Roma, 18 ago – Un’invasione di gattini contro il terrorismo, sommergere internet con foto di teneri mici per vincere la paura. Ormai la reazione emotiva in Europa ha perso anche il senso del ridicolo, quello del tragico purtroppo era ormai morto e sepolto. Imperversa il “popolo del web”, un concetto già di per sé talmente vuoto che se non partorisse puntualmente idiozie dannose sarebbe persino trascurabile. E invece no, tocca confrontarsi con i gessetti colorati, i simboli della pace, le canzoncine anni sessanta rispolverate per l’occasione. E adesso i gattini. Qualunque cosa pur di abbandonarsi alla vaghezza emozionale: l’amore, l’innocenza, il sentimentalismo, la tenerezza.

Come se oltretutto questo tipo di “risposte” avesse mai avuto efficacia. Non basta l’arrendevolezza del prima, serve sempre ribadire l’incapacità di pensarsi forti dopo. E’ un pensiero debole che produce retorica avvilente. A volte c’è pure consapevolezza di risultare imbelli, ma si persevera comunque pur di partecipare al coro, pur di sembrare presenti nel gioco virtuale. Il gattino strappalacrime è in fondo la fotografia di se stessi, di chi ha rinunciato alla propria identità, di chi ha gettato al vento il proprio sangue. Con la differenza che anche il gattino più innocente sa tirar fuori le unghie e graffiare, il “popolo del web” al massimo sfodera i pastelli per colorare. Nessuno osi parlare di coraggio, di fierezza, di riscatto, di onore, di lotta. Sono termini aboliti nel vocabolario del luogo comune in preda ad una overdose di buone intenzioni. Parole rintracciabili forse in qualche mercatino delle pulci, oggetti verbali d’antiquariato.

Neppure è concesso identificare il nemico, è meglio relegarlo ad uno scarabocchio che casualmente ha imbrattato l’ameno quadretto di una società paciosa. Sarà stato un pazzoide, un fanatico prodotto del nostro mondo, tutto sommato è proprio colpa nostra perché in passato abbiamo commesso crimini. Quali siano questi crimini, quale sia la nostra atavica colpa non è dato sapere. Come se da europei dovessimo chiedere scusa quando ci uccidono i figli per strada, perché in fondo in un tempo lontano anche i nostri avi avranno commesso omicidi deprecabili. Un cortocircuito che potrebbe sembrare grottesco da parte di chi puntualmente ridicolizza le nostre radici e la nostra identità, negando persino di averla sul serio una patria e di conseguenza degli avi. Proprio chi si considera un bastardo della storia pretende di incolpare i propri padri di quanto accade oggi. E sfodera i teneri gattini, per commuoversi. Senza l’unica speranza che abbia davvero senso avere: confidare che un giorno quei gattini diventino cacciatori spietati di un mondo che li ha eretti a simbolo del piagnisteo.

Eugenio Palazzini

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