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Roma, 6 ago – Ogni tanto ritorna fuori ciclicamente la vecchia idea della “moneta complementare” intesa come soluzione locale per le distorsioni causate dal capitalismo finanziario globalizzato. Intendiamoci fin da subito per evitare fraintendimenti: esse possono sicuramente rivestire una certa importanza locale, come dimostra la loro enorme e sottovalutata diffusione. Oggi nel mondo esistono più di 5mila valute complementari e molte di loro hanno raggiunto grandi risultati, basti pensare al Wir che, attivo da 60 anni, ora copre un sesto delle transizioni svizzere. Oppure pensiamo al Sardex, che pare abbia comunque dato dei buoni risultati per il commercio locale in Sardegna, coinvolgendo oltre 1500 piccole imprese in particolare nel settore agroalimentare.

C’è tuttavia una questione spinosa a cui i promotori di queste varie esperienze non sanno dare una risposta: cosa da valore ad una moneta? L’economia classica non aveva dubbi al riguardo, era sicuramente il contenuto aureo che consentiva ad una moneta di essere considerata tale, il che però si scontra con la piccola verità storica delle monete fatte dei più svariati materiali, anche di comune rame o bronzo, ed usate comunque indistintamente insieme a quelle d’oro o d’argento. La verità è che il valore di una moneta è dato dal fatto che lo Stato richiede la medesima in pagamento delle tasse, generandone così automaticamente domanda. In altre parole, possiamo anche dire che con l’imposizione fiscale lo Stato obbliga i cittadini a procurarsi la moneta, e questa è una definizione abbastanza pregnante di sovranità monetaria.

In effetti, spesso i promotori di queste iniziative palingenetiche sono alquanto sospetti sotto il profilo ideologico. Prendiamo il veterano di questi, lo speculatore Belga Bernard Lietaer, che fra una conferenza e l’altra ci spiega come la moneta di Stato sia una odiosa questione patriarcale. Oppure pensiamo al virago hippy fuori tempo massimo noto come Margrit Kennedy, che dall’alto della sua esperienza di architetto biodinamico ci spiega come la moneta debba liberarsi dai monopoli, ovviamente compreso quello pubblico. Praticamente, tutti i cantori delle monete locali ed alternative sono al contempo alfieri del “più Europa”, ovvero sono per una desovranizzazione “alternativa”, “ecosostenibile”, magari “antipatriarcale” che non si sa bene cosa vuol dire ma fa sempre fico dirlo. Addirittura, se l’Ue sostiene attivamente questi progetti, non viene in mente che possa esserci una fregatura, e nemmeno troppo nascosta, con un minimo di malizia?

Implicitamente, abbiamo già risposto a questa domanda: la moneta complementare può anche aiutare le economie locali, ma è una divisa completamente desovranizzata, con cui quindi il governo di uno Stato nazionale sovrano non può in alcun modo effettuare scelte di politica economica, in particolare nella programmazione dello sviluppo infrastrutturale di lungo periodo, che è la base per lo sviluppo dell’economia reale. Per questo, queste monete non disturbano minimamente il “padrone del vapore”, perché non si pongono sul suo stesso terreno, né in competizione con lui. Sappiamo bene come il maggior potere dell’Eurozona sia la Bce, che volendo domani potrebbe far esplodere nuovamente la crisi dello spread smettendo di acquistare Btp italiani. Un potere quasi illimitato, che ben presto passerà da Draghi a Weidmann, il cagnolino di Schaeuble, ed allora ne vedremo delle belle. Di fronte a questa prospettiva, le monete complementari sono come il brodo di pollo quando si ha la febbre: male non fa di sicuro, ma da lì a dire che faccia bene ne corre.

Matteo Rovatti

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