Le prime ore dello sbarco Alleato in Normandia nelle parole del colonnello Hans von Luck, dalle sue memorie Comandante di Panzer, ora tradotte in italiano.

Roma, 6 giu – La sera del 5 giugno 1944 fu spiacevole, la Normandia stava mostrando il suo volto peggiore, durante il giorno aveva piovuto e vi era stato forte vento. Io ero seduto in una casa poco ammobiliata sul limitare del villaggio di Bellengreville ad ovest di Vimont, una piccola città ad est di Caen, il centro industriale e porto principale della Normandia. Davanti a me si trovavano le carte e le mappe relative alle esercitazioni che stavo preparando per il mio reggimento. Il mio aiutante, il tenete Helmut Liebeskind, era al posto di comando del villaggio. Ero un maggiore di trentadue anni e sarei stato promosso tenente colonnello alla fine di luglio e colonnello due mesi dopo, cosa che mi sembrava un progresso molto rapido. 

Uno sbarco non previsto in quei giorni

Le condizioni del tempo che i meteorologi della marina esaminavano giornalmente e comunicavano alla divisione, davano il “via libera” per il 5 e il 6 giugno, così non prevedevamo alcuno sbarco, a causa del mare mosso, delle tempeste, delle nuvole basse, che avrebbero reso impossibili operazioni aeronavali su larga scala.

Quella sera mi sentivo molto insoddisfatto, come molti dei miei uomini ero abituato alle azioni mobili, come quelle in cui avevamo combattuto negli altri teatri di guerra, quest’attesa per un’invasione che sarebbe indubbiamente arrivata, era snervante. Ma nonostante l’inattività, il morale tra le truppe rimaneva alto, soprattutto perché la Normandia ci riforniva di burro, formaggio, creme frâiche e carne oltre ovviamente al sidro.

Quella sera piovosa, il mio aiutante ed io stavamo aspettando un rapporto dal II battaglione la cui esercitazione notturna si era conclusa. Questo battaglione era schierato nell’area tra Trarn ed Escoville, quindi piuttosto vicino alla costa, mentre il I Battaglione equipaggiato con semicingolati aveva preso una posizione di attesa alle loro spalle. Avevo dato ordine che in caso di sbarchi di commandos alleati i battaglioni e le compagnie dovevano attaccare immediatamente e in maniera indipendente, e di farlo senza rispettare il divieto dei gradi superiori di impegnarsi in azione se non dopo avere ricevuto l’autorizzazione dell’alto comando. Ma a causa dei rapporti meteo non mi aspettavo alcun combattimento per quella notte.

Verso mezzanotte, sentii un rumore crescente di aerei che passavano sopra di noi, mi chiesi se erano destinati ad attaccare le nostre vie di comunicazione interne o quelle verso la Germania, tuttavia mi sembrava che stessero volando molto bassi, forse a causa del tempo? Guardai fuori dalla finestra e vidi il cielo coperto di razzi. Nello stesso momento il mio aiutante mi chiamò al telefono: “Maggiore stanno scendendo dei paracadutisti ed alianti stanno atterrando nel nostro settore, sto cercando di prendere contatto con il II battaglione, verrò da voi appena fatto”. Diedi gli ordini senza esitare: “Tutte le unità devono essere messe immediatamente in allerta e la divisione informata. Il II Battaglione deve entrare in azione dove necessario. Se possibile bisogna prendere dei prigionieri e condurli da me”. 

Quindi andai al posto di comando con il mio aiutante. La 5a Compagnia del II Battaglione che era uscita con munizioni a salve non era ancora ritornata dall’esercitazione notturna, una situazione pericolosa. I primi rapporti indicavano che paracadutisti britannici erano atterrati sopra Troarn, il comandante del II Battaglione aveva già iniziato un contrattacco con gli elementi a sua disposizione ed era riuscito con successo a penetrare a Troarn, verso cui in precedenza si erano dovuti ritirare gli elementi della 5a Compagnia.

Telefonammo al comandante di compagnia che era in una cantina.

“Brandenburg, resistete, il battaglione sta già attaccando e vi raggiungerà a momenti”.

“Molto bene”, replicò lui. “Ho preso il primo prigioniero, un ufficiale medico britannico della 6a Divisione Aviotrasportata”.

“Mandatemelo non appena la vostra posizione sarà sicura”.

Nel frattempo il mio aiutante telefonava alla divisione. Il generale Feuchtinger e il suo capo di stato maggiore non erano ancora rientrati. Facemmo all’ufficiale d’ordinanza, il tenente Messmer, un breve rapporto sulla situazione e gli chiedemmo di ottenere il via libera per un attacco notturno non appena il comandante di divisione fosse rientrato.

Adesso avevamo un’idea più chiara della situazione. Mi vennero portati i prigionieri che avevano sbagliato il loro lancio ed erano caduti nelle nostre mani nel corso dei nostri limitati contrattacchi. Gli parlai io stesso prima che, secondo gli ordini ricevuti in merito, li facessi scortare alla divisione, durante i nostri “colloqui” appresi che la 6a Divisione aerotrasportata doveva saltare durante la notte e prendere intatti i ponti sull’Orne a Ranville, e di formare una testa di ponte sull’Orne per gli sbarchi pianificati per la mattina del 6 giugno.

