Roma, 29 ago – Fa sempre un certo effetto sentir parlare in tv di “ordine mondiale”, “tecnostrutture”, “élite di tecnocrati”. Ancora più sorprendente che a farlo sia un giornalista di stretta osservanza “debenedettiana” come l’ex vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini. In prima serata su La7, l’attuale direttore di Radio Capital, ha espresso concetti che, se venissero riportati da un normale utente su un qualsiasi social network, verrebbero subito derubricati alla voce “complottismo”. Per Giannini infatti “una delle leve fondamentali che spinge questo governo a nascere, è la tutela e la necessità di preservare un ordine mondiale”. La faccia perplessa del conduttore David Parenzo è tutta un programma.

“Salvini era una minaccia per l’ordine costituito”

“Perché diciamolo chiaramente”, prosegue Giannini, “un ordine mondiale esiste. Sono le esecrate élite? Sono i tecnocrati? Chiamiamoli come vogliamo. Tutto quello che rappresenta una minaccia viene guardato, dalle cancellerie e dalle tecnostrutture, con qualche preoccupazione”. E chi rappresentava una minaccia per élite e tecnocrati? Il Movimento 5 Stelle? Ovviamente no. “Salvini era una minaccia a questo ordine costituito”, va dritto al punto Giannini. “Era una minaccia democratica per l’Italia, mentre per l’Europa era una minaccia perché rimetteva in discussione tutta una serie di certezze, giuste o sbagliate che siano, che erano state acquisite nei decenni”.

“Da Trump un endorsement mai visto”


Per l’ex vicedirettore di Repubblica questo spiegherebbe anche l’intervento a gamba tesa della Casa Bianca: “Questo spiega il tweet di Trump, che essendo un populista a sua volta molto sfrontato, ha fatto una cosa che le altre cancellerie al massimo faranno dopo a governo formato, un endorsement a consultazioni in corso che non si era mai visto”. Sono tempi in cui la politica viene raccontata solo in base al consenso e con dinamiche che assomigliano a quelle di una telenovela. Un giornalista di sistema che parla di ordine mondiale e tecnostrutture, dovrebbe forse far riflettere quei leader politici troppo concentrati sul consenso e senza una visione di lungo periodo.

Davide Di Stefano

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