Home » Gigi Riva, il rombo di tuono che eliminò Beckenbauer dai mondiali

Gigi Riva, il rombo di tuono che eliminò Beckenbauer dai mondiali

by Stelio Fergola
0 commento

Roma, 22 gen – Gigi Riva ci saluta. A 79 anni, se ne va uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio. Un cuore azzurro, oltre che “cagliaritano scudettato”, per la dedizione che ha sempre mostrato verso la maglia della nazionale, anche dopo il ritiro, diventando un punto di riferimento di tutte le rappresentative dal 1987 in avanti. E di tutti i suoi campioni, come ha testimoniato anche la dichiarazione di Gigi Buffon dopo la triste notizia. Quasi a ricordarci che Riva per l’Italia intera non è stato soltanto un calciatore, ma un mito trascendente.

Gigi Riva, che incantò l’Azteca con un colpo da biliardo a migliaia di metri di altitudine

Gigi Riva era per tutti “rombo di tuono”. Soprannome affibiatogli da Gianni Brera, per quel suo tiro potentissimo, fuori scala, da vero attaccante e bomber. Eppure, il gol migliore – o quanto meno più iconico – della carriera il campione del Cagliari lo segnò di fino, di precisione, con un classico colpo da biliardo a fil di palo opposto. La magia avviene in Messico, il 17 giugno 1970, durante quella che non a torto è stata definita “la partita del secolo” dagli sportivi di tutto il mondo, Italia-Germania 4 a 3. Quello stesso pianeta che, al minuto 104 di una sfida fisicamente massacrante, ammira un attaccante che stoppa e si porta il pallone avanti, controlla ed aggira un difensore tedesco, e poi la pennella bassa, dritta sul secondo palo. Per un momentaneo vantaggio che non avrebbe (ancora) chiuso la sfida. Ma a quello, come ben sappiamo, penserà Gianni Rivera nel secondo tempo supplementare. Con un particolare che si udì nel sottofondo della telecronaca di Nando Martellini, ovvero una voce che continuava a urlare: “Vinciamo! Vinciamo! Vinciamo!” (su Raiplay è disponibile la partita intera così come trasmessa all’epoca).

Lo scudetto del Cagliari

A quel mondiale rombo di tuono arrivò da campione d’Italia e campione d’Europa. Era a tutti gli effetti nel pieno della sua maturità tecnica e agonistica. Lo storico tricolore nella “sua Sardegna”, dove giocò praticamente tutta la carriera, rinunciando a ben altre piazze dove avrebbe potuto vincere ben di più, vale almeno cinque campionati ottenuti nelle grandi storiche. Perché Cagliari non solo non è Milano o Torino, ma non è neanche Roma o Napoli. Era allora ed è tutt’oggi una piazza praticamente provinciale, nonostante Riva stesso la esaltasse come la più grande delle realtà (“Al Cagliari avevo posto una condizione: avrei accettato solo il trasferimento a una provinciale. Sono certo che a Cesena mi sarei trovato benissimo: avrei accettato molto volentieri il trasferimento”“, disse).

Là, dove primeggiare in Serie A è ancora più impossibile, Riva ha trionfato. Diventando il simbolo di generazioni intere di tifosi rossoblu. Ben 21 reti in 28 partite, in un’epoca in cui agli attaccanti venivano strappate le magliette senza troppi complimenti e i difensori erano dei veri e propri mastini. Con quelle statistiche, “rombo” divenne per la terza volta capocannoniere del torneo.

Un sinistro, una religione, un’ostinazione

Parliamo di una prima punta abbastanza completa, in un ruolo in cui, di solito, la tecnica non sempre brilla al massimo. La balistica e quel sinistro tonante facevano il resto. Gigi Riva non usava praticamente mai il destro, sembrava detestarlo quasi come se ne fosse allergico. Il che era sì un limite, ma anche carattere deciso e fermo. Si ricorda ancora il 4 a 1 al minuto 76 contro il Messico, nei quarti di finale precedenti alla partita del secolo, dunque sempre nel 1970. Nell’ultima segnatura, il bomber praticamente “si rifiuta” di calcolare l’altro piede, nonostante si trovasse a destra della porta. La partita era già praticamente chiusa sul 3 a 1, ma quella ostentazione aveva un che di filosofico, quasi ideologico. Doveva a tutti i costi usare il sinistro, anche nel modo più scomodo. Insopportabile e stupendo al tempo stesso, in un gol non bello, ma “testardo” (il capolavoro lo aveva regalato 13 minuti prima, eludendo tre difensori  e tirando fuori il solito sinistro imprendibile sul palo basso che “lascia tutti stecchiti”, come scrisse nelle pagelle proprio Brera). Ci lascia un personaggio che va ben oltre il semplice mondo dello sport. Riposa in eterno colui che costruì le basi per la rinascita azzurra dopo la crisi degli anni Cinquanta, nonché l’uomo che ha rappresentato per tre decenni, dopo il ritiro, i vertici dei nostri splendidi e immortali colori. Addio, immenso rombo.

Stelio Fergola

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati