Roma, 3 gen – Giacomo Boni fu la rappresentazione vivente dell’idea di Venezia come figlia prediletta della romanità. Questo veneziano di pelo rosso, nato il giorno di San Marco del 1859 nella città lagunare – negli stessi giorni in cui iniziava il definitivo processo unitario della nostra nazione – che visse più vite e svolse mille ruoli, uomo semplice e complicatissimo assieme, dominus per la bellezza di 27 anni, fino alla morte nel 1925, di qualsiasi cosa accadesse nel Foro Romano e sul Palatino, questa figura così antiaccademica da essere alla fine superficialmente nota a tutti ma conosciuta veramente da nessuno, un poco imbalsamata dalla sua devota seguace Eva Tea in una monumentale biografia in due volumi, questa figura, dicevamo, dopo una serie di studi e riscoperte parziali del suo operato, delle sue teorie e delle sue pratiche, ha finalmente avuto quel che meritava e forse avrebbe desiderato: una spettacolare mostra a lui dedicata a cura della sovraintendenza speciale per il Parco Archeologico del Colosseo, inaugurata il 15 dicembre 2021 e che durerà fino al 30 aprile 2022.

Giacomo Boni, l’imperdibile mostra a Roma

La mostra è dislocata in ben quattro sedi diverse all’interno del Parco, e non casualmente, ma con l’intento di far percepire la aderenza quasi fisiologica del Boni e del suo operato con la intera area archeologica del Foro Romano e del Palatino. La prima parte, nel cd. Tempio di Romolo, illustra la temperie culturale in cui il Boni si è formato, che trae origine dalla Venezia decadente del secondo Ottocento, a cui molti uomini della politica, dell’economia e della cultura tentavano di reagire con propositi di rinnovamento che però andavano a cozzare con la delicatissima realtà materiale della città lagunare. Gli intellettuali inglesi, il grandissimo John Ruskin per primo, reagirono con veemenza ai rischi di snaturamento della loro città prediletta, ed è proprio nello strettissimo contatto con gli ambienti anglo-veneziani che Boni acquisisce una particolare formazione, che lo porterà sempre ad una attenzione estrema alla materialità degli oggetti che studia, scava, restaura e ripristina, ad una sorta di “materialismo mistico”, di devozione al Genius Loci e alla Tellus (non a caso era del segno del Toro), che non era affatto propria né agli archeologi né agli storici dell’arte a lui coevi, divisi tra antiquaria erudita e idealismo estetizzante. Studioso autodidatta e irregolare, sebbene di vastissima cultura e curiosità, non era né un letterato ne un filologo né uno storico dell’arte, e potremmo definirlo in modo un poco più attendibile, come un architetto senza titoli.

Dallo studio della laguna veneta, delle fondazioni del Campanile di San Marco, di quell’incredibile misto di legni, di vegetazione (la Dea Flora vedrà in lui un devoto), di intrecci tra umano e naturale che è Venezia, passerà, per il tramite dell’ambiente culturale e politico crispino, intriso di nostalgie antico-romane, a quella Roma dove, a fine ‘800, gli ambienti letterari e artistici erano saturi di attrazione per l’arcaico e per la Roma Prisca, di cui si vedeva un riflesso degradato nel misero mondo dei pastori e dei butteri della Campagna Romana, da Costa, a Cambellotti, ai XXV della Campagna Romana.
Dal 1898 avverrà la svolta nella storia del Boni, messo a capo del Foro e poi del Palatino.

I sensazionali ritrovamenti di Boni

E qui passiamo alla seconda sezione della mostra, che si identifica con il riaperto, dopo tempo immemorabile, Antiquarium di Santa Maria Nova. In un breve giro di anni, a cavallo dei due secoli, Boni effettua scoperte che fanno parlare di lui tout le monde, non tanto l’ambiente accademico, a cui fu sostanzialmente estraneo, ma il mondo dei giornali e della pubblica opinione, con cui seppe sempre mantenere abili rapporti e pubblicizzare molto bene quanto andava scoprendo. La Aedes Vestae, il Lapis Niger, il Sepolcreto Arcaico della via Sacra, e molti altri ritrovamenti, in pochi anni fanno crollare la teoria ipercritica di scuola tedesca che negava ogni valore alla tradizione storica sulle origini di Roma, e rivoluzionano la prospettiva sulle origini dell’Urbe. Sarà un primo tempo di conferma della tradizione letteraria, mitica e annalistica, paragonabile solo a quello apertosi dopo il 1988 con le straordinarie scoperte operate tra Foro e Palatino da Andrea Carandini.

