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Roma, 30 mag – Anche la moda scopre di avere delle istanze politiche ma, legge di mercato insegna, non devono essere “non allineate” bensì pienamente conformi al pensiero unico. Gucci usa la passerella dei Musei Capitolini per presentare l’ultima collezione ma anche per mandare un messaggio politico.



“Roma è un grande utero”

“Le donne vanno rispettate e considerate libere di scegliere quello che vogliono per il proprio corpo. Anche se è la scelta più difficile, quella di interrompere una gravidanza”. Il commento ovviamente arriva su ciò che sta succededendo negli Usa, dove ben 8 Stati,  dall’Alabama alla Louisiana, hanno adottato il decreto detto Hearthbeat Bill, più stringente sulla legittimazione dell’aborto. “Sempre più Stati approvano leggi ed emendamenti per impedire l’aborto, neanche la moda può restare in silenzio” dice Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci. Tra gli abiti che sfilano per l’ultima collezione, e che sicuramente tutte le donne potranno permettersi, è stato presentato anche un abito con un utero ricamato.

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Femminismo alla moda

“Noi che facciamo moda è come se avessimo delle antenne – dice Michele – per quello che ci succede intorno. E l’utero delle donne, questo mistero che noi uomini possiamo immaginare, l’ho immaginato come un fiore. Interrompere una gravidanza non estirpa questo fiore”. Il concetto artistoide è discutibile e sicuramente vago rispetto al tema che si propone di contestare, ma si sa che ultimamente il femminismo è trés chic, sdoganato il reggiseno a cui non si dà più fuoco si approda direttamente alle passerelle: tutto ciò che può far presa sulla mente femminile viene prontamente adottato e riproposto dalle maggiori marche di abbigliamento. E riguardo alla decisione di presentare la collezione resort tra i busti dei Musei Capitolini, la risposta è che anche Roma è una donna: “Un grande utero che ci contiene tutti”.

“My body my choice”

Così modelle diafane e dai fisici irragiungibili per qualsiasi donna media attraversano la passerella con lunghe gambe da gazzella indossando blazer con slogan femministi degli anni Settanta, quali “My body my choice” e capispalla con la data 22.05.1978 –  quella della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Inutile porre l’accento sul ridicolo di cui si ricoprono questi fautori delle libertà femminili che, tuttavia, vivono completamente distanti dai bisogni delle donne e anche dalle loro “vere” libertà e riescono a spacciare per “arte impegnata” ciò che, in realtà, è pura necessità di soddisfare un’esigenza di mercato.

Ilaria Paoletti

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