Roma, 31 ago – Dopo la prima e la seconda parte, continua la nostra analisi riguardante le condanne per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina degli ultimi anni. L’immigrazione clandestina non è solo un business per coop, associazioni e tutte le categorie professionali connesse. La filiera economica ha origine nei Paesi di origine degli immigrati con strutture equiparabili a vere e proprie agenzie di viaggio. Una volta giunti nei Paesi nordafricani, gli immigrati pagano profumatamente i trafficanti di esseri umani (organizzati come tour operator anche sui social network), i quali organizzano il viaggio in mare fino alle coste italiane. Spesso, soprattutto quando davanti alle coste libiche non sono presenti navi delle Ong, gli scafisti si mettono alla guida dei barconi e sbarcano con gli immigrati in Italia. Alcune volte, invece, la tratta è organizzata da organizzazioni presenti in Italia.

Riduzione in schiavitù delle connazionali

Grazie a intercettazioni telefoniche, gli inquirenti a Torino sono riusciti a sgominare un clan di nigeriani che faceva arrivare clandestinamente in Italia le proprie connazionali e poi le faceva prostituire sfruttando un “obbligo morale e para-religioso”. Sono stati condannati con sentenza irrevocabile Igbinedion Osakpolor, Idehen Patience, Elis Agboiyi e Od Ogievia. Nella sentenza della Cassazione del 4 maggio 2021, si legge: “Valorizzando le intercettazioni telefoniche, emergeva che la ‘ragazzina’ Endurance Obayuwana era stata comprata dalla Idehen prima che lasciasse la Nigeria; quando poi era arrivata nelle mani dei ricorrenti, madre e figlio (Patience Idehen e Osakpolor Igbinedion, ndr), le avevano sottratto il documento di ingresso in Italia rilasciatole al Centro di accoglienza di Mineo”. Grazie alla testimonianze di tre ragazze nigeriane (una minorenne), nel 2017, fu arrestata la connazionale Esohe Ikilo. Nel marzo del 2021, la “maman” è stata condannata con sentenza irrevocabile alla pena di nove anni e quattro mesi per i delitti di concorso continuato nella tratta aggravata di donne nigeriane, anche minorenni, da avviare mediante inganno e minaccia alla prostituzione per mezzo dello sfruttamento della loro vulnerabilità e inferiorità, e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina delle suddette donne fatte pervenire in Italia con mezzi di fortuna e a rischio della vita.

Le stragi di immigrati del 2015

Il 15 agosto del 2015, la nave della Marina militare italiana Cigala Fulgosi soccorse in acque internazionali un barcone in legno dove erano stipati 313 immigrati. Nella stiva, vennero ritrovati 49 persone morte per asfissia. “I tentativi dei migranti posti nella stiva di risalire per ossigenarsi sulla coperta e sul ponte dell’imbarcazione venivano stroncati da alcuni degli odierni imputati, posti a guardia delle aperture, che intervenivano colpendoli con una cintura di metallo, con calci, pugni e colpi in testa con bottiglie di plastica, rimandandoli indietro”, si legge nella sentenza della Cassazione. Grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e ai riconoscimenti fotografici, furono identificati gli scafisti otto scafisti libici e marocchini: Tarek Laamami Jamaa, Alla Hamad Abdelkarim, Abd Arahman Abd Al Monsiff, Mohaned Khashiba, Isham Beddat, Mohamed Assayd, Mustapha Saaid e Mohamed Chouchane. Con due sentenze della Corte di Cassazione dell’aprile del 2019 e del luglio del 2021, gli scafisti furono condannati a una pena di trenta anni di reclusione. Per anni, la stampa italiana aveva dato ampio risalto alle dichiarazioni di innocenza degli avvocati di tre scafisti, Arahman Abd Al Monsiff, Tarek Jamaa Laamami e Alla Hamad Abdelkarim, che venivano definiti “calciatori libici”.

Il 6 agosto del 2015, su un barcone avvenne un’altra strage di immigrati causata dall’asfissia. Quel giorno, morirono oltre 200 persone e 367 furono salvate da una nave militare irlandese e portate nel porto di Palermo. Nel febbraio del 2021, i due scafisti Alì Rouibah e Imad Busadia sono stati condannati con sentenza irrevocabile alla pena di quattordici anni di reclusione per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio colposo.

