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immigrati-tubercolosiRoma, 11 ott – Gli immigrati portano malattie? Non lo dicono solo siti e politici “xenofobi”, stavolta la conferma è più autorevole. Nel corso del 17esimo Congresso della Società italiana di pneumologia (Sip), tenutosi qualche giorno fa a Milano, una verità è emersa chiara, sia pur fra mille cautele imposte dalla delicatezza del tema: secondo i dati del ministero della Salute, nel decennio 2004-2014 lungo lo Stivale il numero dei casi notificati di Tbc è attestato intorno ai 5 mila all’anno, oltre la metà in cittadini stranieri che sbarcano sulle coste della Penisola da nazioni dove l’infezione è molto frequente, e che nel 40% dei casi si ammalano nei primi 2 anni dall’arrivo nel Belpaese.

“In Italia – riflettono gli specialisti riuniti nel summit – arrivano migliaia di migranti provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana dove l’endemia è elevata, e da Paesi dell’ex Unione Sovietica e del Medio Oriente dove, oltre a essere molto diffusa, la malattia è spesso causata da batteri multiresistenti che non rispondono alle consuete terapie e sono correlati a una mortalità del 50%: una strategia di monitoraggio e individuazione dei casi è perciò indispensabile per tutelare il diritto alla salute dei concittadini e anche dei migranti stessi”. Spiega Francesco Blasi, presidente della Sip: “Negli ultimi 10 anni l’incidenza di tubercolosi in Italia è rimasta sostanzialmente stabile sui circa 7 casi per 100 mila abitanti, con un graduale aumento della quota relativa a pazienti nati all’estero, che ha compensato la progressiva riduzione dei casi italiani. Gli italiani nell’immediato non stanno andando incontro a un più alto rischio di ammalarsi a causa dell’ondata migratoria – puntualizza l’esperto – ma certo i migranti pongono una questione di sanità pubblica ineludibile, una domanda di salute a cui è doveroso rispondere per tutelare i loro diritti e per proteggere tutta la popolazione”.

Una questione di sanità pubblica ineludibile: non poteva essere detto con maggiore vigore. Insomma, “l’Italia oggi è un Paese a bassa endemia di tubercolosi – tengono a precisare gli specialisti – anche se, come prima frontiera nell’accoglienza di migranti provenienti da aree dove la malattia è molto diffusa, deve gestire in modo efficiente il monitoraggio, la diagnosi e la cura dei nuovi casi, assicurando il rispetto del diritto alla salute dei cittadini italiani e non, e salvaguardando i diritti umani”.

Giuliano Lebelli

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