del diverso, del cambiamento, del futuro. È un po’ come chi, spaventato da una qualche animale, cerca di convincersi che è la bestia ad avere più paura di lui. Oltre ad imputare a chicchessia quel vivere nella paura che invece gli è proprio, il pensiero unico maschera le sue debolezze più profonde con un sentimentalismo e una benevolenza artefatti (per un rimedio contro qualsiasi genere di pietismo si consiglia caldamente L’Anticristo di Nietzsche). Così come Arjuna nasconde la sua viltà nella compassione per coloro che gli sono nemici. È di certo un errore grossolano quello di ignorare la propria tradizione per farsi attirare come falene dall’esotismo di tradizioni altrui, poiché senza la consapevolezza della propria storia si capirebbe ben poco anche di quella degli altri, divenendo una sorta di turisti del pensiero, rivolti all’appariscenza della superficialità di forme diverse, senza coglierne l’essenza profonda che dà senso a quelle diversità e come un filo sotterraneo unisce tradizioni lontane. Infatti si dovrebbe parlare più correttamente della Tradizione, piuttosto che di tradizioni. L’essenza alla base di un Samurai, o di un Cavaliere, o di un Legionario, o di un Ardito è comune a tutte queste forme, le quali la rappresentano in una maniera differente per via della storia e delle civiltà, ed è quindi più sensato partire da quelle più vicine a noi, per riuscire a coglierne più autenticamente la loro essenza, così da poterla cogliere anche nelle altre manifestazioni. Ciò non significa che bisogna evitare le altre culture, ma che prima è necessario avere basi solide, non tanto per il rischio di perdersi piuttosto per poter viaggiare più in profondità.

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Fatte queste premesse, ci sono però delle volte luci che, per quanto lontane, risplendono più di altre, una fra queste è il Bhagavadgîtâ, o Canto del beato – testo centrale del più importante poema epico dell’India il Mahâbhârata – il quale narra della lotta dell’eroe Arjuna contro i propri cugini, i Kaurava, i quali avevano usurpato il trono. In procinto di dare battaglia Arjuna viene preso dalla pietà: egli vede schierati sul fronte avverso amici e parenti, anche se questi agiscono ottenebrati dalla colpa sarebbe una male peggiore falcidiare una simile schiera, meglio fuggire o anche morire piuttosto che perpetrare un massacro così grande. È sul proprio carro, le mani gli tremano, quasi gli scivola la sua arma favorita, il suo poderoso arco. L’auriga, il quale è Krishna, avatar del Divino e supremo Sé, gli parla, riconosce in lui non tanto la pietà, quanto la paura. La giusta azione va compiuta, per quanto l’impresa appare ardua e il sacrificio grande.

Uguale in piacere e dolore, se vincitore o atterrato,
preparati per la battaglia, così non cadrai nel peccato.

Questo svelamento da parte di Krishna del vero sentire di Arjuna ci dice molto dei tempi che viviamo. L’Europa maschera la propria debolezza e le proprie paure nell’accettazione passiva degli eventi storici che la stanno sconvolgendo, eventi che ci vengo presentati come talmente eccezionali da essere necessari, e perciò viene negata, come inutile se non dannosa, ogni possibilità di opporsi. Se, per dirla con Tito Livio, non possiamo sopportare né i nostri vizi né i rimedi (Nec vitia nostra nec remedia pati possumus), dalla difficoltà dei rimedi giustifichiamo l’ineluttabilità dei vizi. I frutti dell’azione non dipendono dall’uomo, anche questo insegna il Bhagavadgîtâ, all’uomo spetta agire correttamente, compiendo il proprio destino, o meglio il proprio dharma, o, per dirla con Aristotele, il proprio ἔργον. Essendo uno kshatriya, ovvero un guerriero, il destino di Arjuna è quello di combattere e a questo destino deve assolvere. Se come dice Dominique Venner ognuno di noi è l’ultimo degli europei, il nostro destino è quello di insorgere contro la fatalità, di essere esempio.

Michele Iozzino

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1 commento

  1. Bel pezzo, molto ispirante. La giusta azione non dev’essere condizionata dall’aspettativa di un risultato anziché un altro.
    Ed è vero che bisogna conoscere prima le proprie tradizioni, ma quando, come nel caso del cristianesimo di matrice ebraica, non sono veramente nostre e sono inquinate alle radici, si trovano spesso insegnamenti più profondi e utili in tradizioni come quelle induista e buddhista, che provengono da fonti più genuine.

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