Roma, 20 mag – Ci risiamo. Il recente intervento del presidente della repubblica italiana ha rammentato a tutti noi quale debba essere il ruolo dell’Italia nel mondo. Ossia quello di fedele partner dell’Unione Europea. Tradotto in altri termini, mero esecutore di ciò che viene deciso a Bruxelles (o forse più precisamente sull’asse Berlino-Parigi), in mezzo a un vero e proprio guazzabuglio burocratico in cui resta del tutto incomprensibile a molti di quali poteri dispongano esattamente il Parlamento europeo, la Banca centrale, la Commissione europea, il direttivo e i diversi membri e come sia distribuita tra gli stessi la funzione di indirizzo e decisione  circa i singoli provvedimenti.
Dopo aver precisato questa funzione assegnataci di camerieri di un’entità astratta e lontana, in realtà, Sergio Mattarella ha fatto di più e peggio ancora, ricordando come non ci si possa né debba richiamare a valori sovranisti né a ideologie nazionalistiche dell’800. Insomma l’Italia come stato sovrano o entità nazionale, non esiste più. Il concetto di spazio-temporale di Italia è finito. C’è quasi da rimpiangere la vecchia classe dirigente degli anni ’60’e ’70 che pure tanti guasti causò. Se non altro, all’epoca, gli ideali risorgimentali di indipendenza e i richiami nazionalistici allo spirito di Vittorio Veneto (allora il 4 novembre era festa nazionale) per quanto spesso vuoti o del tutto retorici, risultavano ancora presenti nei discorsi dei principali esponenti politici italioti. Oggidì, neppure più quello. Ci invitano esplicitamente a non esistere in quanto italiani. In questa melma indifferenziata, un luogo finisce con l’equivalere all’altro. Nessun confine può sorgere, né essere presidiato.

Eppure volendo volgere lo sguardo ancor più indietro, al mondo della classicità romana, di cui, comunque lo si voglia guardare (ma le grandi firme del Corriere della Sera, adulatori in servizio permanente effettivo dell’Ue, non ci invitano forse di continuo,  a studiare e prendere esempio dai grandi classici latini?) siamo gli eredi per sangue, suolo e continuità ideale, le cose sembrano stare in modo assai diverso. Colà, non ogni luogo equivaleva all’altro. Esistevano precisi limiti e diversità che andavano rispettati, pena la violazione delle regole su cui era sorta l’Urbe stessa e la sua conseguente rovina. Così il Senato e i comizi popolari dovevano obbligatoriamente riunirsi presso spazi inaugurati, un locus inauguratus:  vale a dire un luogo, di forma quadrangolare, che era stato separato dal terreno che lo circondava per mezzo di particolari gesti e parole da parte di una sacerdote, l’àugure, divenuto in tal modo pregno di santità (res sancta, da cui l’omonimo termine cristiano) una volta per tutte, detto templum; non per caso, anche se l’etimo del vocabolo resta dibattuto, la communis opinio lo vuole derivato dalla radice *-tem “tagliare, ritagliare” e quindi separato, diviso.  Questa necessità di agere cum populo o cum patribus, in un templum inauguratum fu un obbligo immutabile, anche quando Roma conobbe un’estensione enorme: nell’Urbe il senso pregnante dell’universalità del sacro ma al tempo stesso, la sua precisa collocazione in un determinato punto spaziale, comprendeva anche quello che noi considereremmo, in modo errato, un semplice appezzamento di terreno. Allorquando Furio Camillo prende la parola per impedire che la città sia abbandonata dai Romani in favore di Veio durante l’occupazione dei Galli (386 a.c .), nell’argomentare le ragioni che sconsigliavano una simile iniziativa, non usa metafore retoriche o di stile, ma precisi argomenti attinenti al sistema giuridico-sacrale romano. L’obiezione principale ch’egli muove di fronte al consesso dei senatori, insieme a quella relativa alla necessità di onorare gli Dèi nelle aedes costruite a Roma e di rispettare le norme che non permettevano ad alcuni sacerdozi di allontanarsi dalla stessa, è quello dell’impossibilità di poter svolgere azioni pubbliche di rilievo al di fuori del territorio dell’Urbe in modo corretto: di qui la necessità di farvi ritorno ogni qual volta si dovessero riunire le assemblee: “abbiamo una città fondata secondo i dovuti auspici ed auguri. In essa non vi è un solo angolo che non sia permeato dall’idea di religione e dalla