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Roma, 25 lug – Già lo scrissi in un altro mio articolo: bisogna sgombrare il campo dalla comoda teoria che fu il Fascismo ad attizzare i ticinesi con propositi velleitari mentre questi non volevano saperne di “annettersi all’Italia”, attaccati anima e corpo alla Confederazione. Fu piuttosto vero il contrario, cioè che fu l’Italia a non rivendicare ufficialmente la Svizzera italiana, nonostante molti ticinesi sognassero e volessero l’annessione al Regno d’Italia. Il quale non rivendicò ufficialmente la Svizzera Italiana perché ciò avrebbe compromesso le posizioni e relazioni internazionali del Regno stesso. Questa era la situazione voluta dal governo Italiano, perlomeno fino a quando l’Italia non fosse divenuta forte abbastanza da sfidare ogni prevedibile reazione. Fu pertanto quest’atteggiamento di forzata rinuncia da parte dell’Italia che mai s’impegnò veramente per riavere il Ticino e i Grigioni neanche durante il Ventennio, a lasciare i Ticinesi e i Grigionesi dov’erano… e affermare il contrario è storicamente insostenibile. Ed aggiungo un altro fatto importante: il Partito Fascista Ticinese portò sì coraggio nell’animo di molti ticinesi che finalmente sentivano un’Italia forte che finalmente li avrebbe staccati da Berna e riannessi all’Italia, ma il Fascismo portò anche divisioni, perché a molti ticinesi stava sì simpatica la causa irredentista, ma vi rinunciarono quando il Fascismo si prese l’Italia.



Infatti erano molti i ticinesi che non volevano “sentirsi e dirsi” svizzeri, chi con posizioni moderate e chi, poi, con posizioni apertamente filofasciste che crearono conflitti con i primi. Ma bisogna ancora chiarire una cosa: difendere l’italianità, per i ticinesi, anche “quando c’era il Duce”, non era affatto sinonimo di Fascismo. Infatti, molti ticinesi mai rinnegarono la propria italianità, da Eligio Pometta, a Francesco Chiesa fino al socialista Canevascini (acerrimo nemico del Fascismo ticinese), ecc… : si dicevano “tutti italiani”, ma rinnegavano apertamente il Fascismo. E si può dire, oggi, col senno di poi, che li “buttarono” tutti (tranne gli esponenti socialisti) “in un unico calderone” e chi si pose a difesa dell’italianità, anche con idee irredentiste (ben precedenti al Fascismo), venne poi “confuso” e classificato “fascista a priori”. Concludo questa doverosa “parentesi” con l’opinione sulla Svizzera di colui che poi diventerà “l’antifascista ticinese per antonomasia”, cioè il Socialista Guglielmo Canevascini: “La Svizzera è troppo piccola e troppo eterogenea perché possa sviluppare una civiltà propria. E la proporzione tra le sue razze è troppo diversa perché il contingente etnico più forte non finisca col prevalere rudemente sulle razze più deboli. L’invasione germanica si manifesta sotto cento aspetti e la penetrazione teutonica procede pazientemente, inesorabilmente. Ormai non è più nemmeno dissimulata. … Nel Canton Ticino il germanesimo ha già posto i pioli che debbono segnare la sua avanzata: la scuola e il giornale”. Canton Ticino, 1913, ben prima del Fascismo, dunque.

Black Brain

Ma allora c’era un Partito Fascista anche in Canton Ticino? Certo che c’era. E fu fondato nel 1921 (ancor prima che il P.N.F. prendesse il potere in Italia). E chi erano fascisti ticinesi? Cosa volevano? È un argomento complesso, cercherò di semplificarlo il più possibile mediante dei punti “in ordine sparso”, punti mirati a far capire, con una breve ma concreta “infarinatura”, questa importante fetta di storia del Canton Ticino nella maniera più semplice e diretta. Perché la storia del Canton Ticino è la storia d’Italia.

