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Roma, 30 giu – Di questi tempi va di moda dirsi “femministe” da una parte e l’altra della barricata. Sovente si confonde il “femminismo” con la solidarietà femminile che, a sua volta (parafrasando Metastasio che parlava, invece, della “fede degli amanti”), è come l‘araba fenice: “che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa”. Ed è una teoria che qualsiasi grande donna della storia (da Elisabetta I d’Inghilterra a Oriana Fallaci, da Zelda Fitzgerald a Evita Peron) vi potrà confermare. Quando si nasce donne, si combatte contro gli uomini, ma soprattutto contro le appartenenti al nostro stesso sesso – che sono un nemico che usa tattiche di guerriglia veramente difficili da prevedere. Ancor più spesso, si confonde la sbandierata libertà dei propri costumi con l’orgoglio di essere donne. Ma prima di arrivare a donare il proprio corpo, anima, cuore e coratella ad un uomo, ci passa una vita interiore di secoli. Oggi proveremo, con le opere di qualcun’altro, ad insegnare alle femministe cosa sono le donne. Non “dolcemente” complicate ma spesso diabolicamente complicate, divertenti, tristi, grandi, umane.



5) “Sto con la band. Confessioni di una groupie”, Pamela Des Barres

Black Brain

Inizia tutto nel 1964, quando Pamela è una liceale. La sua passione sono i Beatles e, nello specifico, Paul McCartney. Poco dopo la sua iniziazione sessuale, negli anni sessanta dal beat si passa al rock psichedelico, le band crescono di importanza fino a diventare quasi soggetti mitologici armati di chitarre elettriche. Pamela decide di dedicare la sua vita ai musicisti – forse in maniera un po’ fuori dagli schemi. E alla musica rock dedica anima e – letteralmente – corpo. Tra i suoi amanti ci sono Jim Morrison dei Doors, Jimmy Page dei Led Zeppelin, Mick Jagger, Keith Moon e persino Woody Allen. Nell’illustrare i suoi ricordi Pamela è dolce, disinibita: è una hippie autentica. Alle sue memorie è stato ispirato il film Almost Famous di Cameron Crowe – con ogni probabilità, è lei la dolce ed innocente a modo suo Penny Lane. Di certo Pamela non è stata un’eroina romantica e magari non è nemmeno un esempio da seguire. Ma tra tante sedicenti virago sessuali dei nostri giorni, e nonostante un palmarès niente affatto da principiante della Des Barres, sorprende il suo candore, la sua assoluta devozione (e perizia) musicale.

4) “Il puro e l’impuro”, Colette

Il romanzo prende il passo in una fumeria d’oppio parigina e sin da subito Colette (nata Sidonie Landoy) avverte che il libro “tristemente, parlerà del piacere”.  Il romanzo è composto di storie che si intrecciano, il tema principale è il piacere erotico, interpretato da una vecchia maitresse, da un don giovanni, da una giovane inesperta. Colette dice di voler “versare il suo contributo al tesoro della conoscenza dei sensi”: eccome se lo fa. Alcune pagine farebbero, anche ora, arrossire qualcuna delle amazzoni delle teorie gender che pensano che la liberazione sessuale e il piacere femminile siano stati scoperti grazie ai movimenti femministi. Pubblicato nel 1932, “Il puro e l’impuro” destò, a dir poco, un grande scandalo. Secondo Colette, sprezzante ed ironica autrice della belle époque parigina di certo non digiuna a reazioni isteriche ai propri scritti, “Un giorno forse si riconoscerà che era il mio libro migliore”. Cocteau di lei disse: “Non ripuliremo mai abbastanza Madame Colette di quella falsa graziosità in cui la leggenda continua ad avvolgerla… Non prendetela per una cara vecchia signora. La sua zampa di velluto poteva mostrare fulmineamente i suoi artigli“.

