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Giorgio Napolitano, il “comunista preferito” di Stati Uniti e NATO

by Sergio Filacchioni
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Napolitano

Roma, 23 settembre – Il momento del “cordoglio istituzionale” non deve farci perdere di vista un punto fondamentale della parabola politica dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: una parabola simbolo di un’intera generazione che ha visto le file intransigenti del PCI, almeno fino all’invasione dell’Afghanistan, defluire sull’allineamento alla NATO.

Napolitano il migliorista

My favourite communist“, disse di lui Henry Kissinger, dopo che a partire dal 1986 la Commissione per la politica estere e le relazioni internazionali del PCI diretta da Napolitano iniziò e realizzò lo spostamento ad ovest dei comunisti, sposando il riformismo europeo come “punto di approdo del PCI” e accostandosi ad una “piena e leale” solidarietà agli Stati Uniti d’America e al patto Atlantico. Di lui potremmo dire che di veramente “Europeo” non ha avuto nulla, almeno non di rivoluzionario, realizzando nei fatti e nella pratica quello “Spirito di Yalta” che vede le nazioni europee assoggettate ora a Washington ora a Mosca e che ancor oggi pervade la prassi di una classe dirigente debole ed incapace di immaginarsi fuori dallo schema stabilito nel 1945. Giorgio Napolitano fu il primo dirigente del Partito Comunista Italiano a ricevere un visto per recarsi negli Stati Uniti, nel 1978, dove terrà conferenze e importanti incontri ad Aspen e all’Università di Harvard; l’invito ufficiale, nella sua veste politica, venne soltanto una decina di anni dopo, anche grazie all’interessamento di Giulio Andreotti, e diede luogo anche a un nuovo ciclo di conferenze presso le più prestigiose università statunitensi tra cui Harvard, Yale, Chicago, Berkeley, Johns Hopkins-SAIS e CSIS di Washington. Una simpatia “unica” nel suo genere, che rappresenta lo slittamento di una classe politica verso lidi più pasciuti.

Budapest e Praga

Nella lunghissima carriera politica di Giorgio Napolitano, resta una macchia che lui stesso faticò a cancellare e che come ammise più avanti, lo tormentò per decenni. Nell’VIII congresso del Partito comunista italiano, che si tenne a Roma dall’8 al 14 dicembre 1956, Napolitano elogiò senza mezzi termini l’intervento dei carri armati di Mosca in Ungheria, sposando in pieno la linea dettata dal segretario Palmiro Togliatti. L’Unione Sovietica – come ben sappiamo – aveva mandato l’esercito e i blindati a reprimere i rivoltosi di Budapest. La dirigenza del Pci, incapace di un’autonomia ideologica, condannò senza mezzi termini la ribellione degli ungheresi bollandoli come controrivoluzionari. Solo dopo diversi anni, tornando su quei tragici fatti di sangue, Napolitano ammise di aver vissuto un tormento per quella dura presa di posizione, e spiegò poi di aver cambiato idea. Il ripensamento lo manifestò, nero su bianco, nell’autobiografia “Dal Pci al socialismo europeo” (Laterza), uscita nel 2005, l’anno prima dell’elezione a Capo dello Stato: una “lavata” alla coscienza prima del Colle? In ogni caso solo quarantanove anni dopo Napolitano diede ragione ai dirigenti comunisti ungheresi che si erano opposti ai carri armati ma, loro malgrado, erano stati spazzati via. Meglio tardi che mai: anche se non diede mai del tutto ragione agli anticomunisti.

Trasformista o pentito?

Qualcuno potrà dire che Giorgio Napolitano è il chiaro esempio di un comunista che ha dovuto negare sè stesso per ottenere posizioni di potere nel nuovo ordine sorto dal crollo dell’URSS: una sorta di “pentito” di Marx. Chi scrive crede invece che abbia portato in fondo e al suo pieno compimento la sua militanza – o sarebbe meglio dire “funzione” – comunista ed antifascista: da Budapest a Praga per arrivare all’Afghanistan e alla Libia, la sua linea è stata sempre la linea del padrone, quella di chi non si muove senza dettato, quella di chi per l’Italia e l’Europa non ha immaginato altro orizzonte che la piena e fedele abnegazione al progetto d’occupazione iniziato con i carri armati in Normandia e in Sicilia da un lato, con i carri armati a Berlino e Varsavia dall’altro. Uno strascico che ci portiamo ancora dietro e che non ci permette – ancora – di immaginare un europeismo pienamente autonomo, che ci mette contro le nazioni del blocco orientale che emancipatesi in armi dai sovietici non accetteranno mai un altro padrone (figuriamoci una Russia “ripulita”). In questo sì, Giorgio Napolitano è stato un grande anti-italiano: uno tra i “migliori” anti-europei.

Sergio Filacchioni

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