L’organizzazione etiope-eritrea con base in Italia

Nel 2015, grazie alle indagini della Squadra mobile di Agrigento e Palermo, venne scoperta una rete criminale composta da diversi membri di nazionalità etiope ed eritrea che avevano effettuato dal 2013 al 2014 un’attività a fine di lucro volta a favorire l’immigrazione clandestina in Italia di soggetti extracomunitari. L’affermazione di responsabilità degli imputati era fondata sulle dichiarazioni accusatorie rese dal collaboratore di giustizia Wehabrebi Nuredin Atta, considerato uno dei capi e promotori del sodalizio criminale investigato, comprovate dagli esiti di attività di intercettazione di conversazioni e dalle risultanze dei servizi di osservazione, nonché dai documenti acquisiti al processo. Le condotte favoreggiatrici si sostanziavano, in particolare, nell’aiuto logistico fornito ai migranti all’atto del loro sbarco in Italia e per i successivi trasferimenti, nella gestione dei loro pagamenti anche tramite il metodo “hawala” (un sistema di scambio di denaro) e nella organizzazione di falsi ricongiungimenti familiari e/o matrimoni al fine di ottenere fraudolenti nulla osta e/o visti di ingresso per l’Italia. Nell’aprile del 2021, sono stati condannati con sentenza irrevocabile Himuie Tesfay (sei anni e otto mesi di reclusione), Araya Gebremichael Solomon (dieci anni di reclusione), Gebrehiwot Furtuna Gebreegziabher (un anno e quattro mesi), Netin Danal (tre anni e due mesi di reclusione) e Afwerke Yared (tredici anni e quattro mesi). Nel medesimo ricorso, la Cassazione rinviava alla Corte di appello di Palermo le sentenze nei confronti di Akibo Ehite Yrrga, Eldekidan Asmeret e Ketema Mekde, per rideterminare le pene in seguito alla caduta di alcuni capi di imputazione. Nel dicembre del 2017, erano già stati condannati con sentenza irrevocabile Woldu Tesfahiweit (sei anni di reclusione), Weldemicael Samuel (sei anni e due mesi di reclusione), Melles Matywos (un anno e quattro mesi) e Salih Mohammed (cinque anni di reclusione), mentre la Cassazione rinviava la sentenza alla Corte di appello di Palermo nei confronti del collaboratore di giustizia Wehabrebi Nuredin Atta (condannato in secondo grado a tre anni e sei mesi di reclusione), limitatamente alla misura di sicurezza.

I fiancheggiatori del terrorista tunisino Anis Amri

Nel 2018, fu sgominata la banda di tunisini, residenti tra Villa di Briano, Casal di Principe e Latina, che forniva supporto logistico e procurava documenti falsi ai clandestini sbarcati in Italia. Tra questi, le autorità italiane rintracciarono anche il terrorista Anis Amri, l’autore della strage di Berlino del dicembre 2016. Dalla ricostruzione della polizia, emerse che l’organizzazione ricevesse informazioni sugli sbarchi direttamente dalla Tunisia. Quando gli immigrati sbarcavano in Italia, la banda si occupava di farli arrivare a Napoli e dintorni, per poi trasferirli irregolarmente in Francia o Germania. I servizi forniti ai clandestini non riguardavano solo i trasferimenti: l’organizzazione criminale si occupava anche di trovare loro un alloggio e documenti falsi che venivano consegnati solo una volta superato il confine e arrivati a destinazione, quando veniva completato il pagamento. Nel febbraio del 2021, Akram Baazaoui, Dhiaddine Baazaoui e Rabie Baazaoui vennero condannati con sentenza irrevocabile a tre anni e due mesi di reclusione il primo, due anni e due mesi gli altri due, per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e falsità in certificazioni ed autorizzazioni amministrative (patenti di guida, permessi di soggiorno, libretti di circolazione di autovetture). Nel 2020, fu condannato in secondo grado a tre anni di reclusione anche il quarto componente della banda di tunisini, Mohamed Baazaoui. Al momento, non si hanno notizie di un suo ricorso in Cassazione.

Nella medesima operazione denominata “Mosaico” sui fiancheggiatori del terrorista Amri, era stato coinvolto anche Abdel Salem Napulsi, allora già detenuto nel carcere di Rebibbia, e condannato con sentenza irrevocabile, nell’ottobre del 2020, alla pena di quattro anni di reclusione in quanto riconosciuto colpevole del reato di autoaddestramento finalizzato ad attività di terrorismo anche internazionale. Nel 2018, secondo gli inquirenti, Napulsi stava progettando attentati con “un preciso e ben identificabile riferimento negli atti di terrorismo ideati dall’Isis per poter essere eseguiti dagli aderenti nei Paesi ritenuti bersaglio, fra cui l’Italia”.

La fabbrica dei documenti falsi

Secondo gli inquirenti, l’ex poliziotto Salvatore Occhioni e altri sodali (una decina di persone) avevano messo in piedi a Rapallo un commercio di carte d’identità false per venderle a persone di origine albanese che cercavano di entrare in Inghilterra senza visto. La banda organizzava anche i trasferimenti in pullman, aereo o anche in auto, fino a Calais, in Francia. Le carte d’identità venivano alterate usando le fototessere fornite dai cittadini albanesi che per quei servigi arrivavano a pagare anche 10mila euro. Nel giugno del 2021, Occhioni è stato condannato con sentenza irrevocabile alla pena di tre anni di reclusione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fabbricazione di documenti falsi.

