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lavoro jobs actRoma, 21 set – Perché le imprese assumo? Non certo perché possono licenziare con facilità, altrimenti non avrebbero assunto proprio. Sembra un ragionamento di banalissima logica, la quale però evidentemente sfugge al governo che invece va avanti a tamburo battente nella convinzione che il Jobs Act sia stata la riforma delle riforme tanto attesa dall’Italia. Non dagli imprenditori che, evidentemente alle prese con l’economia reale più che con le discussioni giuslavoristiche, continuano a non trovare motivo di offrire posti di lavoro



A parlare non sono i gufi ancora restii a riconoscere l’attivismo dell’esecutivo, ma i numeri nudi e crudi dell’Inps. Nel bollettino dell’osservatorio sul precariato, l’istituto di previdenza spiega come “le assunzioni nel periodo gennaio-luglio 2016 sono risultate 3.428.000, con una riduzione di 382.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-10,0%)”, segno di un forte rallentamento che “ha coinvolto principalmente i contratti a tempo indeterminato (– 379.000, pari a – 33,7% rispetto ai primi sette mesi del 2015)”. Dati pressoché identici a quelli già pubblicati a più riprese quest’anno. Calano i posti di lavoro creati insomma, e fra questi a fare la parte del leone sono quelli senza indicazione del termine. I quali avevano, fino allo scorso anno, segnato invece un’inversione di tendenza. Dovuta a cosa? Certamente non al Jobs Act, ormai è chiaro, quanto semmai alla decontribuzione sulle assunzioni che prometteva di intervenire in maniera decisa sul cuneo fiscale. Le imprese, in sostanza, ampliavano la propria forza lavoro perché questa costava meno rispetto alle percentuali da rapina fiscale attualmente in vigore. Succede però che da gennaio la riduzione dei contributi è venuta in parte meno, con la prospettiva di azzerarsi nel prossimo futuro. L’esortazione di Renzi a fare in fretta ad assumere prima delle scadenze non ha fatto presa, o forse l’ha fatta fin troppo: gli uffici del personale sono ormai fermi, non reputando conveniente la stipula di ulteriori contratti viste anche le previsioni sulla presunta ripresina che, passando per la ripresina, assomiglia tanto ad una stagnazione.

Allo stesso tempo, mentre i contratti a tempo indeterminato non si decidono proprio a capire che il Jobs Act firmato Renzi e Poletti è il futuro, a vivere una sempre nuova giovinezza sono i voucher. “Nel periodo gennaio-luglio 2016 – spiegano sempre dall’Inps – sono stati venduti 84,3 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, con un incremento rispetto ai primi sette mesi del 2015 pari al + 36,2%“. Nello stesso periodo del 2015 l’incremento era stato sì superiore (+73% rispetto all’anno precedente) ma ciò non permette di parlare di un dato positivo: è stato lo stesso numero uno dell’ente, Tito Boeri, a mettere in guardia sul fatto che i voucher non combattono il lavoro nero ed aumentano il precariato. Gli esempi si sprecavano, andando perfino ad includere lavoratori con contratti a tempo indeterminato pagati con questa metodologia. E non è del tutto escluso che in realtà i posti di lavoro non creati con la forma contrattuale standard in realtà esistano, ma ricadano nell’ambito dei buoni lavoro dell’Inps utilizzati – e i casi sono davvero decine di migliaia.

Filippo Burla

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