AURELIO GAROBBIO, IL TICINESE COLLABORATORE E AMICO DEL DUCE

Il Fascismo in Canton Ticino, cioè quello degli uomini che sognavano lo “smembramento” della Svizzera e l’annessione dell’attuale Svizzera italiana allo Stato italiano… . Cominciamo a dire che furono molti i fascisti ticinesi, dal “Capo” Nino Rezzonico, alla famiglia Orelli di Locarno, agli “infiniti personaggi fascisti ticinesi” che popolavano il mendrisiotto; ma chi spicca più di tutti è il famoso (“famoso” fuori dalla Svizzera: all’interno dei confini elvetici è stato volutamente dimenticato) Aurelio Garobbio. Vediamo un po’ la sua storia ed il suo cuore; Aurelio Garobbio, nato a Mendrisio, l’11 novembre del 1905 e morto a Milano il 31 marzo 1992. Da giovane, dopo le scuole dell’obbligo, lavorò come impiegato in una segheria a Wolhusen (Canton Lucerna), nel 1923 cominciò la carriera di giornalista per la rivista irredentista del Canton Ticino fondata dalla locarnese Teresina Bontempi: L’Adula. Dopo aver collaborato con l’Adula per due anni si trasferì a Milano dove collaborò con il Popolo d’Italia di Mussolini e anche su quotidiani provinciali come la Cronaca prealpina di Varese e su La Provincia di Como. Dalle posizioni irredentistiche si avvicinò sempre più al Fascismo e nel 1933 divenne funzionario dell’Ufficio Stampa del Capo del Governo, nel 1934 si iscrisse al Partito Nazionale Fascista.

Le sue posizioni più estremistiche lo portarono in contrasto con la redazione dell’Adula e fondò quindi il Comitato d’azione irredentista per la Rezia, il Ticino e il Vallese e nel 1937 il gruppo Catena Mediana delle Alpi presso il Ministero della Cultura Popolare con l’obiettivo di fissare sullo spartiacque alpino il confine tra Italia e Germania dopo un’eventuale occupazione e spartizione della Svizzera. Nel 1938 venne incarcerato a Bellinzona per alto tradimento e rilasciato solo grazie al Ministro degli Affari Esteri e genero di Mussolini Galeazzo Ciano. Dopo esser stato rilasciato non tornò più in Svizzera e si ritirò a Milano. Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana e incontrò più volte lo stesso Mussolini. Superato indenne l’avventura nella Repubblica Sociale Italiana, nel 1946 sostenne l’italianità dell’Alto Adige e fu contrario a qualsiasi passo annessione all’Austria o anche solo a qualunque concessione alla maggioranza germanofona. Concluse la sua carriera presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e al Servizio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri durante il settimo governo di Alcide De Gasperi nel 1952. Nella sua carriera giornalistica fu anche redattore dell’Almanacco della Svizzera italiana, nel 1931 fondò la rivista culturale Raetia e nel dopoguerra divenne anche uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino. Numerosi sono i volumi letterari di Garobbio, e vi invito a cercarli. Ecco, questo è uno dei ticinesi “censurati” dai “libri di scuola”. … e questa è solo una “piccola sintesi”… così da cominciare a parlarne, e cominciare a riscoprire, in maniera neutra, i recenti sentimenti filoitaliani (fascisti e non) che “sgorgavano” in Ticino.

