Roma, 16 ago – Il governo tecnico, come siamo soliti definirlo, è un governo del Pd. Ce lo dice il presente, scandito dalle candidature di sedicenti “super partes” come Carlo Cottarelli ed Andrea Crisanti nella lista elettorale del Nazareno, ma anche e soprattutto il passato. Ovviamente, un passato in cui non si parla per forza di Partito democrartico, ma anche delle sue denominazioni precedenti (nella fattispecie, quella di Partito democratico della sinistra).

Governo tecnico è governo Pd, da sempre

L’assonanza è pressoché totale, su tutti i temi. Dall’europeismo folle e religioso, al ripiegamento a qualsiasi vincolo esterno, pressione internazionale o semplice approccio esterofilo. Alla pressione fiscale che distrugge le classi medie e impoverisce ancora di più quelle indigenti. Fino alla stessa “gestione” dell’immigrazione clandestina, con la propaganda incessante verso il multiculturalismo e multietnicismo ad ogni costo, favorita nel peggiore dei casi, lasciata agire in modo “indifferente” nel migliore. Dai tempi di Giuliano Amato, nel 1992, in Italia abbiamo avuto sei governi tecnici: Giuliano Amato I, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Giuliano Amato II, Mario Monti e, infine, Mario Draghi. Con una coincidenza di partenza abbastanza emblematica: tutti – senza mezzi termini tutti – provenienti dagli ambienti finanziari e bancari. Nazionali come internazionali. La scusa è sempre la stessa: meglio “un tecnico”, perché è più preparato. Un tecnico che, però, di fatto attua le stesse politiche favorite e promosse da sempre dai signorotti del Pd, praticamente esposte in ogni programma. Anche se quando, per caso, ha provenienze eccezionali, come quella di Dini, che prima di diventare presidente del Consiglio “d’emergenza” era stato ministro nel primo gabinetto di Silvio Berlusconi.

A prescindere da alcune diversificazioni dettate da epoche non ancora mature (l’immigrazione è sempre stata vista in modo più leggero e permissivo dalla sinistra, ma anche la sinistra trent’anni fa non si permetteva le bestialità odierne, al punto che un blocco navale, alla fine degli anni Novanta venne deciso addirittura da un governo Prodi), su tutti i temi elencati, non si riscontrano grosse differenze, per non dire che non se ne riscontra nessuna. Soprattutto nella politica neoliberale e globalista, infarcita da un sano massacro fiscale di tutte le categorie economiche di questo sempre più povero Paese. In nome, ovviamente, del “debito” da sanare e della cosidetta “Europa”. Ma anche sugli approcci recenti alla gestione della pandemia, il discorso non cambia molto (e per questo non stupisce la candidatura di Crisanti).

L’ideologia tecnocratica nel XXI secolo è l’ideologia piddina, almeno in Italia

Alla fine della fiera, ciò che emerge principalmente è questo. La politica, come disciplina umanistica, spirituale e solo in parte tecnica, è divenuta oggi solo dell’ultimo tipo. Potremmo dire che sia morta, in effetti: e questo – va detto per onestà – come tendenza generale. Ma se su alcune sponde non vicine al Pd e al suo Feudo incontrastato ci si è approcciato talvolta anche con una visione tradizionale, spirituale e di quel concetto di “guida” della politica stessa oggi quasi totalmente estinto (il che è riscontrabile tanto nei discorsi identitari che in quelli “statalitsti” che per un certo periodo hanno avuto grande seguito negli elettorati e nei proclami tanto della Lega quanto di Fratelli d’Italia) a sinistra certe dissidenze non vengono sfiorate neanche per sbaglio, neanche temporaneamente. Del resto, anche la guida di un governo “politico” come quello di centrosinistra della seconda metà degli anni Novanta, aveva un’origine tecnica, ovvero la figura di Romano Prodi, divenuto poi dichiaratamente schierato – che strano – sempre verso la stessa direzione. Come a dire, ormai l’identità andrebbe presa come tale. E le indiscrezioni su un possibile ritorno di Mario Draghi dopo le elezioni dovrebbero darcene ulteriore conferma.

Stelio Fergola

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