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Questo articolo, che fa luce sul passato fascista di Guido Aristarco, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di gennaio 2019.

L’Italia entra in guerra nel giugno del 1940. Nel clima bellico, l’ottava edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica si trasforma in una più modesta «settimana», dal 1° all’8 settembre. Passerà alla storia come la «mostra di guerra». Vi partecipa un giovane critico cinematografico di provincia, molto attivo e originale, dotato di notevole verve polemica e con le idee piuttosto chiare. È il poco più che ventenne Guido Aristarco, inviato per La voce di Mantova, quotidiano della Federazione dei fasci di combattimento. Fin dalla sua prima corrispondenza veneziana mostra saldi convincimenti sulla supremazia delle cinematografie sorelle: «Dunque, senza giacca bianca, ma con la divisa – scrive – siamo andati questa sera al cinema S. Marco per l’inaugurazione della eccezionale rassegna cinematografica italo-tedesca – destinata soprattutto a documentare e celebrare che nonostante la guerra il ritmo della produzione cinematografica italiana e tedesca non è rallentato» (La voce di Mantova, 2 settembre 1940).

Guido Aristarco fascista

Guido Aristarco nasce nel 1918 a Fossacesia Marittima, in provincia di Chieti, dove il padre è capostazione. Con la famiglia si trasferisce successivamente a Mantova. Giovanissimo inizia a frequentare il Cineguf mantovano, le cui programmazioni settimanali si tengono presso l’Istituto di cultura fascista. Nel corso degli anni manterrà il contatto con varie pubblicazioni dei gruppi universitari fascisti, tra cui Signun (Treviso), Posizione (Novara), Pattuglia (Forlì), Via consolare (Forlì), Spettacolo (Forlì) Il piccone (Parma), Architrave (Bologna). Nel marzo 1939 cominciano ad apparire su La voce di Mantova alcuni suoi interventi. Il linguaggio giornalistico è estremamente aggressivo e polemico, talvolta sfottente, condito di spirito nazionalista. La prosa è essenziale e le competenze cinematografiche molto ben definite.

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Aristarco è un «giornalista di regime» della seconda generazione (non ha partecipato per motivi anagrafici alle lotte fasciste per la conquista del potere), uno dei tanti giovani italiani che si forma culturalmente negli «anni del consenso». Dal punto di vista generazionale rappresenta idealmente l’«italiano nuovo», cresciuto nelle istituzioni educative fasciste. Il primo importante articolo Aristarco lo pubblica nel marzo del 1939. Mussoliniano convinto, avvia il discorso dalla condivisione del giudizio del duce, diventato uno slogan onnipresente nella comunicazione cinematografica: «Il cinema è l’arma più forte». E aggiunge: «Arma che non distrugge, ma crea, messaggera di idee, di fede e di volontà». Per il critico il cinema è «il più completo mezzo di propaganda di questo XX secolo». Il film «italiano deve essere la pietra di paragone della civiltà raggiunta dalla […] nostra razza latina. Deve rispecchiare il nostro tempo, l’era mussoliniana, con le sue leggi e la sua morale, i suoi principî politici e le sue idee religiose, deve esprimere l’anima del nostro popolo e lo spirito della Nazione, ed infine, come espressione del bello, esaltare la bellezza della razza. Quando i nostri film saranno irradiati e profusi da questa sana atmosfera di italianità, allora si potrà dire realmente che l’arma sia stata bene usata» (La voce di Mantova, 25 marzo 1939). 

Il cinema del Führer     

Fra i numerosi articoli di Aristarco apparsi su La voce di Mantova tra il 1939 e il 1941, uno è di notevole rilevanza. Si tratta della recensione di Süss l’ebreo (Jud Süss, 1940) di Veit Harlan, presentato alla «mostra di guerra». Comunemente Süss l’ebreo è considerato il film più oltranzista dell’antisemitismo nazionalsocialista, voluto con determinazione da Joseph Goebbels. Per il critico il protagonista, l’ebreo Süss, è il «prototipo di questa razza minore», la cui esistenza è «un sudiciume, una bassezza, un peccato» (La voce di Mantova, 6 settembre 1940). Nel bilancio conclusivo della settimana veneziana ritorna sul film, definendolo «di propaganda politica»: «È questa un’opera cinematografica storica che ci fa vedere, con rara efficacia, quale è la vita della razza giudaica. E il pregio migliore della fatica di Harlan [è] la descrizione di questa vita piena di bassezze e di peccato» (La voce di Mantova, 22 settembre 1940).

Certo, giudizi così netti stupiscono. Ma non dovrebbero stupire più di tanto, poiché il fascismo si aspettava dai giovani studenti universitari, e dai giornalisti chiamati ad intrepretare il loro orizzonte culturale, come Aristarco, il sostegno alla politica razziale ed antisemita. Storicamente furono proprio i giovani universitari, attraverso i loro organi di stampa e i loro giornalisti e intellettuali di riferimento, a sostenere con entusiasmo la svolta razzista e antiborghese, antisemita e favorevole alla guerra. Quindi il consenso di Aristarco a Süss l’ebreo non può essere ridotto a errore di gioventù, fraintendimento, o peccato di ingenuità, ma rappresenta la conferma della convinta adesione della generazione «littoriale» al fascismo.

La difesa di Visconti

Aristarco nel luglio 1941 rimpiazza Michelangelo Antonioni come critico cinematografico del quotidiano di Ferrara Corriere padano. Su questa testata raggiunge la piena maturità, affermandosi tra i migliori scrittori di cinema della sua generazione, se non addirittura il migliore. I galloni se li guadagnerà sul campo, nel sostegno a Ossessione (1943) di Luchino Visconti, considerato un «film italiano e morale più di tanti altri cosiddetti comico-sentimentali» (Corriere padano, 8 giugno 1943). In un successivo intervento Aristarco, rispondendo alle critiche piovute addosso al film di Visconti, accusato in particolare dalla stampa cattolica di immoralità, tanto da chiederne il sequestro (non avvenuto), scrive: «Ossessione è, ripeto, pellicola significativa, destinata a rimanere nelle storie del cinema» (Corriere padano, 27 giugno 1943).

Guido Aristarco marxista?

Guido Aristarco nell’immediato dopoguerra, dopo essere passato per la breve esperienza politica del Partito d’azione (in qualità di critico cinematografico del quotidiano L’Italia libera), diverrà l’esponente più presente, operoso e metodologicamente ferrato della critica marxista. Scriverà libri impegnativi; diverrà professore universitario a Torino e Roma; entrerà a far parte dell’Accademia dei Lincei. Alla guida del quindicinale Cinema nuovo – da lui fondato nel 1951, una rifondazione marxista della vecchia testata fascista – condurrà battaglie di notevole rilevanza, finendo anche recluso nel carcere militare di Peschiera. Nel 1976 mette nero su bianco di aver dato un contributo – lo definisce piccolo – alla Resistenza, «passando e ripassando il Po sotto i bombardamenti per certi collegamenti tra Ferrara e Milano» (L’europeo, 4 giugno 1976). Sfogliando l’ultima annata del Corriere padano, nel 1944, la sua firma si trova sino alla seconda metà dell’anno. Quindi collabora con un periodico piuttosto aggressivo della Repubblica sociale italiana in piena «guerra civile».

Guido Aristarco visse due vite. Una breve, da fascista. Una lunga, da antifascista. Dimenticò e aggiustò la prima. Atteggiamento comprensibile. Incomprensibile è che ancora oggi, nel centenario della sua nascita, questa sua prima vita venga relegata nell’oblio, come se non fosse mai esistita.  

Claudio Siniscalchi