IL PARTITO FASCISTA TICINESE

Il Fascio Ticinese non è da confondere la “Schweizerische Faschistische Bewegung” (Federazione Fascista Svizzera) movimento che nacque nel 1932 fondato dal colonnello Arthur Fonjallaz, un movimento “piatta imitazione” del Partito Nazionale Fascista italiano, ma in chiave “ELVETOIDE”. Il Fascio Ticinese fu fondato in quella che ai tempi era la città ticinese dalle correnti irredentiste, cioè Lugano, nel maggio del 1921 (ancor prima che il P.N.F. prendesse il potere in Italia). In Ticino i ticinesi s’infervorarono per il Duce e fu così che il Fascio Ticinese, con il motto “Gottardo confine naturale dell’Italia”, divenne sinonimo di Irredentismo e di patriottismo italiano da parte dei ticinesi. I fascisti ticinesi avevano il loro settimanale, Squilla italica, fondato a Lugano nel 1923 e finanziato dall’Italia Fascista. Capo del Fascio ticinese fu l’ingegnere Nino Rezzonico, che aveva stretto attorno a sé già dagli albori, circa 500 membri. Delle azioni dei fascisti ticinesi poco si può sapere, le autorità elvetiche hanno minuziosamente censurato tutto. Ma non è potuta sfuggire alla gente l’azione più eclatante, fortemente censurata e reinterpretata dagli storici svizzeri e dai giornalisti al soldo di Berna, cioè la Marcia su Bellinzona. Ma la vedremo nel prossimo punto. E fino a qua ho scritto ciò che ci viene raccontato da “più fonti”, e non ciò che non viene mai raccontato. Cominciamo a fare sul serio… partiamo da un misterioso retroscena delle elezioni Cantonali ticinesi del 1935, dove, oramai, convinto di essere forte abbastanza, anche il partito Fascista Ticinese si presentò alle elezioni. Un politico ticinese, un politico di lustro, in maniera anonima ma riconoscibile “a chi sa cogliere i dettagli”, ha affermato verso la fine degli anni ’60: “fortuna che nel 1935 abbiamo truccato le elezioni, altrimenti vincevano i ducetti”. E se per molti questa affermazione può essere un vaneggiamento, non lo è per la cronaca dei fatti delle elezioni cantonali del 1935. Infatti, da più fonti si parla di orde di fascisti ticinesi che, incuranti delle forti persecuzioni perpetuare nei loro confronti dalle autorità elvetiche, si recarono alle urne per il voto, e da più fonti si afferma con “sgomento da parte delle autorità” che i fascisti ticinesi avevano largamente superato le 5000 unità.

Però i dati delle urne ci dicono che: alle elezioni cantonali del 1935 la Federazione Fascista della Repubblica del Cantone Ticino ottenne 540 voti (1,5% dei voti espressi). E ciò com’è possibile? Visto che, secondo i dati dei Servizi Segreti Svizzeri e secondo innumerevoli fonti i fascisti ticinesi avevano più di 5000 membri attivi nel Cantone, una forza che già così senza impegni avrebbe raggiunto “dieci volte tanto” dei consensi. E qua arriva un’altra sconcertante dichiarazione di un graduato di polizia che in una intervista negli anni ’80, in forma anonima, su di un noto giornale italiano, riferisce di un lungo “via vai” di camionette della polizia che “si prendevano cura” delle urne di voto per poi sostituirvi le schede fasciste con quelle dei politici più graditi a Berna. Ma cosa è successo veramente? Poco si sa, di certo quintali di sabbia sono finiti su questa storia è chissà quali orribili pene a chi avrebbe rivelato “gli strani movimenti contro i fascisti”. La storia ufficiale ci dice che, visto il magro risultato alle elezioni per il Gran Consiglio Ticinese del 1935, il Partito si sciolse. E sempre secondo “fonti ufficiali” rimasero soltanto alcuni militanti isolati, che il Ministro d’Italia in Svizzera, Attilio Tamaro, tentò eroicamente di riunire e organizzare. Molti dubbi a riguardo, molte incertezze e un triste fatto: i Fascisti ticinesi furono definitivamente “fatti fuori” il 26 aprile del 1945, dove pochi ticinesi sicuri del sostegno delle autorità, devastarono e saccheggiarono molte abitazioni e attività commerciali di persone dichiaratamente fasciste. Prima no, avevano troppa paura.

E adesso viene il bello. Andiamo ad un anno prima delle elezioni cantonali, cioè nel 1934, “ai tempi della Marcia su Bellinzona”.

