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Roma, 1° apr – Il Congresso mondiale delle famiglie, tenutosi questo fine settimana a Verona, ha generato un vespaio di polemiche. E non solo tra maggioranza e opposizione (il che era perfettamente prevedibile), ma anche tra gli stessi alleati di governo, ormai entrati – per rimanere in tema – in una crisi coniugale che forse, dopo le Europee, potrebbe addirittura sfociare in un divorzio. Ma al di là delle beghe di Lega e M5S, rimane il fatto che la kermesse veronese ha scatenato uno scontro ideologico sul tema della famiglia che ha raggiunto livelli veramente infimi. La sinistra arcobaleno, infatti, ha accusato la controparte di «essere rimasta al medioevo» – dimostrando così un’intelligenza e una cultura pari alla sobrietà da loro esibita in piazza – e ha insistito sulla trita e melensa retorica dell’amore. Una vera e propria orgia di individualismo da pezzenti, tutta fatta di sentimenti, diritti e deliri Lgbt.

L’amore non basta

Il problema è che l’umanità, prima dell’illuminismo e del romanticismo, dell’amore e dei sentimenti se ne è sempre (e giustamente) sbattuta. L’istituzione della famiglia, infatti, non nasce come mero contratto tra due individui – omo o eterosessuali che fossero – fondato su un sentimento instabile e volubile come l’amore. Al contrario, la famiglia nasce con un preciso scopo: assicurare la continuazione e la legittimità della stirpe. È esattamente per questo motivo che l’adulterio da parte di una donna è sempre stato visto come più grave: perché la promiscuità sessuale genera prole illegittima e, visto che mater semper certa est, pater autem incertus, era necessario evitare che una donna partorisse figli di cui era complicato o impossibile stabilire la paternità. Di qui deriva tutta una serie di norme sull’incesto, l’adulterio e il diritto familiare che nulla ha a che fare con l’«amore». Non che l’amore guasti, beninteso, ma non è questo il perno su cui dovrebbe fondarsi una famiglia. Tant’è che l’ordinamento giuridico italiano, ancora oggi, non prevede assolutamente (e giustamente) l’«amore» come fondamento dell’istituto familiare.

Famiglia tradizionale?

Per capire meglio questo discorso, però, è necessario anche mettere in discussione la retorica che gira intorno ai concetti di «famiglia naturale» o «tradizionale» (che poi non è neanche la stessa cosa). È ovvio che la funzione che svolge un’unione legittima e, soprattutto, feconda tra uomo e donna debba essere privilegiata rispetto alle cosiddette «unioni civili» o «coppie di fatto». E questo per il semplice e ragionevole motivo che uno Stato ha il diritto e il dovere di garantire la perpetuazione biologica del suo popolo. Ma siamo sicuri che la famiglia odierna sia veramente «tradizionale»? In realtà non è affatto così. La famiglia tradizionale è, a rigor di termini, quella patriarcale di derivazione indoeuropea, la quale era composta da numerosi membri della gens: il pater familias, la moglie, la prole legittima, le mogli dei figli maschi ecc. Peraltro, questi membri rivestivano specifici ruoli e svolgevano precise funzioni secondo una gerarchia molto chiara e ben poco «egualitaria».

Viva il patriarcato

L’unione che oggi va per la maggiore è invece la cosiddetta «famiglia nucleare», composta cioè da moglie, marito ed eventuali figli. Il perno dell’istituzione, pertanto, non è affatto il concetto organico e comunitario di famiglia, bensì quello individualistico e meccanico di coppia. Qualora l’«amore coniugale» venisse meno, la presunta «famiglia tradizionale» andrebbe di fatto incontro allo sfaldamento. Se volessimo tagliare il discorso con l’accetta, potremmo dire: il patriarcato ha garantito per secoli la sopravvivenza della specie umana e la perpetuazione delle stirpi etniche, mentre la «famiglia nucleare» ci ha lasciato coppie divorziate, padri separati indebitati, regressione delle nascite. Insomma, ancora sicuri che il patriarcato sia poi tanto male?

Valerio Benedetti

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3 Commenti

  1. Volevo complimentarmi con l’autore per avermi chiarito alcuni aspetti del cambiamento, non sempre positivo, del concetto di famiglia

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