Maxi operazione contro il favoreggiamento dell’immigrazione a Ventimiglia

Nel 2018, a Ventimiglia, le Forze dell’ordine avviarono una maxi operazione nei confronti di un’organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Furono arrestati diversi cittadini extracomunitari che operavano al confine tra Francia e Italia, e nelle città di Torino e Milano. Nel luglio del 2020, arrivarono le prime sentenze irrevocabili. Mahmoud Serour è stato condannato a una pena di quattro anni e otto mesi d reclusione, Mohamed Trabelsi a tre anni e un mese, Kamel Ahmed Chaabani a quattro anni e dieci mesi, Ahmed El Damanhory a sei anni, Mahmoud Mohamed Gabbara a sette anni e un mese, Seifeddine Zanani a tre anni e quattro mesi, e Frederik Bixi a tre anni. Nella sentenza della Cassazione, si legge: “La sentenza di appello ha evidenziato come dalle conversazioni captate emerga un’attività continuativa e organizzata, con piena consapevolezza da parte di tutti di contribuire alla realizzazione di un programma criminale, e rivolta a procurare, dietro corrispettivi e secondo modalità ben consolidate – avendo come basi logistiche le stazioni di Milano e di Ventimiglia – il trasferimento all’estero di soggetti extracomunitari che, arrivati in Italia con vari mezzi, intendevano spostarsi in Paesi diversi, soprattutto in Germania e in Nord Europa”. Nell’agosto del 2021, la Cassazione si è espressa, dichiarandone l’inammissibilità, sul ricorso presentato dall’albanese Frederik Bixi circa l’estradizione in Francia seguita al mandato di cattura spiccato dal giudice istruttore di Nizza.

Gli scafisti arrestati in Italia

Secondo le indagini investigative, la notte del 4 ottobre 2010 si verificò, in località Borgo Grappa di Latina, uno sbarco di decine di cittadini extracomunitari, provenienti dalle coste egiziane, che erano stati portati a terra su un gommone e poi condotti su furgoni presso due appartamenti: “In particolare, Darwish Mohamed Shaban Ismail, unitamente ad Abdel Rahaman Abdel Halin Tarek, si era occupato della scelta del gommone, che era stato acquistato da tale Sarno Antonio; i predetti, unitamente a Abdel Rahman Hassan Ahmed Abdel Moneim, avevano procurato i furgoni, nonché due appartamenti per la prima accoglienza e del cibo per rifocillarli, mentre Darwish Mohamed Shaban Ismail, aveva fornito un importante apporto logistico mettendo a disposizione il proprio appartamento sito in Anzio”. Nel febbraio del 2021, Darwish Mohamed Shaban Ismail e Darwish Mohamed Shaban Ismail sono stati condannati con sentenza irrevocabile alla pena di due anni e quattro mesi di reclusione. Nel marzo del 2021, lo scafista Haji Brejk Salim è stato condannato con sentenza irrevocabile alla pena di tre anni e otto mesi di reclusione per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aggravato dal numero delle persone trasportate superiore a cinque, dall’esposizione a pericolo per la vita o per l’incolumità fisica dei trasportati, dal fatto di essere stato commesso da tre o più persone in concorso, con la disponibilità di armi e al fine di trarne profitto. Grazie alle testimonianze degli immigrati a bordo di un barcone, nel gennaio del 2021, Abdullah Muktar è stato condannato con sentenza irrevocabile alla pena di sette anni e otto mesi di reclusione per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le estradizioni per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina

Il 29 marzo del 2021, fu spiccato un mandato di arresto europeo nei confronti del turco Alakus Mustafà, accusato dalla Croazia del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nell’agosto del 2021, dopo l’arresto in Italia, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Alakus Mustafà seguito alla sentenza delle Corte di appello di Torino che aveva disposto la consegna all’autorità giudiziaria della Croazia. In seguito a un mandato di arresto europeo emesso dalla Francia per reati gravi commessi (associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) all’interno del proprio territorio, nel marzo del 2021, la Cassazione ha rigettato il ricorso riguardante la sentenza di estradizione presentato dall’iracheno Gazi Karim Goran alias Ghazi Kareem Goran, il quale in Italia aveva ottenuto lo status di protezione sussidiaria.

Il business dell’immigrazione clandestina e il connesso pericolo terrorismo

Nella nostra inchiesta, in tre parti, riguardante le condanne con sentenza irrevocabile emesse nel 2021 e nel 2022, volevamo documentare che il business dell’immigrazione clandestina non interessa solo coop e associazioni che si occupano dell’accoglienza in Italia. Se non si gestisce l’immigrazione di massa, bloccandola, si continua a favorire le redditizie attività dei trafficanti, degli scafisti, dei passeur, e delle organizzazioni criminali dedite allo sfruttamento, alla fabbricazione di documenti falsi e al terrorismo, e non si salvaguardano i cittadini italiani dal rischio di attentati jihadisti.

Francesca Totolo

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