Roma, 30 ago – A tre anni di distanza da Abyss, Simone Regazzoni torna negli scaffali con Foresta di Tenebra (ed. Longanesi, pagg 368, € 18.60). Seguito naturale di Abyss, il romanzo vede il ritorno del filosofo collaboratore della NSA Michael Price – quasi alias dell’autore, anch’egli filosofo e amante delle Chevrolet Camaro – ma anche della bella e letale Trix, questa volta protagonista assoluta tanto da mettere quasi in ombra la sua controparte maschile.

Le avventure dei protagonisti ruotano ancora una volta intorno a una minaccia cosmica già codificata dagli antichi filosofi ma che affonda le radici in un passato remoto risalente a una civiltà primordiale vecchia milioni di anni più dell’umanità e, forse, più vecchia dell’universo stesso. Con Abyss ci eravamo lasciati con i papiri perduti contenenti le dottrine segrete di Platone, redatte dopo un viaggio iniziatico nell’Egitto dei Misteri (idea romanzata ma non del tutto inventata, sull’argomento consigliamo Platone a Heliopolis d’Egitto, ed. Il Nuovo Melangolo, di Roger Godel) che richiamando l’antico culto neolitico e paleo-indoeuropeo dei Tre Soli portavano dritti alla teoria della Terra Cava e di Agarthi, ponendo le basi per un complotto nazista volto a risvegliare i Grandi Antichi, primordiale popolo dai sapori lovecraftiani rifugiatosi alla luce di un sole che brilla all’interno della cavità terrestre, mantenendo però rapporti psichici e onirici con i propri seguaci. Con Foresta di Tenebra tornano i papiri platonici ma questa volta ricollegandosi a un altro libro perduto, il primo dei 33 “libri neri” di Heidegger, contenente i semi di una religione primordiale che porta ancora più indietro dei Grandi Antichi fino al culto di un Male Assoluto, Abara, che è Dio prima di Dio e che vive in Dio stesso.

Rispetto ad Abyss, che di fatto era un romanzo avventuroso e d’azione che seguiva un sottile fil rouge filosofico, Foresta di Tenebra sembra quasi ribaltare tutto. Non mancano le scene d’azione e di suspense, resta la struttura con capitoli brevissimi, stacchi spaziali e temporali improvvisi che volutamente richiama i film americani e alcune serie tv – di cui Regazzoni è fan dichiarato, basta leggere il suo La Filosofia di Lost, ed. Ponte alle Grazie – ma rispetto al primo capitolo sono assolutamente minoritarie, lasciando invece un preponderante spazio alla discussione filosofica.

Il vero cuore del romanzo è infatti la discussione su Dio, sul Male, sull’Amore e sulla civiltà lasciata principalmente alle riflessioni del “villain” antagonista del libro e che permea praticamente tutto l’arco narrativo, trasformando Foresta di Tenebra in una rielaborazione moderna del concetto di “dialogo platonico” perfettamente incastonata in un’ambientazione action story da blockbuster, realizzando in toto il concetto di pop-filosofia caro all’autore genovese. Le discussioni filosofiche che riportano al culto di un Caos primordiale risalente a prima del Big Bang e quindi dell’universo stesso, un Caos però “più ordinato” e originario del Cosmos visto come un accidente disturbante del Nulla originario, uno zero assoluto che precede l’Uno da cui per ipostasi si genera il mondo manifestato, non possono che riportare ancora una volta agli echi dei grandi autori pulp dell’horror e del fantasy degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Ovviamente H.P. Lovecraft, con i suoi Grandi Antichi e Dei del Caos primordiale e abissale, veri padroni del mondo in cui l’umanità non è che un incidente temporaneo, ma anche e soprattutto R.E. Howard, che tramite la sua creazione più famosa, Conan il Barbaro, decreta il trionfo della barbarie – con i suoi eccessi di violenza ma anche di amore – come stato naturale dell’umanità, declassando la civiltà con le sue moderazioni imposte a “capriccio delle circostanze”. Il culto della primordialità, del mondo selvaggio, dei sacrifici cruenti, della libertà guerriera e di Amore e Morte unito alla ricerca del vuoto e del silenzio interiore professato dagli antagonisti del romanzo si ricollega, con esplicite citazioni da parte di Regazzoni, al rito del Rex Nemorensis, alla Tauromachia, alla filosofia zen samurai, ai culti tibetani e buddhisti e, ovviamente, ad echi fascisti e nazionalsocialisti, il tutto con la filosofia classica, quella di Nietzsche e quella di Heidegger – nonché una componente scientifica sulla fisica dei quanti – a fare da sfondo.

Se vogliamo trovare una pecca nel romanzo, soprattutto da parte di chi fa parte del mondo di cui questi “argomenti” costituiscono le colonne portanti della propria Weltanschauung, è forse una semplificazione narrativa che trasforma i seguaci del culto sopracitato nei “soliti” nazisti cattivi da film, banalizzando forse un po’ troppo la complessità della loro visione come “male assoluto” – la banalità del male, frase ripresa proprio da Regazzoni – senza giungere alla sintesi tra barbarie e civiltà propria di una certa visione romana e indoeuropea del mondo ripresa proprio dai regimi del secolo scorso e arrivando all’assurdo per cui i “nazisti” che amano lo stadio primordiale con l’esplosione di tutte le potenzialità dell’Uomo e del Mondo finiscano per perseguire il ritorno a un’epoca originaria pre-natale, indifferenziata e omogenea quando invece questo mondo sembra più quello caro ai fanatici della Big Mother e dell’antifascismo globale.

Però non va dimenticato che Regazzoni vede tutto questo “dall’altra parte” – non ha mai nascosto la sua militanza nel PD e le sue simpatie renziane – oltre al fatto che il cliché dei nazisti cattivi gli serve come appiglio narrativo di massa per poter avere la scusa di presentare argomenti filosofici di altissimo livello (pop-filosofia, appunto). E forse anche per esorcizzare una fascinazione che l’autore ha per un certo mondo (già palesato in Sfortunato il Paese che non ha Eroi: etica dell’eroismo, presentato proprio a CasaPound, ma anche in alcune frasi di Foresta di Tenebra, in cui Michael Price/Simone Regazzoni si rifiuta di dover giustificare il proprio amore per il nazionalsocialista Heidegger: “Heidegger era un grande filosofo ed anche un nazista. Che si arrangi la filosofia”, dice il protagonista, citando in realtà Alain Badiou) che tante critiche gli ha causato da sinistra quante ammirazioni da parte della destra radicale.

E comunque, di fronte a un romanzo di avventura che non risparmia in scene di azione e suspense e che riesce ad amalgamarvi così bene discussioni filosofiche di così grande portata, trattate in maniera sublime e allo stesso tempo concisa, queste “pecche” passano in secondo piano, lasciandoci finalmente davanti a un autore non di nicchia ma dal grande pubblico che risolleva la narrativa italiana “di massa” dalla palude noiosa, tristemente esistenzialista e fanaticamente impegnata nel voler far trionfare il peggior pensiero debole, facendo intravedere una luce speranzosa per il suo futuro.

Carlomanno Adinolfi

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