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tientsinTientsin, 23 lug – Il cielo era nerissimo, temporalesco. Le cavallette riempivano le strade di fango e si alzavano a nuvoli al passaggio dei carri tirati da cavalli stanchi e svogliati. Oltre la linea del tramonto i pochi muri rimasti in piedi della stazione di Tientsin erano forati dalle granate, le case intorno fumavano ancora, poche godevano ancora di un tetto. Tra le macerie, coolies indiani sorseggiavano un insipido tè, fronteggiati dagli sguardi vitrei di anziani cinesi annebbiati dal fumo di pipe da oppio. Il comandante Rodolfo Borghese guidava la spedizione diretta al consolato italiano dove il sottotenente di vascello Carlotto era morto pochi giorni prima centrato da una granata, in uno dei combattimenti per la presa della città. Una morte che gli era valsa la medaglia d’oro al valore, perché come recitava la motivazione: “con supremo disprezzo del pericolo avanzavasi indifeso per scoprire i punti ove dirigere il fuoco del suo distaccamento”.



Era un torrido agosto quello del 1900 e gli italiani si affannavano a conquistare postazioni chiave, in un Estremo Oriente sconnesso e ribelle ma decisivo per le sorti del nuovo Grande Gioco. Afferrarne le redini poteva significare la svolta economica per una Nazione giovane e ancora in divenire. Tra le occupazioni russe e inglesi sventolava un solo tricolore scolorito dal sole, sul forte nord di Takù, a pochi chilometri dal centro di Tientsin. Era da poco scoppiata la celebre rivolta degli appartenenti al “Pugno della giustizia e della concordia”, in Europa nota come rivolta dei Boxer. Si trattava di cinesi di ogni estrazione sociale, per lo più contadini, artigiani ed ex soldati uniti contro le legazioni occidentali in Cina. Consideravano nefaste le costruzioni di linee ferroviarie, dighe e linee telegrafiche e con il sostegno delle scuole locali di kung fu, dai missionari europei considerate semplicemente scuole di pugilato (da questa interpretazione e dal termine Quan, pugno, da loro utilizzato per identificarsi, deriva appunto Boxer), si lanciarono in un’improbabile impresa contro i soldati di otto delegazioni occidentali. Una battaglia che imperversò in particolare a Pechino e che fu stroncata definitivamente il 7 settembre 1901. Ne uscì il protocollo dei Boxer, un trattato ineguale tra l’impero Qing e le otto nazioni vincitrici (Francia,Germania, Giappone, Impero austroungarico, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti). Gli italiani, ultimi arrivati ma determinanti per sedare la rivolta soprattutto in alcuni quartieri duri a cadere della capitale, si aggiudicarono una concessione territoriale oggi misconosciuta. Nacque allora la colonia tricolore di Tientsin.

Si trattava di un possedimento territoriale di appena 46 ettari che l’Italia mantenne sulla carta fino al 1947, anno del trattato di Parigi, di fatto fino al 1943 con l’occupazione giapponese. La concessione era amministrata da un governatore facente capo prima al Ministero degli Esteri, poi a partire dal 1912 al Ministero delle Colonie. Durante il fascismo il governatore prese il nome di podestà e si verificò un’amministrazione della città italiana in Cina decisamente particolare. I consiglieri erano sia residenti italiani, in maggioranza, che cinesi. L’amministrazione fascista non si distingueva però solo in questo dalle precedenti coloniali, non voleva limitarsi a mantenere un presidio militare ed economico in Estremo Oriente. Iniziò così opere di costruzione sulla falsa riga di quelle attuate negli altri domini italiani in Africa, animata dal motto “edificare senza mortificare”. Non solo, per Mussolini il possedimento di Tientsin non poteva essere l’unico nostro avamposto in Cina. Diede ordine così di costituire speciali gruppi di esploratori, studiosi e lupi apparentemente solitari che univano il commercio allo spionaggio e che dovevano affiancare il lavoro del neonato Battaglione italiano in Cina, ospitato nella Caserma Ermanno Carlotto. Negli anni trenta, quasi in sordina, l’Italia penetrò ulteriormente nel territorio del Dragone. Agli albori del secondo conflitto mondiale la bandiera tricolore sventolava sul Forte di Shan Hai Kuan, luogo chiave posto all’inizio della Muraglia cinese in Manciuria e a Shanghai, dove il Comando navale per l’Estremo Oriente occupava parte della città e dove 200 marinai del Reggimento San Marco restarono al loro posto fino al 1945.

Tientsin oggi è una delle quattro municipalità della Cina, 15 milioni di abitanti dediti allo sviluppo di un esteso bacino produttivo tecnologico. Qua si registra una delle maggiori crescite di Pil su base annua al mondo. A Tientsin (letteralmente “guado del fiume del paradiso”) la Repubblica Popolare Cinese ha voluto ristrutturare quasi interamente il “Quartiere italiano” a scopi turistici. Senza però abbatterne i simboli del passato, forse per offrire cartoline migliori, forse perché almeno da queste parti si può essere “comunisti” senza boldrinizzarsi. Ecco allora che si possono ammirare il consolato italiano, la chiesa del Sacro Cuore e lo splendido Palazzo della Cultura italiana con i fasci littori ancora svettanti ai quattro lati agli angoli della torre. Un progetto del governo cinese prevede anche la ricostruzione del monumento commemorativo italiano della prima guerra mondiale. Di allora, di quando l’Italia non era una mera attrazione turistica. Con il comandante Rodolfo Borghese che scriveva a Tientsin il suo quasi introvabile “In Cina contro i boxers”, con questa dedica: “Ai miei quattro figli, pubblico questi appunti delle mie prime armi in Cina augurandovi per voi una vita di intensa e feconda attività al servizio della Patria. Ora, nella vibrante atmosfera fascista e imperiale di Roma”.

Eugenio Palazzini



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2 Commenti

  1. finalmente un bellissimo articolo che parla di questo caso surreale di colonialismo italiano in Cina. Oltre ogni limite d’ immaginazione, lì arrivo il Fascismo.

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