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Roma, 2 mag – Fare impresa in Italia non è mai stato così difficile, tra burocrazia, tasse, crisi galoppante e riforme del lavoro che non aiutano i giovani a intraprendere una strada dai troppi rischi e dalle pochissime certezze. Questo vale soprattutto per gli italiani, danneggiati anche dall’avanzata apparentemente irrefrenabile dei cinesi. Sì, perché a proposito di immigrazione incontrollata, nessuno pensa di bloccare quella incentivata da Pechino. “Non toccare la pelle del drago”, come Giuseppe Genna titolò qualche anno fa un suo romanzo assolutamente realistico (e per certi versi profetico).
Prova ne è che nel milanese è Hu il cognome più diffuso tra i neo-titolari di imprese: si chiama così un imprenditore su cento, tra quelli che hanno aperto di recente un’attività individuale, iscrivendola in Camera di commercio. In totale sono 106 gli Hu nuovi imprenditori, di cui appena una decina risultano nati  in Italia. Il dato, alquanto significativo dell’attuale tendenza, emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del Registro imprese nei primi nove mesi del 2017. Su circa 10.000 titolari di nuove imprese individuali, soltanto il 66% è nato in Italia e tra i cognomi più diffusi seguono altri cinesi: Chen, Zhang e Zhou.
I settori in cui gli Hu sono maggiormente rappresentati sono il commercio (29), l’alloggio e la ristorazione (28) e il manifatturiero (14). Da notare poi che nelle costruzioni (sempre per quanto riguarda le nuove imprese individuali) il cognome più diffuso è un altro ben poco autoctono: Mohamed.
Alessandro Della Guglia





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