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Altamura (Ba), 29 ott – Fu il filosofo tedesco Feurbach a dire duecento anni fa la celebre frase “Siamo ciò che mangiamo”, un aforisma assolutamente vero e da custodire preziosamente nella quotidianità, siccome il cibo non è un qualcosa da ridurre ad un gioco, a semplice costume. L’alimentazione è un gesto quotidiano ed estremamente intimo. È ciò che scegliamo di introdurre e fare parte del nostro essere e può raccontare molto, di conseguenza, sulla società e sui suoi componenti. Può sembrare solo una goccia nell’oceano, e magari è proprio così, ma la sconfitta inferta in Puglia alla catena McDonald’s dodici anni fa, ancora oggi può far riflettere e soprattutto sperare per il futuro.

Nel 2001 il colosso americano apre i battenti ad Altamura, provincia di Bari, città di storica tradizione gastronomica, vera e propria capitale del pane. Un punto vendita di 550 metri quadri, con tanto di massiccia campagna promozionale in tutta la zona e portata avanti con le più aggiornate tecniche di marketing.

Ad oggi McDonald’s conta 548 ristoranti in tutta Italia, con 700mila clienti al giorno e 200 milioni di panini venduti l’anno. Tuttavia la multinazionale non fa i conti con il tessuto sociale altamurano, fortemente legato alla qualità dei propri prodotti,  forse ad oggi un unicum nell’era della globalizzazione. Come Davide contro Golia, il fornaio altamurano Luca Digesù apre pochi mesi dopo un suo nuovo punto vendita proprio accanto al fast-food americano. In soli quattro anni l’onestà del commerciante e la genuinità dei suoi prodotti vincono la multinazionale. Emblematico è come molti avventori acquistino focacce, rustici e pizze dal forno per poi consumarle sotto il totem con la grande emme gialla, o addirittura ai tavoli dell’esercizio, ignorando hamburger e patatine. Il McDonald’s di Altamura chiude, la focaccia altamurana fatta in casa sconfigge i panini surgelati. Per una volta gli italiani premiano la qualità di casa e non la ricca tracotanza estera.

L’episodio fa da subito scalpore in tutto il mondo. I media europei e americani fanno girare la notizia creando una risonanza non indifferente, tanto che nel 2009 viene prodotto “Focaccia Blues” un film-documentario a riguardo. Nel cast figurano Lino Banfi e Renzo Arbore, ma i veri protagonisti sono i volti dei commercianti locali, barbieri, fabbri, calzolai, lo stesso Digesù ma anche il “Re dei funghi” Piero Carlucci e l’allora macellaio in attività più anziano d’Italia Cenzino. Gente laboriosa legata al territorio della Murgia, artigiani che da generazioni, grazie agli insegnamenti tramandati, producono egregiamente di tutto, non solo pane e colture ma anche scarpe, arredamento, ferro battuto, olio e servizi di ogni genere.

L’introduzione alla pellicola spiega perfettamente l’orgoglio cittadino altamurano: “Noi abbiamo già tutto quello che ci serve per vivere meglio, basta sceglierlo”. Non è solo sentenziosità ma una fiera e consapevole rivendicazione da cui trarre insegnamento. Gli altamurani scegliendo il locale anziché il globale conseguono una piccola grande vittoria d’esempio per tutto il mondo, poiché han dato fiducia a loro stessi, alle loro radici, alla bottega dietro l’angolo a conduzione famigliare, a quello che da secoli san fare e continuano a fare dignitosamente. Quella piccola-media impresa che ha fatto la fortuna dell’Italia da nord a sud. Prodotti come gli gnumridd, il Padre Peppe, i funghi cardoncelli, il serpillo, la focaccia e tanto altro ancora costituiscono e producono ricchezza territoriale in tutti i sensi, creano benessere per la popolazione con la loro naturale semplicità unita a tecniche affinate in secoli di lavoro,  senza contare l’inestimabile patrimonio culturale rappresentato dalla differenziazione locale in Italia: regionale, provinciale e cittadina. Purtroppo un qualcosa che nel resto d’Europa non è più così scontato. Insomma, pare chiaro che il dibattito possa allargarsi a qualsiasi campo lavorativo e sociale partendo dal cibo. Gli italiani di oggi, nel bene e nel male, possono dare il meglio di sé quando si tratta di cucina e alimentazione. L’ideale sarebbe però che il principio puramente mediterraneo di Mens sana in corpore sano non restasse confinato al solo cibo ma si estendesse a più settori.

Ad ogni modo, quanto successo in Puglia deve essere fonte d’ispirazione per tutta la penisola. Anche di fronte al grande capitale, ai colossi americani, cinesi e alle macchinazioni della UE gli Italiani non devono cedere al fatalismo, ma prendere posizione e scegliere ogni giorno se stessi e la loro storia. Non esistono alibi di sorta, Altamura non è un villaggetto sperduto dell’Islanda, ma una città vera e propria con più di 70mila abitanti, l’ottava della regione per popolazione. Avrà forse assorbito la spiccata identità dall’Imperatore che fece erigere la Cattedrale cittadina, il Falco di Svevia Federico II di Staufen, ma tutta Italia ha l’onore di conoscere da più di duemila anni gli scritti di Marco Gavio Apicio, gastronomo e cuoco romano di cui ci sono pervenuti diversi precetti.

La buona tavola è parte integrante della nostra storia e ben salda nel nostro Dna. Dopotutto la vita è troppo breve per non mangiare cibo sano e al contempo buono.

Alberto Tosi

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3 Commenti

  1. …forse vi sfugge,…..ma ci troviamo in piena fase globalizzazione a marchio anglo/USA ..ci sono, in Italia, delle università dove la PRIMA lingua è l’inglese, quella ufficiale per l’insegnamento delle materie.. L’italiano lo usano per ordinare il caffè al bar..ma non sempre…

  2. Articolo interessante e ben scritto, dobbiamo andare avanti valorizzando la nostra storia e la nostra cultura. Unica strada percorribile.

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