presenza divina […] Che dire poi di tutti gli altri atti che di norma realizziamo quasi integralmente all’interno del pomerio dopo aver preso gli auspici? A quale sorta di oblio o di incuria li abbandoniamo? I comizi curiati che si occupano delle questioni militari, e i comizi centuriati nei quali eleggete i consoli e i tribuni militari, dove si possono tenere, in maniera corretta dal punto di vista augurale, se non nei luoghi tradizionali delle sedute? Li trasferiremo a Veio? Oppure il popolo, in occasione dei comizi, si radunerà con grande disagio in questa città abbandonata dagli déi e dagli uomini?” (Liv. 5,52). In sostanza, non è fas uscire da Roma per condurvi alcuna attività pubblica su suolo non inaugurato che non sia quella della guerra. È un principio che occuperà le menti e dubbi dei Pompeiani riuniti a Tessalonica, dopo la fuga da Roma nel 49 a.C.. Per superare la problematica relativa all’impossibilità di costituire loca inaugurata ove poter tenere regolari comizi per l’elezione dei magistrati, in quell’occasione si ricorse, a una prorogatio imperii dei consoli in carica. Non basta. Esistono anche dei precisi confini inviolabili dall’esterno. Non solo quelli dei fines populi Romani, coincidenti cioè, nella sostanza, con il confine esterno, il limes presidiato dai legionari. Come ci informa una notizia del glossografo Sesto Pomponio Festo, era proibito ai legati delle nazioni estere entrare nello spazio cittadino delimitato dal pomerium, l’antico tracciato di Romolo che servì per delimitare le prime mura a difesa di Roma e che divenne da quel momento il confine sacro e giuridico che divideva lo spazio delle attività belliche da quelle civili; per questo preciso motivo, il Senato, allorquando doveva discutere con ambasciatori di altre nazioni, era uso riceverli nel Tempio di Bellona, nel  Campo Marzio (Fest. p. 470 Lindsay). Persino gli ausiliari di nazioni estere (auxiliares exterarum nationum, considerati ben distinti dai socii italici) che combattevano a fianco dei Romani, erano fisicamente separati da loro: come annotava con un certo stupore Polibio, ad  essi era destinato uno spazio ben preciso nei campi militari (Pol. 6,31,9). Ancora in epoca tardo-imperiale, come dimostrato dagli scavi condotti a Dura-Europos, importante baluardo militare dell’estrema periferia orientale, restava una distinzione tra gli edifici legionari e quelli degli auxilia. Non è senza interesse, rammentare poi come gli stessi edifici sacri di Roma fossero inviolabili per gli stranieri. Al pari non era tollerata la presenza di costoro nei riti pubblici, a meno che non possedessero uno speciale permesso, giacché si credeva che essi potessero turbare l’efficacia del rito o l’armonia della terra su cui sorgevano i templi. Una tradizione che si faceva risalire direttamente a Enea, capostipite della gens romana, giacché secondo le parole di Virgilio ”quando al termine del tuo viaggio la flotta sarà arrivata oltre i mari e infine si fermerà, tu innalzerai altari sul lido, renderai grazie agli Dei, scioglierai il tuo voto solenne: ma non dimenticare di coprirti i capelli e il capo d’un manto purpureo, perché qualche ostile aspetto non venga tra i fuochi a turbare i presagi. I tuoi compagni osservino sempre questo costume nei riti religiosi, osservalo tu stesso e, più tardi, i nipoti” (Aen. 3, 404-407). E pur in un quadro di relativa tolleranza religiosa, vi fu sempre una sostanziale distinzione fra le divinità originarie d’Italia e quelle extra-italiche: alle prime era permesso consacrare luoghi entro il pomerio, alle seconde, no. L’unica eccezione potrebbe essere rappresentata, come noto, dalla Magna Mater Idaea o Cybele, cui fu consacrato un Tempio sul Palatino nel 191 a.C.; ma se si tiene conto dei motivi esposti da Livio circa il suo ingresso a Roma, si comprenderà facilmente come l’introduzione di un culto peregrino trovasse una sua spiegazione nella necessità di espellere i Cartaginesi dalla penisola: la consultazione dei Libri Sybillini indicava come “qualora il nemico straniero avesse portato guerra nella terra Italia  quello poteva essere cacciato e vinto  se la madre Idaea  fosse stata trasportata a Roma da Pessinunte” (Liv. 29,10,6). Una difesa magico-religiosa, dunque di uno spazio sacro, l’Italia.

