Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 19 mag – Abbiamo mai davvero cominciato a leggere Julius Evola? Abbiamo tutti i suoi saggi principali nella nostra libreria, ovviamente. Ma lo abbiamo mai letto veramente, liberamente, senza gli irrigidimenti uguali e contrari dei laudatori a prescindere e degli odiatori irriducibili, non di rado incarnati nei medesimi figuri, passati dall’intransigenza evoliana allo scherno della tradizione nel giro di qualche anno? C’è chi lo ha fatto, ovviamente, ma l’impressione è che per lo più si siano cercate in Evola delle risposte facili, laddove il pensatore tradizionalista è per eccellenza l’autore delle domande difficili. Domande a se stessi, al proprio tempo, al proprio popolo. Si è cercato il coagula in libri che avrebbero dovuto servire al solve: dissolvere le pose, gli atteggiamenti, le verità troppo scontate, le credenze stereotipate. Eppure è questo che, troppo a lungo, ha offerto il mondo tradizionalista: bizzarri personaggi convinti di avere il Graal sul comodino, fieri nelle loro certezze, autoproclamatisi uomini differenziati, giudici implacabili di tutto fuorché di se stessi. Gente che ti dà le insufficienze nella pagella esistenziale se poco poco non sei un alienato, se guardi la tv o se vai a giocare a calcetto.
Va detto, per essere onesti fino in fondo, che in Evola, rispetto a tutto ciò, c’è sia il veleno che il farmaco. Non è, cioè, solo colpa di chi Evola lo ha “letto male”, ma anche di derive effettivamente presenti in alcune sue pagine. Di tutto questo, peraltro, ne discuteva già liberamente Adriano Romualdi, se vogliamo unico vero interprete “accreditato” di Evola, e forse unico “discepolo” riconosciuto, che Evola lo frequentava di persona e da cui ebbe attestati di stima lusinghieri, ma che pure era ben lungi dal produrre sterili “marchette” al maestro, puntualizzando e rettificando tutti gli aspetti del pensiero evoliano che potessero dar luogo a fraintendimenti.
Resta tuttavia una centralità ineludibile di Evola che, in questo 120esimo anniversario dalla sua nascita, non possiamo non ribadire. Servirebbe ben altro spazio e approfondimento per sviscerare adeguatamente il concetto, ma alcuni punti si possono già fissare in via preventiva.

Sangue di Enea Ritter

  1. Evola non è un pensatore della tradizione. È un pensatore della tradizione nell’epoca della sua eclissi. Aver pensato fino in fondo questa contraddizione, a cui ha opposto un’alternativa tragica ed eroica, è il suo merito maggiore. Proprio per questo, Evola resta soprattutto un figlio di Nietzsche, anche se questa discendenza resta spesso in controluce e non è stata adeguatamente ammessa da Evola stesso. A differenza di Guénon, Schuon e gli altri esponenti del tradizionalismo, Evola assume pienamente il peso della sua epoca, senza cercare legittimazioni religiose (che portano inevitabilmente a maldestre conversioni alle religioni rivelate), iniziatiche (sempre a cavallo tra fantasticherie new age e flirt massonici) o “geografiche” (vedi le varie migrazioni in India, in Egitto o ovunque si creda di poter trovare un “centro tradizionale” ancora vivo e operante).
  2. Proprio per questo, rispetto agli esotismi tanto in voga in certo tradizionalismo, Evola si concentra, praticamente in quasi ogni sua opera, sulla “tradizione occidentale”, cioè sul tentativo di individuare una spiritualità originale e originaria, legata al genio dei nostri popoli, non debitrice di altre forme sapienzali. Questa spiritualità occidentale, Evola la individua nell’azione. I suoi studi sul ciclo del Graal, sull’ermetismo, sul paganesimo, vanno proprio in questo senso. Ma anche le sue opere di “orientalistica” ribaltano un po’ lo stereotipo dell’occidentale che si va ad abbeverare alla purissima sapienza orientale, comunque mai pienamente attingibile ai “materialisti” europei, tant’è che, parlando del buddismo o dei tantra, Evola tiene sempre a sottolineare che di spiritualità “attiva” si parla, non di mera contemplazione. Spiritualità “guerriera”, “ariana”. È quindi la sapienza orientale a essere valorizzata per ciò che ha in comune con la nostra, non viceversa.
  3. Da qui discende anche la centralità di Roma, che Evola declinerà prima in forma “romano-italica”, poi in forma “romano-germanica”, ma comunque mantenendo sempre ferma l’assoluta imprescindibilità politica e spirituale del riferimento alla romanità per il presente. Si tratta della riattivazione di una forza , di un’energia, la cui importanza va persino oltre le singole analisi che Evola ha sviluppato su Roma, spesso viziate da unilateralismi e da riferimenti superati. Se vogliamo capire Roma, Dumézil o Scheid ci sono più utili di Evola. Ma se vogliamo “sentire” Roma, se per noi oggi quello è un riferimento vitale, carnale, pulsante e non solamente erudito, ebbene questo è merito di Evola.

Per questi motivi, e per molti altri, ogni volta che abbiamo creduto di aver lasciato Evola alle spalle, ce lo siamo ritrovati davanti, pronto a guardarci negli occhi. E a prenderci per il culo, come spesso faceva con i suoi visitatori troppo zelanti.
Adriano Scianca

Black Brain
Pivert casual italian brand

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. Articolo molto bello e condivisibile, in specie riguardo il rapporto Evola-Nietzsche. Entrando solo un po’ nel merito (sono argomenti vastissimi): in effetti a livello religioso-devozionale esiste un certo iato tra Evola e Guénon, ma a livello metafisico i due si ri-uniscono, per così dire. Ringrazio comunque Scianca per l’acuto contributo.

Commenta