3) Virginia Woolf, “La signora Dalloway”

Sono le 10 del mattino del mercoledì del giugno 1923; Clarissa Dalloway, ricca cinquantenne appena uscita da una non meglio precisata “malattia”, si reca a comprare dei fiori per la festa indetta per la sera stessa. Clarissa vede da lontano un reduce della prima guerra mondiale, Septimus Smith: da quando è tornato dalla guerra, l’essere spettatore di tali atrocità lo ha segnato indelebilmente. A casa, Clarissa riceve la visita inaspettata di Peter Walsh, suo antico corteggiatore, al quale preferì Richard Dalloway. Clarissa vive una giornata in preda ai ricordi e all’organizzazione dell’elegante festa. Non riesce a dimenticare Septimus. La sua fine la colpirà irrimediabilmente. Dal rapporto con l’amica Sally Seton al senso d’inquietudine e insofferenza malinconica, alle rigidità sociali dell’Inghilterra di inizio ‘900, la signora Dalloway è lo specchio perfetto della stessa Woolf. Grande mente malinconica, grande estro, teneramente innamorata da sempre della stessa donna; uno spirito così grande da non poter essere contenuto in una vita. Questo ci dice anche la biografia della Woolf, morta suicida nel 1941. Virginia fu attivista nei movimenti per il suffragio delle donne; ma quello che più ci preme ricordare in questo contesto è il suo immenso talento nel parlare della condizione femminile narrata e non urlata.

2) “La donna che sbatteva nelle porte”, di Roddy Doyle

La protagonista di questo romanzo, Paula, è una bella ragazza dei quartieri poveri di Dublino che si innamora di Charlo. Bello, grande, avventuroso. Quando però arrivano i figli, Charlo diventa violento e insensibile. Solo uno scrittore arguto e sensibile come Doyle poteva fare un ritratto così di una donna sconfitta ma non arresa. “Mi amava e mi picchiava” fa dire a Paula l’autore irlandese. “Io lo amavo e mi facevo picchiare. E’ una cosa tanto semplice, tanto stupida e tanto complicata”. Paula viene visitata dai medici, viene indagata dagli occhi degli altri, ma nessuno le chiede cosa le succeda. Tutti si accontentano della prima, falsa, eco di una risposta: “Ho sbattuto nella porta”. Dove trova la forza di reagire? Nei suoi figli. “Ho scoperto di essere povera e di non avere nessun diritto a tutte le speranze che avevo all’inizio. Senza un futuro, con niente davanti” ma poi, la consapevolezza di avere una missione, quella di essere madre: “Ero io il loro futuro”, dice Paula dei propri figli. Nel libro non ci sono colpevoli, non ci sono vittime e non c’è assoluzione o condanna. Paula è un personaggio letterario, creato da un uomo, vero e concreto. Non una superdonna: ma ci aiuterà senz’altro meglio a capire cosa succede nella psiche di una donna che cerca di sopravvivere alla propria sfortuna.

1) “Le ceneri di Angela”, Frank Mc Court

Angela, madre irlandese di uno stuolo di figli nella New York degli immigrati nei primi del novecento, è dolce, energica e qualche volta sprovveduta. Il romanzo è autobiografico: la voce narrante, infatti, è Frank, il figlio maggiore di Angela. Mc Court parla degli innumerevoli sacrifici che sua madre ha dovuto compiere per sopravvivere – lei e i suoi figli – contributo dannato di un marito debole, alcolizzato e che presto l’abbandona. Quando Angela torna con la sua prole in Irlanda cattolica, a Limerick, la situazione peggiora: tra malattie, povertà e lutti Angela crea un legame fortissimo col figlio maggiore, l’uomo di casa. Frank è la forza di Angela, ma Angela, anche, è la forza di Frank: è il perno sghembo ed indaffarato della famiglia. E l’ironia e la dolcezza della sua mamma sono espressi al meglio nel comico che si fonde nell’estremamente tragico del vissuto. Le ceneri di Angela sono quelle dei figli che ha dovuto seppellire, quelle che smuove l’ultimo giorno di Natale passato in famiglia. Ma da queste ceneri rinasce un figlio, che grazie a questa autobiografia nel 1997 vince il Premio Pulitzer e realizza un capolavoro.

Ilaria Paoletti

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