Questa idea, certo antichissima e più generale, dell’esistenza di un locus pregno di sacralità, detto terra Italia e dunque da non dover limitare all’Urbe sola, se non quale centro di uno spirito, civiltà e idea del mondo da contrapporre alle externae nationes pur in un ideale universalistico, spiega per quale motivo l’Etrusca Disciplina, ossia il complesso delle credenze dei Tusci (al pari dell’insieme delle pratiche religiose sorte nell’ambito sabellico o marsico) fosse considerata omogenea, pur nella diversità, all’idea universale latina dell’Italia e per qual motivo essa poté essere definita vetustissima Italiae disciplina nella stessa storiografia romana (così ad es. Tac. Ann. 11,15). Non vogliamo qui perciò alludere solo alla perfetta organizzazione burocratico-statale della res publica imperiale che permise di guidare e far prosperare l’orbe mediterraneo: l’Italia, cioè, come centro delle genti. Lo stesso apparato che dopo il disastroso terremoto del 17 d.C. che devastò gran parte dell’Asia Minore, garantì la ricostruzione di intere città in breve tempo, grazie a donazioni dello stesso princeps Tiberio, all’esenzione per numerosi anni da tasse e all’attiva opera delle commissioni formate da magistrati romani che sovraintendessero ai lavori. L’incredibile scandalo di Amatrice, detto per inciso, sarebbe stato impensabile. Neppure si vuole far riferimento, in questa sede, al rispetto e timore che incutevano ovunque i legionari di Roma con la loro tempra interiore e capacità marziali. Le medesime, cioè che permisero a un Giulio Cesare di attraversare il Reno per battere i Germani con un ponte costruito in un lampo o che destarono l’ammirazione di un Flavio Giuseppe, il quale giudicò impossibile poter avere ragione dei Romani a causa della disciplina, ordine e perfetto addestramento delle loro armate. Ancora, nemmeno alla capacità, tutta latina, di creare un’immensità concettuale su cui si reggono le moderne nazioni: lo ius, che non è solo il diritto in senso stretto ma un modo di concepire il mondo e le relazioni nel mondo. Con un rigore logico e una duttilità che ancora oggi inducono un Aldo Schiavone a parlare di “invenzione” del diritto (Einaudi: Torino, 2017). Né, all’elaborazione di una prassi politico-statuale pressoché perfetta, in cui l’equilibrio dei poteri fu giudicato dallo storico greco Polibio, il segreto ultimo della grandezza di Roma. Non, infine, alle mirabolanti capacità architettonico-urbanistiche che destarono la meraviglia e stupore di un viaggiatore di eccezione nella Roma del principato, il geografo Strabone. Si tratta, piuttosto, di intendere un sistema che concepisce lo spazio come “luogo qualitativo” e non come “massa omogenea” (secondo la felice espressione di Françoise Choay) in cui ogni luogo non può essere l’equivalente dell’altro, pur potendovi appartenere. In cui, genti e tradizioni vi sono proprie e contigue: altre no. Solo comprendendo ciò, si può capire come le moderne idee di cosmopolitismo o di indifferenziato e gli sgangherati richiami a una falsa idea dell’imperialismo romano appartengano a una concezione del tutto contraria a quella dell’universus populi Romani. Idea che un Ovidio (di cui lo scorso anno è ricorso il bimillenario della scomparsa nell’oblio generale) ben poté sintetizzare nel motto “furono date agli altri popoli terre con limiti certi, ma il confine dell’Urbe è lo stesso dell’orbe”  (Fast. 2,683-684). L’opposto che ci vorrebbero imporre.

Stefano Bianchi

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