LA MARCIA SU BELLINZONA

Ancor prima della Marcia, l’Esercito Svizzero aveva “comprato”, in tutto il Ticino, circa qualche migliaio di giovinastri che, a quanto pare, stando a quello che ci riferiscono gli storici ticinesi, avevano in qualche maniera “giurato” fedeltà alla Svizzera ed erano pronti a difendere il Ticino dai fascisti. Ed i fascisti ticinesi stavano molto sicuramente facendo innamorare la stessa cifra di persone che, unite nel coraggio e nella fermezza irredentista, avevano a cuore la profonda volontà di portare il confine dell’Italia Fascista fino al passo del San Gottardo. Ma ricordiamo quei tempi… i fascisti ticinesi nel gennaio del 1934 erano pesantemente perseguitati dalle autorità ticinesi sottomesse e schiave di Berna che, a sua volta, finanziava ingentemente gli “antifascisti ticinesi” sui quali poteva fiduciosamente contare, dopo averli pagati a “peso d’oro”, per arginare la sempre maggior conversione di parecchi ticinesi alla causa fascista e la naturale conseguenza di voler annettere il Canton Ticino alla sua naturale Madre Patria, l’Italia. E fu così che, il 25 gennaio del 1934, con fermezza, si compì un’azione eclatante: la marcia sulla Capitale del Canton Ticino, Bellinzona. Una marcia dimostrativa, con l’intento pratico di occupare la sede del Governo cantonale dichiarando la volontà dell’annessione all’Italia. A questo proposito bisogna sventare le contraffazioni storiche elaborate da solerti-schiavi giornalisti e storici prezzolati ticinesi che, ben prezzolati da Berna, decisero a fini propagandistici filo-elvetici di sminuire ed infangare questo evento storico. Ed in questo senso, gli esuli antifascisti italiani ed i socialisti ticinesi, capitanati dall’agguerrito ticinese Guglielmo Canevascini, “rincararono la dose” con ulteriori bugie che oggi chiameremo semplicemente “bufale”. Infatti l’inganno propagandistico è facilmente intuibile dalle parole dello stesso Canevascini che in un suo violento, infiammato e rancoroso discorso, dopo la Marcia su Bellinzona, aveva definito i fascisti ticinesi “quattro spiantati” per poi subito contraddirsi parlando di un “pericoloso proliferare dei medesimi in tutto in Ticino”. E Canevascini non si preoccupava nemmeno più di mentire di fronte al giornale Socialista ticinese (“Libera Stampa”): “non si contano più le organizzazioni fasciste nel Cantone e le simpatie che mietono presso tutte le classi sociali”. La marcia su Bellinzona, dunque, dev’essere rivisitata partendo dall’inattendibilità storica delle fonti e degli storci ticinesi che l’hanno declassata, ridicolizzandola a un’iniziativa di sessanta persone giunte a Bellinzona dove ad attenderle c’erano, invece, duemila antifascisti e tremila soldati.

Allora, che ci fossero duemila antifascisti è da provare e che ci fossero sessanta fascisti è assai improbabile, dal momento che lo scontro, cercato e voluto dagli antifascisti scatenò una megarissa davanti al palazzo del Governo, il che significa che le due forze contendenti erano più o meno alla pari. E cosa inquietante: non ci sono fotografie dell’evento… sono tutte “misteriosamente scomparse”, e bisogna dunque fidarsi della parola dei “giornalisti” che ce la raccontano “alla loro maniera”. Ma ciò che più conta è il retroscena della vicenda, raccontato nel libro di Paolo Poma “Morcote e i miei ricordi”, dove l’autore, che all’epoca era un ragazzino, descrive la violenta spedizione punitiva di cui fu testimone, attuata preventivamente dai socialisti con il beneplacito della Polizia e della Magistratura, per far fallire la marcia, contro i fascisti che già a centinaia si stavano radunando in piazza della Riforma a Lugano davanti al Caffè Argentino, sede storica del Fascio Ticinese, pronti a marciare alla volta di Bellinzona. Nonostante la forte sproporzione numerica (i fascisti erano molti di più ma disarmati), duecento socialisti riuscirono a prevalere armi in pugno, contando sul fattore sorpresa e l’appoggio delle autorità, dopo essersi impadroniti dei bastoni che reggevano i cartelli inneggianti all’Impero Romano e all’unione con l’Italia, bastoni coi quali, facilitati dalla protezione delle rivoltelle, diedero addosso ai capi fascisti locali, capitanati dall’ingegnere Nino Rezzonico, sfasciando completamente il “Caffè Argentino”, nell’indifferenza della Polizia che aveva ricevuto ordine di non reagire. Così come i giudici avevano ricevuto ordine di non condannare. “…il Caffè Argentino era un’unica rovina, con vetri e legnami sparpagliati ovunque e i tavolini letteralmente sfasciati… ” si legge sempre sul libro di Paolo Poma. Le “prodezze armate” antifasciste di cui l’autore mena vanto continuano del resto nello stesso libro quando narra di un battello ticinese entro cui si cantava “Faccetta nera” preso a lanci di cubetti di porfido da lui stesso con un amico, e del ritratto del Duce preso di mira da un lancio di calamaio in casa del nonno, divenuto pure lui fascista, in un Ticino dove, secondo lo stesso autore, il Fascismo aveva preso piede al punto che perfino alcuni di coloro che avevano fatto parte della spedizione punitiva contro il Caffè Argentino, avevano poi cambiato idea.