Occorre premettere che i curatori della mostra non sono “carandiniani”, e questo rende ancora più significativo il tributo prestato a un suo precursore quale Boni. In realtà i due personaggi sono paragonabili solo in parte, per la importanza che entrambi hanno attribuito al metodo stratigrafico che ora è senso comune in archeologia, ma che al tempo di Boni, che solitario lo introdusse, mutuandone i metodi dalla paletnologia di Luigi Pigorini e dalla geologia, era unico e rivoluzionario. La differenza è invece nello spirito sistematico di Carandini, autore di ponderosi volumi in cui sistematizza fin troppo le proprie scoperte entro un quadro teorico, rispetto allo sperimentalismo empirico di Boni, uomo di nessun libro e di sparsi articoli, poiché sosteneva che il vero libro fosse lo scavo.

Sorvolando per mancanza di spazio sul terzo tempo della mostra, negli ambienti riscoperti dal Boni di Santa Maria Antiqua, dove restituì ai posteri anche una “Roma Bizantina”, la mostra si conclude negli ambienti palatini della Uccelliera Farnese, dove erano il suo studio e il suo monacale alloggio, e dove negli ultimi quindici anni della sua vita assunse la veste del Mago del Palatino, che scendeva dal suo romitaggio per accompagnare Imperatori, Re e Presidenti in visita ufficiale agli scavi, e dove accoglieva i più disparati esponenti della cultura italiana e internazionale. In questi ambienti è stata collocata anche la celebre Vittoria Palatina, trovata nel 1917 sotto i resti della Turris Cartularia, mentre infuriava il conflitto mondiale, e letta come sicuro pegno di vittoria finale.

Plasmare l’identità romana

Occorrerebbe qui affrontare il più controverso e sfaccettato dei temi relativi alla biografia di Boni, ovvero le connessioni del suo particolare spiritualismo mistico a carattere etnotellurico, peraltro comune a larghissima parte della cultura del suo tempo, con la sua fervente militanza patriottica colma di spunti socialisti-nazionali e con il coinvolgimento, negli ultimi anni della sua vita, negli sforzi di plasmare una identità “romana” attorno al fascismo appena giunto al potere. Su questi temi ha già ampiamente scritto Sandro Consolato, che a breve ci darà una biografia “definitiva” del Boni (Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma, per i tipi di Altaforte Edizioni) e a quelli e a questa rimandiamo chi voglia saperne di più.

Qui ci limitiamo a osservare, in linea peraltro con diversi contributi presenti nel catalogo della mostra, che non ha molto senso domandarsi se fosse stato “fascista” un uomo nato nel 1859, che entra in contatto con il non ancora regime nel 1923 e nel 1925 muore. Casomai sarebbe più corretto domandarsi quanto ci sia stato di “boniano” nel fascismo, e rendersi conto alla fine come, sia pure in maniera meno esplicita, il fascismo abbia attinto, abusandone o meno, da Boni, quasi quanto il tantissimo che il regime deve, in modo più o meno legittimo, a D’Annunzio.

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Concludiamo invitando tutti a visitare questa mostra, che si conclude di fronte alla semplice ara in peperino della tomba di Giacomo Boni nel labirinto di siepi degli Horti Farnesiani. Privilegio, a quanto ci risulta, unico in Roma, di essere sepolto fuori da un cimitero o da una chiesa, che condivide unicamente con il Milite Ignoto inumato a poco più di un tiro di arco da lì, sotto l’Altare della Patria, or sono proprio cento anni fa e qualche spicciolo.

Ernesto Lentoni

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