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Milan HakaMilano, 23 apr – Dopo la triste parodia dell’Haka, la “Tekitanka”, ad opera del Milan prima della partita contro il Carpi non si sono fatte tardare le critiche e le polemiche.

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La messinscena del club milanese ha avuto eco anche in Nuova Zelanda, nella patria dell’Haka il giornale New Zeland Herald ha così criticato la danza dei rossoneri: “L’Ac Milan, uno dei più grandi club calcistici d’Europa, ha appena commesso il proprio suicidio sui social, e internet sta esplodendo”. Il Milan ha commesso il proprio suicidio con la presunzione di potersi appropriare di una danza guerriera, distante anni luce dal loro mondo, per una campagna pubblicitaria, il che rende la farsa ancora più patetica. “Avremmo voluto – continua l’Herald – che una cosa del genere non fosse vera. Questa è una di quelle volte in cui ti metti la testa fra le mani e ti chiedi a che punto sta arrivando il mondo?”.

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L’indignazione neozelandese è più che giustificata, quello che per noi può essere visto come un semplice spettacolo pre-partita affonda le sue radici nella tradizione Maori, gli All Blacks portarono l’Haka in campo nel 1888 ma fu nel 1905, con la versione Ka Mate, che la danza divenne popolare in tutta Europa soprattutto grazie alla disciplina marziale e potente con la quale veniva eseguita. L’Haka è stata riutilizzata nel corso degli anni per pubblicizzare diversi prodotti, non dovrebbe quindi sconvolgere l’uso di una sua versione “contraffatta” per pubblicizzare una crema per il viso Nivea (sponsor del Milan) usando gli stessi giocatori, aggiungendo il fatto che a ideare questa trovata oltre ad un consulente marketing vi è anche un ex tallonatore degli All Blacks Maori, ma quando si ha a che fare con tradizioni ben radicate bisogna usare il massimo del rispetto e lo spettacolo offerto dal Milan è stato semplicemente di cattivo gusto. La critica neozelandese, sommata alle numerose polemiche sui nostri giornali e sul web, dovrebbe farci riflettere sull’arroganza di chi scimmiotta la foga del guerriero per poi dimostrarsi semplicemente un guitto.

Antonio Pellegrino

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