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Roma, 8 apr – Love, Death & Robots è la nuova serie animata antologica uscita sulla piattaforma Netflix meno di un mese fa e realizzata con l’uso di svariate tecniche di computer grafica. Strutturata in 18 episodi indipendenti, abbraccia generi cinematografici che vanno dalla fantascienza al fantasy, senza escludere i temi horror o quelli della commedia, declinati però in chiave futuristica e tecnoscientifica. Forse più per questa ragione che per reali similitudini è stata accostata a un altro celebre prodotto di Netflix, Black Mirror.

Il paragone più calzante in realtà è con The Animatrix, realizzato dai fratelli (ora sorelle) Wachowski del 2003, sull’onda lunga del successo di Matrix. The Animatrix raggiungeva tuttavia notevoli punte di lirismo, riscontrabili in pochissimi degli episodi di Love, Death and Robots. Spesso alla serie sembra mancare proprio quel “quid” in più, necessario ad elevarne la visione nell’orizzonte sconfinato delle animazioni di fantascienza. Quello che vale la pena di sottolineare – in negativo – è che gli esperti del settore non si sono concentrati sui punti di debolezza o di forza della serie, scivolando invece nell’ennesima e sterile diatriba sui presunti stereotipi di genere che Love, Death & Robots veicolerebbe.

Una serie “misogina e sessista”

Da Wired a IndieWire, passando per un non trascurabile numero di critici più o meno noti su Rotten Tomatoes e Metacritic, la grande accusa alla serie prodotta da David Fincher (quello di House of Cards, per intenderci) è di essere “misogina e sessista”, “disturbante nella sua celebrazione del maschio” e “spaventosamente legata a vecchi cliché”. Ma quali sono questi vecchi cliché che tanto fanno infuriare i detrattori? Sono le tracce di quei comportamenti, dall’eroismo al sacrificio, che i fautori del no-gender non sono ancora riusciti ad annientare o a sostituire con qualcos’altro, e che per questo tacciano di resa al patriarcato.

A nulla è valso il fatto che in alcuni episodi l'”eroe” che emerge dallo spazio profondo o da un cupo futuro cyberpunk sia una donna: per il talebani del progressismo, probabilmente, tutti gli eroi presenti avrebbero dovuto essere donne. O meglio ancora individui genderfluid, intersex, o espressioni di quelle sigle da codice fiscale che servono a incasellare, catalogare, etichettare senza possibilità di appello gli orientamenti sessuali. Nell’orizzonte dei portabandiera delle differenze non c’è spazio per le differenze, nemmeno in una narrazione fantascientifica. Il nuovo mondo sognato dalle élites progressiste è senza forma, senza identità, senza un passato. E probabilmente senza futuro.

Alice Battaglia

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