Roma, 8 lug – Forse non è Pasolini, o Gianni Vattimo, ma attenzione non è neppure un fesso. È semplicemente un uomo del suo tempo, l’intellettuale giusto per questa sinistra. Certo, in passato le cose andavano meglio, ma non si commetta l’errore di sottovalutarlo. In Christian Raimo, e in particolare nel suo ultimo testo uscito per Einaudi, Contro l’identità italiana, si trova la perfetta sintesi del pensiero della parte politica da lui rappresentata. Conoscerlo è dunque necessario, il confronto imprescindibile, anche solo per ribadire a sé stessi la propria distanza dall’avversario (dialettico). Si potrebbe addirittura dire che il libro in questione è una miniera delle idiosincrasie, ossessioni e vezzi intellettuali della sinistra. Proprio per tal motivo va letto riga per riga, citazione per citazione, nota per nota.

Quote rosa intellettuali

Il diavolo, come si suol dire, è nei dettagli, in quei passaggi non strettamente centrati sulla questione principale dell’identità. Si consideri, per esempio, questo breve estratto: “Nel testo che ho scritto finora ho nominato circa una trentina di autori uomini e pochissime autrici donne; la maggior parte di loro tra l’altro lavora all’estero. Non è facile fare ammenda. Sicuramente sono parte del problema”. Si può tranquillamente affermare che qui il tafazzismo della sinistra raggiungere il suo zenit. Un autore di quel versante si autoaccusa per non aver menzionato abbastanza donne, come se tirare in ballo una di queste fosse, non un necessario riconoscimento del proprio tributo intellettuale, ma un dovere.

Una donna come un uomo si cita se, su un determinato tema, le sue argomentazioni risultano, dal punto di vista di chi scrive, importanti, fondamentali, determinanti, o semplicemente rappresentative di qualcosa. Insomma, non è il genere che conta, ma il peso culturale. Il principio delle quote rosa è mortale in ambito intellettuale. Non per altro, ma essere trattate da categoria protetta è sminuente anche per le donne stesse. Il motivo per cui, per esempio, Emily Dickinson, Silvia Bree, Patrizia Valduga, Antonia Pozzi vanno lette non è perché hanno una vagina, ma perché sono delle grandi poetesse.

Vorrei la pelle nera

Altro caso ancora è il senso di colpa per il colore della propria pelle: “Certo, non è responsabilità mia se la discussione principale sull’identità italiana sembri soprattutto un argomento tra maschi bianchi generalmente benestanti, autorevoli per posizioni di peso all’interno del mondo intellettuale e soprattutto accademico”. Spiace per Raimo che, come nella famosa canzone di Nino Ferrer, vorrebbe la pelle nera. Incidentalmente, in Italia siamo bianchi per vari motivi che trascendono qualunque presunta accusa di razzismo – gli stessi per cui in Giappone, che piaccia o meno, hanno gli occhi a mandorla. Per quanto riguarda il fatto che la cultura sia una faccenda tutta interna alla borghesia, anche in tal caso non si può fare granché. Verrebbe poi da domandarsi se cambierebbe qualcosa qualora a parlare fosse un nero, o una donna benestante…

Ma andando al sodo, ovvero alla questione principale del testo, ci sarebbero molti punti da discutere. Raimo non ha tutti i torti quando dice che l’identità è sempre una costruzione ex post, una sorta di racconto. Cosa non lo è? Anche il femminismo non cresce naturalmente sugli alberi. Noi siamo sempre frutto di una narrazione, in parte vera in parte forzata. Tutta la storia è storia di una lotta tra narrazioni. Il vincitore di solito impone la sua. Naturalmente, una base reale ci deve essere: l’Italia è certo frutto dell’unione di molte diversità, cionondimeno non siamo gente con gli occhi a mandorla, o neri, rossi, gialli, e via dicendo.

Questo non è il tempo dei “no border”

Quello che lascia sinceramente interdetti, tra gli altri aspetti, è una concezione della storia intesa come movimento ineluttabile: “Concetto di nazione e della sua capacità di adeguarsi a una realtà dei tempi che muta infischiandosene delle retoriche dei confini”. Ciò che Raimo non capisce, o non vuole vedere – più probabilmente –, è che la storia la fanno i singoli e una “realtà dei tempi” non esiste, se non come tendenza voluta da questi. In parole più semplici: siamo noi a permettere una assurda visione no border e non i tempi – questa presunta entità metafisica – a imporcela. Carola non è l’emissaria del destino, ma una capitanA di barche, dai discutibili intenti, che possiamo decidere di accogliere o respingere.

Sta di fatto che la questione delle questioni risulta fondamentalmente insoluta nel testo. L’autore precisa che l’identità è sempre portatrice di una visione razzista, limitata, provinciale, ma non ci spiega di conseguenza come dovremmo considerarci. Europei? Cittadini del mondo? E, soprattutto, siamo sicuri che avere un’identità implichi un atteggiamento escludente? Essere italiani vuol forse dire preferire per forza Verga a Houellebecq, considerare tutto ciò che è italiano migliore? E anche se così fosse? Ammesso che un italiano prediliga ciò che viene dalla sua terra, ciò non sottintende certo la volontà di sterminare il resto dell’umanità. Anche se dovrebbe essere ovvio, è il caso di ribadirlo, esiste una gestione più serena della propria appartenenza, giusto per rispondere alla domanda: “Ci può essere un nazionalismo che non si adulteri in neoidentitarismo, e quindi che non dia alimento a sopraffazioni e razzismi?”.

Considerare e giudicare inammissibile la visione che l’Islam ha della donna, o degli omosessuali, non vuol dire odiarli. Ognuno può avere la sua cultura – anzi ha il diritto di averla – in casa sua. Niente giustifica un altro popolo che voglia sindacare su di essa, a meno che questa non venga trasposta nella sua terra. Tale considerazione si riconnette all’ultimo punto sollevato da Raimo: “Se la dimensione originaria non fosse quella identitaria, ma al contrario quella della coesistenza?”. Premesso che bisognerebbe capire quale sarebbe questa fantomatica dimensione originaria e quando nella storia si sarebbe verificata una condizione di coesistenza pacifica, l’unica possibilità sembra essere quella che si è sempre adottata. Il globo terrestre è vasto, vario, le culture tante, sovente inconciliabili. Non è necessario mescolarsi a ogni costo. In ultimo, a stare troppo vicini si rischia di confondersi. Il mondo somiglia, infatti, sempre di più a un fottuto McDonald frequentato da sradicati di ogni colore. A questo punto, però, ha ancora senso incontrarsi?

Matteo Fais

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2 Commenti

  1. Vorrei davvero che le persone come lui capissero che la coesistenza non è possibile. Guardate agli Stati Uniti, o alla Svezia, o alla Germania, o al Sud Africa, e cosa vedrete? Solo tanta violenza, tanta auto-segregazione, tanto razzismo a senso unico perché i bianchi hanno paura di rispondere con le rime agli attacchi di altri gruppi etnici. Il multiculturalismo genera sempre conflitto, mai pace.

    Comunque a me questa sinistra fa parecchio paura, soprattutto perché stanno infettando con la loro mentalità fanatista persino le scienze esatte come la fisica teorica. Rischiamo di avviarci sul serio verso un nuovo medioevo.

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