Lentamente ci riempivamo di rabbia, l’ordine per un attacco notturno immediato che avrebbe sfruttato l’iniziale confusione dei nostri avversari non arrivava, anche se i nostri rapporti, attraverso la divisione ai corpi d’armata e al Gruppo d’Armate B (Rommel), dovevano essere da molto tempo a disposizione dei rispettivi comandanti. Iniziammo a fare i calcoli delle nostre possibilità di respingerli verso la costa impedendogli di creare la testa di ponte o quanto meno di rendergliela molto più difficile.

Ricordo l’ufficiale medico britannico che fu il primo prigioniero ad essere portato da me. Nel suo equipaggiamento da paracadutista assomigliava a qualunque altro soldato. Come ogni bravo britannico, mantenne la compostezza ma sembrava profondamente deluso e nervoso per essere stato preso prigioniero alla sua prima missione. Dal momento che mi diede solo il suo nome e il suo numero, io, come sempre con i prigionieri britannici, iniziai a chiacchierare con lui, parlai della mia ultima visita a Londra nel marzo 1939, su Piccadilly Circus e sui miei amici britannici, al che lui si rilassò e appresi molto di più sulle intenzioni britanniche e sugli obbiettivi della 6a Divisione Aviotrasportata.

Reggimenti condannati all’inattività

Passarono le ore, ci eravamo schierati su un fronte difensivo su cui eravamo condannati all’inattività, anche il reggimento corazzato e il 192° Reggimento Panzer Grenadier erano ugualmente immobilizzati, anche se erano stati posti in massima allerta. Il mio aiutante telefonò nuovamente alla divisione. Il Maggiore Forster, ufficiale all’intelligence e responsabile per i prigionieri, venne al telefono, anche lui era impossibilitato a modificare gli ordini ricevuti. Il Gruppo d’armate B ci aveva a malapena informato che doveva trattarsi di un attacco diversivo, i britannici avevano lanciato anche pupazzi vestiti da paracadutisti. All’alba mandai il mio aiutante a chiedere al posto di comando divisionale il permesso per un contrattacco. Al suo arrivo Liebeskind fu testimone di una conversazione che Feuchtinger stava ovviamente avendo con il comando d’armata.

“Generale, sono appena arrivato da Parigi e ho visto una gigantesca armata a ovest della costa a Cabourg, navi da guerra, navi da trasporto, navi da sbarco, voglio attaccare con la mia intera divisione ad est dell’Orne, per spingermi verso la costa”. Ma l’ordine fu negato.

Hitler che era solito lavorare fino a tarda notte, quella mattina stava dormendo.

Al posto di comando passeggiavo nervosamente su e giù e mi tormentavo le mani per l’indecisione del comando supremo di fronte all’ovvietà della situazione. Se Rommel fosse stato con noi invece che in Germania, avrebbe ignorato gli ordini e ci avrebbe messo in azione, di questo ne eravamo tutti certi. Ci sentivamo perfettamente in forma fisicamente e in grado di confrontarci con la situazione. Nascosi la mia rabbia e rimasi calmo e prosaico. La mia esperienza negli altri teatri di guerra mi aveva insegnato che più critica è la situazione, o più allarmanti sono i rapporti, maggiore è la calma con cui un esperto comandante deve reagire.

Il miglior modo per calmare un’ordinanza eccitata, o una staffetta in arrivo da una situazione apparentemente disperata è di farlo sedere, dargli una sigaretta e dire: “Ora ditemi che cosa sta succedendo”. 

La tragedia seguì il suo corso

Dopo solo poche ore le coraggiose unità combattenti nelle fortificazioni costiere non furono più in grado di resistere alla pressione nemica o furono distrutte dall’artiglieria navale alleata, mentre una divisione corazzata tedesca, pronta al combattimento, rimaneva immobile dietro il fronte e potenti formazioni di bombardieri alleati, grazie alla totale superiorità aerea, coprivano di bombe le divisioni costiere e la città di Caen. Nelle prime ore della mattina dalle colline ad est di Caen vedemmo la gigantesca armata alleata, i campi pieni di alianti da trasporto e numerosi palloni da osservazione sulla flotta da sbarco, con l’aiuto dei quali i cannoni navali ci colpivano con fuoco molto preciso.

La situazione ci costrinse a raggrupparci. Forti unità da combattimento si erano formate su entrambe le sponde dell’Orne a est e ad ovest. Continuavamo ad aspettare l’ordine per attaccare, anche se guardando la flotta da sbarco non credevo vi fossero più molte possibilità di rigettare gli alleati in mare. Per noi era diventato molto difficile spostare le riserve. Il secondo Fronte era stato stabilito. Il nemico ci pressava da est con forze superiori, gli incessanti bombardamenti sui nostri più importanti centri industriali e sulla rete di comunicazione, in queste condizioni anche i più coraggiosi e più esperti soldati non potevano vincere la guerra, pensavo che un’invasione avvenuta con successo era l’inizio della fine.

Hans von Luck – ufficiale tedesco

2 Commenti

  1. Invasione dell’Europa.Uno strano punto di vista. L’Europa tutta intera era stata invasa da UNA nazione:La Germania di Hitler.

  2. Questo è quello che da più di 60 anni instancabilmente ci raccontano… La “storia” è la versione dei fatti di chi ha vinto, e che quindi detiene il potere. Parole di Hegel.

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