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Roma, 20 gen – Adriano Scianca, in uno scritto comparso di recente sempre sul Primato online, ha detto una cosa tanto evidente quanto regolarmente sottaciuta, e cioè che il pubblico di destra è “tendenzialmente abituato a sentirsi dire quello che vuole già sentire”. Prendiamo il tema “Europa”. Solitamente (cito alla rinfusa) quando si parla dell’Europa, abbondano i riferimenti alle Termopili e all’onnipresente Napoleone, alle SS francesi che difendono Berlino, alla ‘tradizione ghibellina’, alle Crociate, alla cavalleria e agli ordini monastico-cavallereschi (con predilezione per templari e teutonici) e, naturalmente, al sacro ‘romano’ impero (con gli immancabili Carlo Magno e Federico II di Svevia) e così via. Poi ci sono testi rarissimi, come quello di Francesco Boco, La catastrofe dell’Europa (Idrovolante Edizioni, 2018), che sin da titolo (e dal sottotitolo che è “Saggio sul destino storico del Vecchio Continente”) indicano una prospettiva storico-filosofica che rinuncia alle facili suggestioni e alla trita retorica, per indagare in maniera problematica e fuori dalle strade usualmente battute l’argomento ”Europa”.

Il libro ha una “partitura” molto precisa: i primi tre capitoli delineano il quadro della civiltà europea, della sua decadenza e del suo destino ultimo consistente nell’endiadi occidentalizzazione/fine della storia. Ecco lo snodo decisivo: la dissoluzione dell’Europa in un più vasto ‘Occidente’, una volta accompagnata dalla fine della storia, costituirebbe un che d’immodificabile. In altre parole, con la fine della storia non si potrebbe più uscire dall’occidentalizzazione, mancando ogni possibile alternativa. Ragion per cui la fine della storia coinciderebbe con la fine definitiva dell’Europa in quanto Europa. Questa è appunto la catastrofe cui allude il titolo del libro. Ma l’esito non è né inevitabile, né irreversibile. La catastrofe di cui parla Boco va infatti letta alla luce di una teoria aperta della storia di chiarissima impronta locchiana, in base alla quale è ben possibile un nuovo inizio dell’Europa. Tutta la seconda parte del libro va in questa direzione, indicando in tal modo un’alternativa al pensiero dominante.

Al di là di qualche punto non condivisibile (ad esempio sul ruolo-guida della Germania, un nano politico ricattabile all’infinito per i noti trascorsi), è l’impianto stesso del libro di Boco, soprattutto nella sua pars costruens, a rappresentare una proposta originale e libera da vecchie fisime ideologiche, da leggere e meditare con attenzione. Affinché non si corra il rischio un domani di guardare all’oggi con nostalgia come ad una ennesima occasione sprecata, cioè ad una congiuntura storica capace d’incrinare, di mettere in questione, un’apparentemente monolitica egemonia, ma che non era stata colta nelle sue potenzialità in nome di logori schemi ideologici o di vecchie, superatissime, parole d’ordine.

Giovanni Damiano