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Firenze, 20 lug – Marzo 1921: una sera come tante altre, al Gambrinus di Firenze. Seduti ai tavoli, a bere birra e raccontarsi storie di burle e zuffe, inseguimenti e pistolettate, un gruppo di quei ragazzacci che da qualche settimana “danno la paga” a socialisti, anarchici e comunisti che per troppo tempo hanno fatto il bello e il cattivo tempo in città.
Lasciamo la parola ad uno di loro, Bruno Frullini:
“Mi trovavo alla mezzanotte circa, con vari fascisti al Gambrinus. Ad un tratto il proprietario del locale, signor Luigi Orlandi, mi pregò di recarmi al telefono, perché il Capitano Francesco Baldi desiderava di urgenza parlarmi da Barberino di Mugello.
Appena all’apparecchio udii la voce affannata di Francesco Baldi che mi pregava vivamente di andare in soccorso di lui e della sua famiglia perché erano stati minacciati di morte dai sovversivi locali…..
Giunti sulla piazza trovammo subito un incaricato che ci condusse dal Baldi…..Stabilimmo subito di comune accordo alcune spedizioni di rastrellamento e punitive….Condotti i comunisti nella casa del Popolo, furono rinchiusi in una sala nella quale lasciai Sorbi, armato di moschetto alla loro guardia…
Nella prime ore della mattina feci dare loro la colazione e mezzogiorno pastasciutta con bistecca. Come si vede, non mancavamo di fa stare bene, quando ci era possibile,i nostri avversari…. La sede della Casa del Popolo subì un certo cataclisma, forse derivato da un locale movimento tellurico, essendo, come tutti sanno, quella località di origine molto vulcanica”.



Se è vero, come dirà la pubblicità di qualche decennio dopo, che “un telefonata ti cambia la vita”, quella telefonata diede veramente una svolta (fino al drammatico finale di cui diremo) all’esistenza del suo autore, Francesco Baldi.
Classe 1883, combattente coraggioso e nominato Capitano per meriti di guerra durante il conflitto, aderisce al Fascio di Firenze nel novembre del 1920, legandosi da subito di buona amicizia con l’elemento spesso molto più giovane e irrequieto (Banchelli, Frullini, Dumini, Onori) di quel fascio già “vivace” di suo.
Diventa, qualche mese dopo, segretario del Fascio di Barberino del Mugello, dove, però, gli avversari gli rendono subito la vita difficile. Isolato e malvisto, con la famiglia più volte minacciata di morte, si è risolto, infine a chiedere l’aiuto dei camerati fiorentini, dopo che il 27 marzo del 1921, a seguito della fondazione del Fascio nel suo paese cioè, i sovversivi lo hanno –come accennato- assediato in casa con i suoi familiari.
Con quei guasconi un po’ maneschi delle squadre del capoluogo, egli si troverà subito a suo agio, e sarà in prima fila, guadagnandosi denunce per lesioni, violenza privata, mancato omicidio, etc, partecipe di un “clima” e di un modo di essere –quello squadrista- destinati a segnare la sua vita futura.
Partecipa a numerose azioni squadriste, fino a guidare, in occasione della Marcia, la 3° Legione fiorentina, tra Spoleto e Foligno, per poi divenire Console della Milizia.

Nel contempo, essendo benestante di suo, spende circa 400.000 lire per la propaganda e l’attività delle squadre, e altre 717.000 anticipa, nel 1925, per coprire i debiti di una Cooperativa –il cui controllo era passato ai fascisti dopo il ’22- e pagare gli stipendi agli operai, tra i quali, forse, ci sono anche alcuni dei suoi assalitori di quella sera del ’21.
Lo fa perché convinto che “il suo fallimento in epoca quartarellista avrebbe provocato un forte discredito alla causa fascista”, e, per simile motivo, anticiperà ancora 160.000 per ripianare i debiti della Centrale elettrica del “suo” Mugello.
Danari dati e senza restituzione, (un conto finale valuterà l’esborso complessivo in 1.277.000 lire), che pregiudicano gravemente la sua posizione finanziaria (ha anche cinque figli), fino a costringere la moglie –probabilmente senza che lui lo sappia- a rivolgersi direttamente a Mussolini per un aiuto che consenta ai ragazzi di proseguire negli studi.
Il 23 marzo -e, credo, la scelta di questa data non sia casuale- del 1931 Baldi, ormai quasi sul lastrico, si suicida nel suo ufficio di Console Generale della Milizia.
I funerali risultano imponentissimi, “per manifesto generale compianto da parte di ogni ceto popolazione” come scrive il Prefetto, con una insospettabile, postuma conferma di quel vecchio rapporto dei Carabinieri che, anni prima, aveva parlato di un Baldi “circondato ovunque dalla maggiore stima e considerazione, per la sua onestà, rettitudine, signorilità di tratto e per la sua pura e sentita fede fascista”.

Sì, perché egli era anche questo: “duro” e deciso nell’azione, ma ragionevole e disposto al dialogo con gli avversari in buona fede, tanto da essere nel ’21 il firmatario, in sede locale e per parte fascista, di quel “patto di pacificazione” che pure alla gran parte dello squadrismo fiorentino non andava giù.
Questa, nelle linee generali la storia.
Il cinismo dei nostri tempi porterà qualcuno alla facile definizione di “pazzo” per un personaggio come Francesco Baldi. Non ci azzardiamo nemmeno ad accennare all’altro Francesco che delle umane ricchezze si spogliò in nome della sua fede, ma non possiamo non pensare che se di “pazzi” simili ce ne fossero oggi, forse – diciamo “forse”- le cose andrebbero meglio. Per tutti.

Giacinto Reale

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