E cosa più importante, dopo la Marcia su Bellinzona le autorità elvetiche arrestarono e perseguitarono molti ticinesi accusati velocemente di “irredentismo”. Un nome su tutti è quello di Teresina Bontempi che fu ingiustamente seviziata e incarcerata. La Bontempi scrisse anche un libro riguardante questa sua triste esperienza, il libro intitolato “Diario di Prigionia”. Un libro che vi consiglio con tutto me stesso. Dunque a voi il giudizio,… secondo certi “storici” ticinesi i fascisti erano pochi,… e per “quattro gatti” si mette in piedi tutta questa persecuzione?

L’EPOCA, IL CONTESTO E UN FORTE PATRIOTTISMO CENSURATO E FATTO VOLUTAMENTE DIMENTICARE

Vi propongo un eccellente articolo dell’amico irredentista Sebastiano Parisi: “Quando si pensa all’Irredentismo un filo invisibile collega subito la parola a certe terre irredente, tralasciando spesso altre, volutamente o non. Regioni come il Ticino o il Grigioni Italiano vengono spesso scartate a priori con la giustificazione: loro si sono sempre sentiti svizzeri. Ma non è cosi. Agli inizi del ′900 gli ideali risorgimentali si diffusero anche nel Ticino. Non fu un fenomeno di massa, ma lentamente si arrivò a crescere di consensi fino al picco degli anni ′30, dove il Fascismo Italiano finanziava il Partito Fascista Ticinese. L’ideale irredentista iniziò a trovare sostenitori e a scatenare dibattiti su giornali e riviste. Una per tutte era l’Adula di Teresina Bontempi, giornale incentrato sulla difesa dell’italianità dei ticinesi che, col tempo, divenne irredentista ed infine filofascista. La Bontempi dovette scontare persino il carcere per le accuse di irredentismo e poi venne esule a Parma, presso il fratello. Oltre a Teresina Bontempi, anche Rosetta Colombi, Giuseppe Prezzolini, Francesco Chiesa, Carlo Salvioni, Giuseppe Zoppi e altri prestigiosi italiani e ticinesi diedero vita a dibattiti sull’italianità del Ticino che culminarono nelle Rivendicazioni Ticinesi del 1924.

In Italia intanto fu soprattutto Giuseppe Prezzolini a promuovere dibattiti sul Ticino Italiano, sul suo giornale Voce, a cui parteciparono tra gli altri Francesco Chiesa, Giovanni Papini, Giani Stuparich, Scipio Slataper. L’Irredentismo degli italo-svizzeri è un fenomeno complesso a cui il MIRI e gli irredentisti italiani tutti non possono rinunciare. Le figure da analizzare sono molte e meritano tutte rispetto e ammirazione. Donne ardite come la Bontempi, Rosetta Colombi ed Elda Simonett-Giovanoli (quest’ultima ricevette persino il riconoscimento dalla Repubblica Italiana per la difesa della lingua italiana nei Grigioni), uomini come Carlo Salvioni o Francesco Chiesa, ed ancora Aurelio Garobbio e Giuseppe Zoppi (quest’ultimo si dichiarò “apostolo dell’italianità”). E’ nostro dovere ricordare questi irredentisti e fare in modo che le loro idee, i sogni e le speranze che avevano, rivivano con noi!”

Se vi doveste imbattere in un ticinese che si dice svizzero, beh, non insultatelo, non ridicolizzatelo, in fondo è un italiano come un altro che si è inoltrato in una selva oscura, smarrendo la retta via, come molti italiani della Repubblica Italiana. Non è colpa sua: Il ticinese ha vissuto anni di disinformazione e distorsioni storiche che lo lasciano senza dignità. Diamo bocche di porpora ridenti, diamo amor, e un domani a tutti i venti daremo il Tricolor!

Luciano Danti

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