Roma, 18 ago – Se ne parla da tempo, perlomeno da quando i francesi di Vivendi hanno acquisito un ruolo di riferimento all’interno della compagine azionaria di Tim attraverso una quota del 23.9% del capitale. Ma soprattutto da quando, grazie a un importante impegno del governo Renzi, Enel (pubblica al 23.58%) e Cassa Depositi e Prestiti hanno dato vita a Open Fiber, società destinataria dei fondi europei (circa quattro miliardi di Euro) da utilizzare per la realizzazione di una rete in fibra ottica nelle aree dove nessun altro operatore privato era disposto a investire autonomamente.

Lo scorporo si declinerebbe sostanzialmente nella vendita della rete in rame dell’ex monopolista alla neonata Open Fiber, per una cifra che dovrebbe aggirarsi fra i tredici e i diciotto miliardi di Euro, anche se non manca l’ipotesi in cui la rete venga conferita a una nuova società pubblica, staccata almeno inizialmente dalla joint venture Enel-CdP. In ogni caso, la società in mano ai francesi si priverebbe di un asset che ha finora garantito all’ex monopolista una posizione dominante sul mercato italiano. La rete in rame ha infatti permesso finora a Tim, oltre che di erogare i servizi di rete fissa (voce e internet) ai propri clienti finali, di concedere in affitto tale infrastruttura a tutti gli altri operatori di telecomunicazioni che desiderano offrire servizi similari pur non possedendo una propria rete estesa fino alla sede cliente (la rete è infatti soggetta ai vincoli del monopolio naturale).

Di contro l’operazione lascerebbe ai francesi la possibilità di ottenere una cospicua riduzione del debito dell’ex Telecom Italia, che oggi supera i 25 miliardi di Euro, accumulati a margine della privatizzazione voluta nel 1997 dal governo Prodi. Un’idiozia, per usare un eufemismo, che Francia e Germania si sono ben guardati dal fare. Oggi lo stato francese mantiene infatti una quota di oltre il 13% in Orange, che consente al governo di piazzare tre consiglieri in cda, mentre il governo tedesco detiene il 32% di Deutsche Telekom. Non solo, perché la dismissione della rete permetterebbe ai francesi di cedere anche una grossa fetta di forza lavoro, circa la metà degli attuali sessantamila dipendenti del gruppo, raggiungendo una riduzione dei costi ragguardevole. Soprattutto tenendo a mente il noto progetto di Vivendi, ovvero quello di creare un colosso europeo impegnato principalmente nella creazione e diffusione di contenuti audiovisivi, in grado di dare battaglia a Sky e Netflix grazie a una partnership con Canal+ (sempre in quota Vivendi). E qui la partita si intreccia ovviamente con la scalata a Mediaset: i proventi derivanti dalla cessione della rete potrebbero infatti mettere i francesi nelle condizioni di offrire una cifra utile a ottenere il controllo dell’azienda di Berlusconi.

Insomma, i vantaggi dello scorporo per Vivendi sembrano essere abbastanza definiti, tanto è vero che i vertici imposti dopo l’uscita dell’ad Cattaneo hanno chiaramente aperto a tale eventualità e con loro, neanche a dirlo, il Ministro Padoan e l’ex premier Renzi. Lo stesso non sembra tuttavia valere così univocamente per l’eventuale acquisizione dell’asset da parte di Open Fiber, nonchè per l’intero sistema economico italiano che oggi sconta un pesante ritardo nella diffusione dei servizi a banda ultralarga. Innanzitutto andrebbe definito il perimetro della rete da cedere, che semplificando può essere divisa in rete di trasporto (quella di alto livello, ormai interamente realizzata in fibra ottica) e rete di accesso (dalle centrali locali ai clienti finali, quella di Tim è in rame), cui è evidentemente legato l’importo e la fattibilità dell’intera partita. Dopodiché, assolutamente non secondarie, andrebbero studiate le complesse modalità di cessione dell’infrastruttura, cui sono connessi i clienti finali e tutti gli altri operatori di telecomunicazioni che operano nel nostro Paese. Un’operazione che durerebbe sicuramente diversi anni e che, per giunta, potrebbe richiedere a Open Fiber la necessità di concludere onerosi contratti di servizio con l’ex-monopolista. Altri soldi per i francesi e altri ritardi per gli italiani, un copione che è già stato scritto in un’analoga operazione condotta in Australia a partire dal 2009.

Occorre inoltre notare che, anche qualora venissero sciolti i nodi della rete, dell’importo e delle modalità di cessione, il passaggio di proprietà della rete determinerebbe, già nel breve termine, almeno due conseguenze non trascurabili. La prima riguarda il venir meno della concorrenza infrastrutturale fra i due attori, già desueto mantra del liberismo in odor di scippo quando si parla di infrastrutture a rete, quindi la rincorsa a spiazzare gli investimenti del competitor cui abbiamo assistito di recente con gli annunci del piano Cassiopea da parte di Tim. In altre parole, senza la rete Tim e il piano FTTC nelle aree meno profittevoli, Open Fiber avrebbe molti meno incentivi a velocizzare il già ambizioso piano di copertura in fibra ottica. In seconda battuta, l’acquisto della rete da parte di un operatore “wholesale only”, che diversamente da Tim non eroga i servizi ai propri clienti finali ma solo ad altri operatori che agiscono nel mercato retail, garantirebbe dei benefici in termini di parità di trattamento a tutti gli operatori di comunicazioni e in primis ai più grandi come Vodafone (gruppo internazionale attivo in decine di Paesi e con sede a Londra) o Wind-Tre (di proprietà russo-cinese).

Se una volta perso il rapporto privilegiato con la proprietà di Telecom Italia, fatto che peraltro potrebbe risalire, se non alla privatizzazione, almeno ai primi anni duemila con l’entrata degli spagnoli di Telefonica, l’obiettivo del governo è quello di riportare un asset di fondamentale importanza, benché desueto, sotto il controllo pubblico (magari potenziandolo), l’intenzione è quantomeno apprezzabile. Ma se ciò si fa creando un nuovo carrozzone oggetto di evidenti dispute politiche di breve respiro, dalla dubbia sostenibilità finanziaria e con poche prospettive di colmare il ritardo infrastrutturale dell’Italia, siamo evidentemente fuori strada. Verrebbe da dire che allo stato attuale non siamo assolutamente in grado di un progetto di tale portata ma, fortunatamente (?), l’incombenza delle elezioni parlamentari potrebbe ritardare l’imbarco in un’avventura estremamente complessa e magari permettere la definizione di un quadro industrialmente più solido.

Armando Haller

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