Roma, 2 gen – Nella giornata di ieri il noto giornalista e padre comboniano Giorgio Albanese – novello Savonarola – ha avuto modo di esprimere in una celebre e seguita trasmissione televisiva della Rai il proprio sconcerto nei confronti delle guerre attuali che si combattono prevalentemente per le risorse. Da un punto di vista strettamente storico, spiace doverlo rammentare, le guerre per le risorse sono antiche come la storia e a queste guerre non solo la Chiesa cattolica ha partecipato e contribuito in modo rilevante ma ha avuto anche benefici economici enormi che le hanno consentito potere e ricchezza. Vediamo di fare qualche significativo esempio.

Come è storicamente accertato il coraggio, l’ardimento, l’intraprendenza, lo spirito di sacrificio dei conquistadores cattolici furono pari alla loro brutalità ed alla loro spietatezza nei riguardi delle popolazioni indigene. Le miniere di oro di Potosì scoperte intorno al 1545 e quella di argento di Zacates scoperta nel 1546 furono, secondo le tesi dello storico Carlo Maria Cipolla, le due fonti principali della potenza e della ricchezza della Spagna cattolica nei secoli XVI e XVIII.

Se questa potenza economica e militare poté nel tempo consolidarsi ciò fu anche dovuto sia alle capacità dell’intraprendente mercante di Siviglia Bartolomeo di Medina – che introdusse l’uso del mercurio e del sale per estrarre l’argento dal minerale – sia grazie alla capacità di gestire le miniere di mercurio spagnole da parte dei mercanti-banchieri Fugger. Un’altra fonte di ricchezza per l’Europa spagnola e cattolica furono le merci prodotte nelle Indie e cioè le materie tintorie, le piante medicinali, la lana, il cotone, lo zucchero, lo zenzero e infine le perle.

Nel ‘500 in Europa accanto al sale e al ferro l’allume era certamente il minerale più importante. Consapevole di ciò Papa Paolo II siglò un’alleanza con la banca dei Medici allo scopo di avere il monopolio di questo prezioso minerale. La scoperta nel 1460 del mercante italiano Giovanni da Castro dell’allume sui monti della Tolfa, a nordest di Roma, rappresentò una svolta rilevante per le finanze della Chiesa. Tanto è vero che proprio Papa Pio II dichiarò quell’area proprietà della Chiesa. Nel 1466 il successore di Pio II, Paolo II decise di sottoscrivere con la famiglia dei Medici un contratto che consentiva alla banca fiorentina di utilizzare la sua rete commerciale per vendere tutto ciò che veniva estratto dalla miniere italiana.

Nello stesso tempo il Papa annunciò che qualsiasi mercante fosse stato scoperto ad acquistare l’allume turco, che rappresentava un pericoloso concorrente di quello romano, sarebbe stato punito con la scomunica. Solo nel 1470 il monopolio papale fu consolidato grazie ad un’alleanza con i proprietari della miniera d’Ischia e con il re di Napoli. Grazie a questo accordo l’intero volume di allume estratto e raffinato per il mercato europeo fu controllato sia della Chiesa che dalla banca dei Medici.

Giuseppe Gagliano

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